Nei vegani il microbiota intestinale è più favorevole, ma una dieta poco varia rischia di ridurne la biodiversità
Per i vegani i vantaggi partono dall’interno: un’alimentazione che si basa esclusivamente su alimenti di origine vegetale, se bilanciata, può essere associata a numerosi benefici per la salute, rispetto a una che preveda anche fonti alimentari animali. I motivi sono diversi, non del tutto noti, e ora uno studio pubblicato su Microbiome da ricercatori dell’Università di Copenaghen, in Danimarca, dell’Imperial College di Londra e dell’Université Paris-Saclay fornisce una spiegazione per ciò che riguarda uno degli aspetti più importanti: gli effetti sul microbiota intestinale. Diversi indici suggeriscono che, nei vegani, la situazione sia generalmente più favorevole rispetto agli onnivori. Tuttavia c’è una condizione fondamentale da rispettare, affinché questo si verifichi.
Il confronto
Nell’indagine sono stati attentamente analizzati il sangue, le urine e le feci di 75 persone con un’alimentazione stabilmente vegana e altrettante con una dieta onnivora, anche in quel caso consolidata. Oltre a verificare la presenza delle specie batteriche e le proporzioni reciproche tra le popolazioni di microrganismi, i ricercatori hanno quantificato diversi marcatori associati ad alcune patologie metaboliche e non trasmissibili, per stimare il rischio di ciascuno dei partecipanti.
Il risultato è stato chiaro: chi segue un’alimentazione esclusivamente vegetale ha una maggiore presenza di specie batteriche considerate “buone”, in particolare di quelle che metabolizzano le fibre e gli zuccheri, entrambe classi di nutrienti che sono risultate anche assunte in quantità superiori dai vegani rispetto agli onnivori. Proteine e grassi, invece, sono risultate essere inferiori: nei vegani il 12% delle calorie arrivava dalle proteine, negli onnivori il 17%. In più, i vegani avevano una buona presenza di Blastocystis — un microrganismo eucariote che è stato associato a una pressione sanguigna più bassa —, meno geni virali e meno batteriofagi (i virus che infettano i batteri) virulenti.
Anche i marcatori dell’infiammazione nel sangue, così come i profili dei lipidi e degli zuccheri del sangue sono risultati tutti a favore di una dieta vegetale. Tuttavia è emerso un aspetto cruciale, da tenere in considerazione: le conseguenze sulla biodiversità del microbiota a seconda della dieta.

Come una foresta pluviale
Anche se il profilo delle specie mostra un beneficio per quanto riguarda la presenza di batteri considerati positivi, in alcuni individui si manifesta un aspetto molto meno positivo, e cioè la perdita di biodiversità intestinale. Ci sono più specie “buone”, ma la varietà è inferiore rispetto a quella che si riscontra nell’intestino di chi mangia un po’ di tutto. E questo, come è noto ormai da anni, non è un dato positivo e può avere ripercussioni, oltreché sulla digestione, sul sistema immunitario, sul funzionamento del cervello e su tutto il metabolismo.
Come hanno sottolineato gli autori, il microbiota intestinale è come una foresta pluviale: è un ecosistema estremamente complesso, il cui stato di salute è tanto più elevato quanto maggiore è il grado di biodiversità, mentre se quest’ultima si impoverisce le conseguenze sono tutt’altro che favorevoli. E questo è esattamente ciò che si vede in quei vegani che, probabilmente a causa di una dieta poco varia e non ben bilanciata, assumono troppo poche proteine. La buona notizia è che è possibile intervenire, senza modificare l’impianto generale della dieta: basta aumentare contemporaneamente la varietà di alimenti vegetali e le proteine, per esempio inserendo frutta a guscio, semi di chia, quinoa, lenticchie e fagioli.
La prova della varietà alimentare
La controprova è nei vegani che, invece, hanno un’alimentazione varia e con un apporto di proteine sufficiente: nel loro intestino la biodiversità delle specie è paragonabile a quella che si vede negli onnivori, mentre sangue e urina confermano che diversi indici metabolici sono sotto controllo, quando non positivi.
Al contrario, negli onnivori si trovano metaboliti come la trimetilammina-N-ossido e il p-cresil-solfato, derivanti da specie negative e associati a possibili conseguenze su reni e metabolismo, perché in loro la quantità di specie non positive è significativamente più elevata.
I ricercatori hanno condotto lo studio su un numero relativamente piccolo di persone, che non consente di trarre conclusioni definitive ma solo di raccogliere indicazioni. Il lavoro conferma comunque altre indagini orientate nella stessa direzione, come la ricerca del 2025 coordinata dall’Università di Trento. In quel caso, gli autori hanno messo a confronto il microbiota di 21.500 persone tra vegani, vegetariani e onnivori, facendo emergere una forte correlazione tra l’alimentazione e la composizione della flora batterica.
In generale, dare più spazio ai vegetali è sempre positivo, a patto che se ne scelgano di diverso tipo, e che tra questi ve ne siano sempre ad alta concentrazione di proteine: in quel caso, il microbiota ringrazia.
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Giornalista scientifica


