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Multinazionali del cibo e scienziati: i finanziamenti delle aziende al mondo della ricerca scientifica potrebbero incidere sui risultati degli studi

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Troppe le commistioni tra le aziende e gli scienziati che si occupano di nutrizione umana e tutela della salute pubblica

Multinazionali del cibo e ricercatori sotto attacco. Nel mirino del British Medical Journal sono finite le commistioni tra le aziende e gli scienziati che si occupano di nutrizione umana e tutela della salute pubblica. Un rapporto che in Gran Bretagna durerebbe da almeno dieci anni, ponendo medici e nutrizionisti a stretto contatto con alcuni colossi di “Big Food”: da Coca-Cola (leggi articolo The Lancet) a Nestlé, da Unilever Food a PepsiCo, da Cereal Partners a Mars, da Weight Watchers International a Sainsbury.

 

Finanziamenti di progetti di ricerca, sponsorizzazioni in occasione di congressi, ricercatori inseriti nei board scientifici istituiti dalle multinazionali: queste le principali azioni condotte dalla lobby del cibo – aziende alimentari, associazioni di categoria, grande distribuzione organizzata, produttori di articoli per la perdita di peso – da tempo sospettata di essere tra le principali responsabili dell’epidemia di obesità in corso in Gran Bretagna (vedi articolo). A cementare il connubio 539 collaborazioni registrate in 12 anni, sostenute con un contributo medio di 250mila dollari all’anno. Il picco è stato registrato nel 2012: 381mila i dollari erogati.

 

È un quadro desolante, quello che emerge dal report firmato dal giornalista Jonathan Gornall. Seppur indirettamente, le multinazionali del cibo sono scese a patto con il Governo, influenzando l’attività di due enti di ricerca da esso finanziati: il Comitato consultivo scientifico per l’alimentazione e il Centro di Ricerca sulla Nutrizione Umana di Cambridge. Nel mirino del British Medical Journal è finita Susan Jebb, docente di nutrizione umana e salute pubblica all’Università di Oxford, da quasi quattro anni alla guida del network di ricercatori voluto dal Governo per affrontare l’epidemia di obesità: di cui sono partner anche Nestlé Sainsbury, Unilever e Coca Cola. Da sempre interessata ai temi che correlano gli squilibri a tavola con l’aumento di peso e del rischio cardiovascolare, Jebb – ex presidente dell’Associazione per lo Studio dell’Obesità – è accusata di aver ricevuto oltre 1,3 milioni di dollari per diversi progetti di ricerca sostenuti tra il 2004 e il 2015.

 

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Le multinazionali del cibo sono scese a patto con il Governo, influenzando l’attività di due enti di ricerca da esso finanziati

«Ma tutti i dati ottenuti sono stati pubblicati», s’è difesa la nota ricercatrice attraverso le colonne della rivista. «Questa clausola era inserita nei contratti di collaborazione tra il Centro di Ricerca sulla Nutrizione Umana e le aziende private: ho sempre agito, come ricercatrice e come direttore del responsibility deal, al fine di tutelare la salute pubblica». Un “catenaccio” doveroso, ma su cui la celebre rivista nutre qualche dubbio. L’inchiesta, infatti, segue di pochi mesi la notizia che il Comitato consultivo scientifico per l’alimentazione, che stava redigendo le linee guida sul consumo di carboidrati, ha ricevuto finanziamenti – sempre dichiarati – da aziende interessate alle conclusioni del loro lavoro. Una commistione ritenuta inaccettabile da Action on Sugar, un’associazione che lavora per ottenere una riduzione di zuccheri nei prodotti di origine industriale. «Ian Macdonald deve dimettersi», ha tuonato il gruppo, con riferimento al docente di fisiologia del metabolismo all’Università di Nottingham messo alla guida del comitato, pur appartenendo ai board scientifici di Coca-Cola e Mars.

 

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Le multinazionali stanno profondendo il massimo sforzo nell’ambito della nutrizione, al fine di polarizzare la scienza e deviare l’attenzione dalle priorità

Sebbene sia difficile dimostrare quanto la presenza – ingombrante – delle multinazionali condizioni l’esito delle ricerche scientifiche, alcuni sospetti sono fondati. Da una metanalisi pubblicata su Plos Medicine, mirata a valutare l’associazione tra consumi di bevande zuccherate e obesità, è emerso come «le probabilità che i risultati siano negativi sono cinque volte maggiori se lo studio è finanziato da un’industria». Opinione anticipata già in passato sulla medesima rivista, in una ricerca realizzata allo scopo di indagare gli effetti dei rapporti tra l’industria e il mondo della scienza. «Non si può escludere che gli articoli scientifici che godono di un finanziamento privato abbiano delle conclusioni favorevoli agli sponsor, con implicazioni potenzialmente significative per la salute pubblica».

 

Una chiara evidenza, secondo David Stuckler, docente di economia politica e sociologia all’ateneo di Oxford, della tattica con cui «le multinazionali stanno profondendo il massimo sforzo nell’ambito della nutrizione, al fine di polarizzare la scienza e deviare l’attenzione dalle priorità». Da qui la chiosa di Gornall: «Questa potrebbe essere la manifestazione attuale dell’influenza messa in atto dall’industria dello zucchero alla quale John Yudkin, già nel 1972, faceva riferimento in quello che sarebbe poi divenuto un best-seller: Pure, White and Deadly».

 

Fabio Di Todaro, Twitter @fabioditodaro

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Foto: iStockphoto.com

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