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Le mascherine possono rilasciare sostanze pericolose nell’acqua: rischi per ambiente e salute secondo i ricercatori

Le mascherinelo ha ribadito nei giorni scorsi l’Oms – salvano la vita. Ma poiché, a livello mondiale, la produzione è gigantesca (200 milioni al giorno solo in Cina) e il loro utilizzo non va al di là di pochi giorni, il rischio per l’ambiente e per la salute umana a esse associato è oggetto di grande preoccupazione. Lo hanno sottolineato i ricercatori dell’Università britannica di Sweansea, in uno studio appena pubblicato su Water Research che pone molti interrogativi e si conclude con un accorato appello per una regolamentazione più stringente e uniforme a livello internazionale, e con la richiesta di condurre indagini dedicate per colmare le tante lacune esistenti.

Gli autori hanno preso sette mascherine tra le più comuni e hanno fatto un gesto semplice: le hanno immerse in acqua, che è stata poi filtrata per poi analizzare tutto ciò che eventualmente fosse stato rilasciato. Il risultato è stato che, anche senza alcuna sollecitazione meccanica o termica, nell’acqua si ritrova un po’ di tutto: inchiostri, surfattanti, polietilenglicole, fibre di dimensioni micro e nanometriche di diversi polimeri plastici e di silicone, residui organici e inorganici e, soprattutto, metalli tossici quali cadmio, rame, piombo e antimonio.

Secondo lo studio, le mascherine monouso possono rilasciare nell’acqua sostanze pericolose

Tutte queste sostanze – sottolineano gli autori – sono presenti a volte in concentrazioni significative, e comportano rischi per la salute umana, oltreché per l’ambiente, dove vanno ad accumularsi tanto nei terreni e nelle acque, quanto negli animali. Inoltre, via via che aumentano le tipologie in commercio e sono disponibili mascherine colorate, delle più diverse forme e tipologie, con decorazioni e disegni (anche per bambini), aumenta la possibilità che siano confezionate con materiali eterogenei, sui quali non c’è alcun controllo. 

Ma se queste sostanze sono rilasciate in acqua per semplice immersione, oltre a disperdersi nell’ambiente, è evidente che possono essere diffuse anche con l’umidità del respiro, e che, soprattutto da parte di chi non può fare a meno di indossarle per molte ore ogni giorno (come il personale sanitario e possono esporre al rischio di pericolosi accumuli, per esempio, chi lavora nella grande distribuzione). E purtroppo mancano dati sugli effetti specifici legati al tipo di mascherina, e alle modalità di utilizzo. Sarebbe quindi urgente produrre questi dati, per poter identificare, almeno a livello di singolo stato o internazionale, le specifiche minime che tengano insieme protezione dal Sars-CoV-2 e sicurezza per le persone e l’ambiente.

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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