Uno studio dell’Università di Bonn quantifica per la prima volta i polimeri dispersi nell’ambiente attraverso il lavaggio quotidiano delle stoviglie

In tutte le cucine c’è una fonte di microplastiche che, inesorabilmente, e nonostante le filtrazioni delle acque reflue, finiscono nei mari e nei fiumi: le spugnette utilizzate per lavare i piatti. Composte da materiali plastici, resine e da cellulosa, e con uno o due strati abrasivi, disperdono quantità variabili di polimeri ogni volta che vengono utilizzate, ma finora quasi nessuno aveva pensato di quantificare il rilascio.

Dal lavandino al mare

A colmare la lacuna hanno provveduto i ricercatori dell’Università di Bonn, in Germania, che hanno condotto un lungo e dettagliato studio sia coinvolgendo cittadini di diversi paesi in un test di Citizen Science durato due anni, sia riproducendo condizioni realistiche in un apposito strumento da loro stessi ideato, chiamato SpongeBot (dal popolare personaggio dei cartoni animati Sponge Bob), in laboratorio.

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Strati di materiale per ciascun tipo di spugna: A) Convenzionale Europea, B) Convenzionale Americana e C) Ecologica Europea

Come riportato su Environmental Advances, le spugne su cui indagare erano di tre tipi, scelti tra le più diffuse in Europa e in Nord America. Quelle classificate come europee (le più utilizzate in Germania, paese dei ricercatori) e chiamate Eu-con, erano costituite da tre strati: uno di tessuto blu, a sua volta composto dall’80% di viscosa e dal 20% di polipropilene, uno giallo (100% poliuretano) e uno nero abrasivo (51% quarzo, 24% resina, 17% poliammide, 7% poliestere, 1% carburo di silicio).

Quelle considerate standard per il Nord America (Am-con) erano composte da due strati: uno abrasivo, al 100% in poliestere riciclato, e uno di schiuma gialla di cellulosa al 100%. Infine sono state prese in considerazione anche spugnette biologiche vendute in Europa (Eu-org), in due strati. Il primo di schiuma verde di cellulosa al 100% e uno abrasivo in sisal beige (fibra naturale, al 60%) più un 40% di polietilene tereftalato (PET) riciclato. Le rispettive percentuali di plastiche sono risultate essere pari al 59,3% per le Eu-con, al 41,9% per le Am-con e al 15,9% per le Eu-org.

Le microplastiche sparite

Tra il 2021 e il 2023, prima in Germania e poi negli USA e in Canada, i ricercatori hanno lavato con acqua, asciugato a 42°C e pesato alcune decine di spugne di ciascun tipo, per poi distribuirle ad altrettanti volontari. Agli intervistati hanno chiesto di utilizzarle normalmente, fornendo solo istruzioni di base. In seguito, i volontari hanno restituito le spugnette e i ricercatori le hanno pesate nuovamente, per verificare quanta plastica avessero perso e dopo quale tipo di impiego.

Nel frattempo SpongeBot sottoponeva gli stessi modelli a un numero medio di compressioni e abrasioni, imitando ciò che accade nei lavandini domestici.

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Il risultato, ottenuto anche confrontando i due tipi di dati, è stato che, a seconda della spugna, le perdite annuali di plastica, e quindi di micro- (e molto probabilmente nano-) plastiche sono risultate essere comprese tra 0,68 e 4,21 grammi per utilizzatore. Si tratta di numeri che possono sembrare piccoli, ma se si applicano a un paese grande come la Germania si capisce meglio di che cosa si tratti. In un anno, dai lavandini tedeschi (ipotizzando che ogni cittadino lavi i piatti anche a casa e a mano) potrebbero giungere negli scarichi tra le 57,5 e le 355 tonnellate di plastica.

Ovviamente, le spugne che rilasciano di meno sono quelle biologiche, nelle quali la percentuale di polimeri (vergini o riciclati) è nettamente inferiore. Per questo gli autori consigliano di scegliere sempre, o tutte le volte che si può, spugne con la maggiore percentuale di fibre naturali come la cellulosa e il sisal e di utilizzarle a lungo, perché in questo modo non si alimenta troppo la richiesta di nuove spugne e, quindi, di nuova plastica.

© Riproduzione riservata. Foto: AdobeStock, Environmental Advances

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