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Una nuova plastica sostenibile messa a punto dai ricercatori dell’Università di Berkeley. Potrebbe rivoluzionare il riciclo

plastic dish on colorful backgroundUn nuovo materiale, messo a punto dai ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory dell’Università di Berkeley, in California, potrebbe segnare un reale punto di svolta nell’emergenza plastica, e soprattutto imprimere al riciclo un’accelerazione insperata.

La plastica sostenibile, infatti, come si legge su Nature Chemistry, permette di scomporre qualunque tipo di derivato, di qualunque forma e destinazione, nei suoi componenti fondamentali (i monomeri, unità singole di materia plastica), i quali possono essere riutilizzati in materiali di qualità elevatissima, uguale a quella dei prodotti appena usciti dalla fabbrica ma non riciclati. Il tutto con una reazione che prevede acqua e acido a temperatura ambiente e senza bisogno di catalizzatore.

Ciò che sulla carta sembra quasi troppo bello per essere vero è possibile grazie a una speciale lavorazione, fondata su un tipo di legame chimico diverso da quello tradizionale detto dichetoenamminico dinamico covalente, meno forte di quelli della plastica classica, e per questo può essere scisso con un processo che non richiede condizioni estreme e che restituisce i monomeri di partenza da riutilizzare. Dagli attuali processi di riciclo, invece, si ottengono materiali, di solito costituiti da pellet grigiastri, che devono poi subire molte lavorazioni per tornare a dare oggetti di uso comune e che possono avere solo alcuni tipi di impiego.

Oltre a ciò, questa nuova plastica presenta un altro grande vantaggio: non richiede una selezione dei prodotti di partenza, perché indipendentemente dal provenienza, forma e colore, il risultato sono sempre i monomeri. Questo lo si vede sia quando la miscela è pura, cioè composta solo da plastiche di questo tipo, sia quando è mista, cioè formata anche da plastiche tradizionali: il nuovo materiale va incontro alla scomposizione senza risentire della presenza degli altri.

Ora la vera domanda è un’altra, come sottolinea Science nel riprendere lo studio: riuscirà il nuovo materiale a imporsi? La plastica tradizionale nuova, infatti, costa molto e quindi porta ottimi profitti alle aziende, mentre il nuovo polimero richiede una modifica sia alla filiera produttiva che a quella del riciclo.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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2 Commenti

  1. Si va bene, ma il punto fondamentale è la pratica e l’abitudine all’usa e getta prima ancora che a produrre plastica totalmente riciclabile. Facciamo prima qualche intervento per eliminare questo comportamento assurdo?
    Partiamo da forchette piatti e bicchieri: si usano e si lavano migliaia di volte. L’acqua smettiamo di confezionarla in bottiglie di plastica e tutti i detersivi e saponi li si vende SFUSI.
    E’ DIFFICILE? VOGLIAMO PARTIRE DA QUESTE 2 O 3 COSE ?

  2. Si torni alle bottiglie di vetro con vuoto a rendere o si installino fontanelle ( anche a gettone) dove riempire le proprie borracce e bottiglie riutilizzabili. Basta così poco a cambiare le proprie abitudini. Proporrei anche un bonus per l’acquisto di filtri domestici per l’uso casalingo per quelle località dove l’acqua dell’acquedotto non è salubre.

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