Da McDonald’s con 4,99 euro mangi un panino con hamburger, una porzione di patatine fritte e un bicchiere abbondante di Coca-Cola. Un’offerta imbattibile, che ha probabilmente aumentato di qualche punto percentuale l’affluenza negli oltre 800 fast food presenti ormai nelle grandi città, nei centri di provincia, nei pressi delle scuole, delle stazioni e dei centri commerciali.
Lo spot del pasto a 4,99 euro che da mesi gira su tv, radio e social network è rivolto a un pubblico giovane: 18-24 anni con pochi soldi in tasca e grande familiarità con il consumo fuori casa. Ci sono poi i giovani adulti tra i 25 e i 34 anni, spesso studenti o lavoratori con redditi contenuti. Alla fine oltre l’80% della clientela rientra nella fascia 18-34 anni.
Milioni di pasti ogni anno
Un singolo McDonald’s non è paragonabile a una pizzeria o a un ristorante tradizionale: è aperto fino a 14-16 ore al giorno, ha un turnover elevatissimo, lavora con asporto, delivery e drive through. Una stima prudente porta a 700-900 mila pasti annui per punto vendita. Moltiplicando per 800 locali, si arriva facilmente a oltre mezzo miliardo di pasti serviti ogni anno in Italia. È questo il vero peso di McDonald’s sul sistema alimentare, non il numero delle insegne.
Se si incrocia questo dato con la composizione della clientela, significa che una quota rilevante di giovani entra in contatto con il fast food con una frequenza settimanale o quindicinale, non occasionale. Per molti ragazzi, McDonald’s non è “lo sgarro”, ma una delle opzioni alimentari ordinarie, favorita da prezzo percepito come basso, promozioni aggressive, app e programmi fedeltà, presenza costante della pubblicità

Prezzo e concorrenza: perché McDonald’s vince
Il confronto con altre catene aiuta a capire. Un pasto completo da McDonald’s costa mediamente 7-9 euro, ma le offerte a 4,99 euro abbassano la soglia psicologica di accesso. Catene come La Piadineria che può contare su 400 esercizi in Italia hanno scontrini medi più alti (8-11 euro) e una comunicazione meno martellante. Ci sono anche le 34mila pizzerie dove però lo scontrino medio oscilla da 12 a 15 euro. Il prezzo basso di McDonald’s, reale o percepito, resta uno degli strumenti più potenti per orientare le scelte alimentari delle fasce più giovani e meno abbienti.
Pubblicità: il vero moltiplicatore
Poi c’è la pubblicità che fa la differenza. McDonald’s investe in modo continuativo e la stima a livello nazionale è di 25 milioni l’anno. Per capire, è il terzo investitore dopo Ferrero e Barilla. Ma la differenza è che Ferrero spalma la spesa su decine di prodotti ultra processati (creme spalmabili, snack, merendine, bevande…), Barilla su pasta, sughi e biscotti, mentre McDonald’s concentra la sua spesa pubblicitaria su un unico modello di pasto.
Panino, patatine, bibita zuccherata: una combinazione sempre uguale, replicata milioni di volte, che non promuove un prodotto ma un’abitudine, una frequenza, uno stile di consumo. Il marchio entra nei palinsesti televisivi, nei feed social, negli smartphone dei più giovani. Gli spot non servono solo a vendere un panino, ma a normalizzare un modello alimentare che si può inserire nella categoria del junk food, fatto di bibite zuccherate, alimenti ricchi di sale, grassi e porzioni standardizzate. Un modello lontano dalla dieta mediterranea
Un consumo frequente di fast food sostituisce pasti tradizionali, riduce il consumo di legumi, verdure, cereali integrali, abitua a sapori iper-salati e iper-grassi. Un modello strutturalmente distante dalla dieta mediterranea, che resta il riferimento nutrizionale per la salute pubblica in Italia.

La responsabilità di McDonald’s
Quando un’azienda serve centinaia di milioni di pasti, intercetta soprattutto giovani e persone a basso reddito e investe massicciamente in pubblicità, la sua influenza sugli stili alimentari non è marginale: è sistemica. I kebab sono numericamente di più (circa 1.100) ma si tratta quasi sempre di attività indipendenti, senza pubblicità nazionale, senza una regia comune, senza un’identità condivisa. Non fanno marca, non fanno stile di vita, non costruiscono un immaginario.
McDonald’s, invece, fa esattamente questo: standardizza il gusto, investe in pubblicità continua e associa il consumo a socialità, inclusione, quotidianità. Ecco perché McDonald’s e le altre catene di fast food non possono essere considerati ristoranti come gli altri, ma attori centrali nel cambiamento delle abitudini alimentari degli italiani, in particolare delle nuove generazioni.
Nel vuoto lasciato dalle istituzioni, vincono gli spot
Sul fronte opposto non esiste nulla. Le istituzioni pubbliche sono completamene assenti. Il CREA, che dovrebbe essere uno dei riferimenti scientifici e operativi sulle politiche alimentari, non svolge alcun ruolo visibile nel contrastare la diffusione di modelli alimentari squilibrati. Il Ministero della Salute si limita a raccomandazioni generiche, campagne episodiche con una forza comunicativa pressoché inesistente che non è certo in grado di competere con le campagne dei grandi gruppi del junk food.
Oggi l’educazione alimentare degli italiani – soprattutto dei più giovani – non avviene a scuola, né attraverso politiche pubbliche strutturate, ma negli spot televisivi, nelle promozioni a 4,99 euro, nelle app di fidelizzazione, nei social network. Sono i fast food e i produttori di cibi ultra processati a fornire, di fatto, la principale narrazione sul cibo: veloce, economico, gratificante, ripetibile. Una narrazione che normalizza bibite zuccherate, eccesso di sale e grassi, porzioni standardizzate e consumo frequente fuori casa.
Continuare a parlare di ‘scelte personali’ è comodo, ma falso. Quando centinaia di milioni di pasti vengono serviti ogni anno a giovani e persone economicamente più fragili, quando la pubblicità è onnipresente e lo Stato è muto, la responsabilità è politica. In assenza di politiche pubbliche forti: vince chi ha più budget e perde la salute pubblica e arretra la cultura della dieta mediterranea
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Buger King fa, più o meno, le stesse cose, solo con minore forza economica.
A 4,99 è persino caro; ho visto in TV lo spot di un’altra catena con “pasto completo ad € 3,90”.
Sì ma già il cibo dí McDonald è spazzatura ,vorrei vedere quel pasto ancora meno costoso da cosa è composto.Ricordiamoci che nessuno regala e quindi quasi sempre a prezzo inferiore si ha qualità inferiore.
La bibita che fa parte del menù da € 4.90 non è abbondante.
Ah beh…allora siamo a cavallo!
purtroppo è così, Stato assente, multinazionali che “governano”…
stato connivente, non assente
Questo articolo ha fotografato perfettamente i miei pensieri ogni qualvolta vedo uno spot pubblicitario di junk food sui vari device che abbiamo a disposizione Famiglie felici che fanno colazione con merendine , madri e padri che premiano i figli sempre con le suddette merendine, rappresentazione di gioia a profusione di chi mangia in questi fast food……e chi più ne ha più ne metta! Sono rappresentazioni oscenamente quotidiane di un qualcosa che dovrebbe rientrare in un consumo “occasionale”. Il fatto che non esistano limiti a questo, rende chiunque faccia educazione alimentare ( come la sottoscritta in quanto Dietista) un povero Davide contro Golia, senza neanche il lieto fine di quella favola…Grazie al Fatto alimentare di esserci!
Una vera e propria corretta alimentazione, complimenti ai consumatori. Ma cosa si vuole mangiare con 5 euro? Zucchero in abbondanza, companatico di scarsissima qualità e pessima provenienza. Purtroppo a farne le spese sono i disabituati e chiari fan del McDonald’s. Pubblicità ingannevole che ubriaca e trascina al consumo l’utenza consapevole o forse ignorante di tutto ciò. La politica poi, non assume nessuna posizione al riguardo pur essendo consapevole dei danni che questa pessima alimentazione crea nel tempo. Al contrario, interviene su situazioni di becera importanza.
Vero tutto. Ma passando dalle parole ai fatti: perché non forniamo alternative healthy a 4,99? Un posto dove sedersi e mangiare un’insalata di farro/riso/pasta/quinoa con verdure e legumi, una bella macedonia non zuccherata, una bottiglietta d’acqua? Pubblicizzando questo pasto e ribadendo oltre alla sua salubrità soprattutto la sua appetibilità e gusto invogliando alla prova?
Competere con il prezzo di McDonald’s difficile si tratta quasi di un sottocosto …..
Perché la lattuga all’ingrosso costa mille milioni al kg…
Salve.
Difficlimente commento argomenti così sensibili e così contrastanti, tuttavia questa volta voglio fare una eccezione portando un punto di vista di un 66 enne che ha lottato una vita con il sovrappeso.
Quando dite:
“Oggi l’educazione alimentare degli italiani – soprattutto dei più giovani – non avviene a scuola, né attraverso politiche pubbliche strutturate..” mi sono chiesto: quando mai in Italia si è fatta educazione alimentare a scuola?
E come possiamo pretendere che tale educazione venga poi fornita alle scuole quando neppure coloro che escono dall’università di medicina non hanno ricevuto educazione alimentare??
E questo non lo dico io, bensì i medici ben noti sui social che denunciano questa voragine educazionale dei nostri “guardiani della salute”!
Ora faccio una domanda provocatoria: come dice il Proff. Garattini, se il Servizio Sanitario Nazionale è una parte importante del PIL italiano, secondo voi lo Stato ha interesse che gli italiani siano in salute o si ammalino??? Partiamo da questa domanda e facciamocela ognuno di noi davanti allo specchio ogni mattina, e poi diamoci una risposta!!
Tutto quello che vediamo e tutto quello che sentiamo nei social, nella TV, e nelle varie pubblicità mediatiche derivano direttamente o indirettamente dalla risposta che vi siete dati.
Io ho impiegato molto tempo a capirlo, ed il fatto che il fast food sia solamente per coloro con meno possibilità finanziarie, ahimè risulta essere vero, ma non è solo la punta dell’iceberg…
Perchè nessuno , e dico nessuno parla in TV o nei social, in maniera professionale, che i cibi rispetto a 40 – 50 anni fa hanno una quantità di vitamine, proteine e sali minerali inferiori di una percentuale che va dal 25 al 75%?
Questo nessuno ha il coraggio di dirlo in TV e mi chiedo il perchè.
Se siamo carenti in questi micro e macro elementi, potrebbe essere che il nostro cervello chieda maggior cibo in quanto è sotto nutrito???
Se facciamo 1 + 1, risulta palese il perchè gli italiani, che vantano di essere portatori sani della miglior cucina ineternazionale con la Dieta Mediterranea, hanno i bambini più grassi d’Europa !
Sarei veramente felice se quanto da me scritto fosse completamente confutato da una vostra risposta altameete professionale.
Grazie per leggermi
Daniele
Grazie per la continua informazione, utilissima spero resistitiate in questo paese alla deriva
Solamente un grazie sentito . Una utopia ? Ad ogni pubblicità una contropubblicità ( da un terzo ) pagata sempre da chi fa pubblicità . Finirebbero le sponsorizzazioni e il nero che genera . Rivoluzionerebbe tutto questo sistema di vita proposto ,bacato alla fonte
articolo ottimo e chiaro!!! totalmente d’accordo…è il nostro suicidio alimentare!
Esatto vuoto delle istituzioni significa essere complici.
Purtroppo poi le conseguenze della salute di questi fast-food sulle persone andranno ad amplificare la già situazione critica del settore sanitario pubblico italiano.
A mio avviso dovrebbe essere la RAI, da noi pagata, ha fare spot pubblicitari sulla dieta mediterranea e sulle conseguenze disastrose fisiche e non di una cattiva alimentazione, Antonio.
Sono un medico nutrizionista e trovo l’analisi perfetta e, al contempo, allarmante. E’ vero: Mc Donald’s non promuove un prodotto, ma un’abitudine, uno stile di vita che, oltretutto, crea dipendenza fisica e psicologica. Purtroppo a discapito dei più giovani, con un impatto prospettico in termini di salute r di farmacoeconomia devastante. Il silenzio istituzionale può avere chiavi di lettura diverse, disinteresse o assenso.
Grazie per il lavoro che fate, un’educazione sociale oltre che alimentare. Complimenti davvero.
Non è un caso che questa promozione coincida con il rovesciamento della piramide alimentare made in USA: si investe sapendo che questo rovesciamento aumenterà il numero di clienti non solo giovani, convinti di seguire una buona dieta. Il cinismo americano non si ferma di fronte a nulla: pur di fare profitti, si spinge la gente a farsi del male, tanto poi c’è l’industria farmaceutica pronta ad intervenire per curare le malattie metaboliche, facendo a sua volta giganteschi profitti. Hanno già sperimentato l’efficacia della strategia economica con l’industria delle armi, che fomenta guerre con la complicità dei politici. Non solo la piramide alimentare, ma il mondo intero, ormai, è “alla rovescia”.
Si chiama Capitalismo
Gli effetti negativi del fast food sulla salute sono innegabili,soprattutto quando questo “junk food”viene consumato regolarmente.Viste le dimensioni e la gravità del problema,ben evidenziati nell’articolo,direi che un paio di azioni potrebbero essere intraprese per cercare di limitare i danni causati da questo fenomeno.Il primo passo è l’informazione da parte del Ministero della Salute sugli effetti deleteri del consumo regolare del fast food attraverso spot televisivi e qualsiasi altro mezzo che possa giungere fino ai giovani,principali fruitori di questo tipo di cibo.Si dovrebbe poi inserire nei programmi scolastici magari un’ora settimanale di educazione alimentare che accrescerebbe negli studenti la consapevolezza dell’importanza di una corretta dieta alimentare.Un’iniziativa dei nostri governanti in questa direzione sarebbe oltre che auspicabile,decisamente necessaria