Veterinario inietta farmaci o vaccini a suinetti in allevamento di maiali

Pig examination at laboratory. Healthcare industry, veterinarian checking pig health.Tra il 2015 e il 2019, nel Regno Unito, nei maiali da allevamento l’impiego di amminoglicosidi, antibiotici molto importanti per la salute umana, è raddoppiato, passando da 2,6 a 5,9 mg per chilogrammo di peso. Lo hanno scoperto i giornalisti del consorzio investigativo Bureau of Investigative Journalism entrati in possesso di documenti riservati delle aziende del settore della carne, e lo hanno confermato il Guardian, la rivista scientifica per veterinari Vet Record e una delle principali pubblicazioni scientifiche del Paese, il British Medical Journal, che hanno preso visione delle carte. 

Non si tratta di situazioni secondarie: tra i responsabili dell’uso disinvolto di queste molecole vi sono i fornitori delle principali catene della GDO come Tesco e Waitrose, le quali hanno subito ammesso di ricorrere a carne di animali trattati con gli antibiotici, ma di farlo responsabilmente. La preoccupazione nasce dal fatto che gli amminoglicosidi sono nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms, e dovrebbero quindi essere utilizzati con estremo scrupolo; tra di essi, infatti, rientrano molecole ancora molto impiegate per le più diverse infezioni umane, nonostante la resistenza sia in crescita: amikacina, tobramicina, gentamicina, neomicina e streptomicina. 

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Negli allevamenti di maiali che riforniscono di carne i supermercati britannici è aumentato l’uso di una classe di antibiotici importante per la salute umana

Oltre alla situazione generale, già molto preoccupante, anche quelle specifiche non tratteggiano un quadro migliore. Tesco, per esempio, ha reso noto un aumento del 51% (su base annua) dell’uso complessivo di antibiotici negli allevamenti da cui ottiene la sua carne di maiale: tra i suoi fornitori del Regno Unito e della Danimarca, l’uso di antimicrobici (di tutte le categorie, e non solo amminoglicosidi) è infatti passato da 60,5 mg/kg a 91 mg/kg nell’anno (finanziario) conclusosi a marzo 2020.

Secondo alcuni commentatori, la spinta all’utilizzo massiccio degli antibiotici nasce dal divieto europeo di utilizzare l’ossido di zinco, prima permesso e ampiamente diffuso come antibatterico, e dalla dismissione di altri antimicrobici come la colistina, paradossalmente banditi per evitare l’insorgere di nuove resistenze. Il vuoto sarebbe stato colmato con gli altri farmaci ancora disponibili, senza pensare troppo al fatto che fossero gli stessi previsti per gli esseri umani.

Nel 2018, però, l’EMA aveva già affermato che “l’uso di aminoglicosidi nella medicina umana e veterinaria è associato all’aumento della prevalenza della resistenza”, citando come esempio i ceppi di E. coli resistenti, di Salmonella e di MRSA (Staphilococcus aureus resistente alla meticillina) e invitando a prendere provvedimenti per invertire la tendenza. Non solo. Ci sono prove che l’uso negli allevamenti di almeno uno di questi farmaci, l’apramicina, possa far acquisire ai batteri la resistenza alla gentamicina: test condotti su prodotti in vendita nei supermercati hanno già mostrato la presenza di carne di maiale contaminata proprio da E. coli resistente alla gentamicina. Un autentico rischio per le persone.

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È stata documentata la presenza nei supermercati di carne di maiale contaminata da E. coli resistente alla gentamicina, antibiotico usato in medicina umana

Infine, anche i dati raccolti in singole fattorie dal team del Bureau sono preoccupanti: in un allevamento, per esempio, ai suini sono stati regolarmente somministrati questi farmaci, in media una volta al giorno, per quattro mesi. In un altro, a più di 2 mila animali è stata data acqua medicata con antibiotici tre volte per un mese, e così via. Le pratiche scorrette, ingiustificate e pericolose sembrano essere quindi piuttosto diffuse.

Secondo la National Pig Association, i produttori sono costantemente impegnati a ridurre l’uso di antibiotici e hanno già raggiunto una diminuzione del 62% rispetto al 2015. Ma non possono rinunciarvi del tutto perché tenere sotto controllo le infezioni negli allevamenti è a sua volta una priorità importante per evitare la diffusione delle zoonosi. Tuttavia lo sforzo, visti i numeri emersi da documenti non resi pubblici spontaneamente dalle aziende, non sembra essere davvero in cima alle priorità dei produttori di suini inglesi.

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com

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Claudio
Claudio
8 Luglio 2021 16:04

Chi è causa del suo male, pianga se stesso.

Le zoonosi future, infezioni o malattie che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente tra gli animali e l’uomo, faranno passare ia covid-19 per acqua fresca.

Chi sperava che dalla pandemia l’umanità imparasse qualcosa e si adoperasse in tal senso, rimarrà deluso.

gianni
gianni
9 Luglio 2021 13:36

Leggendo il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza ( PNCAR ) 2017-2020
https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2660_allegato.pdf
si avverte l’impegno (ideale) delle autorità a combattere l’effetto collaterale pericoloso di decenni di utilizzo incorretto degli antibiotici negli allevamenti, appunto sottolineando l’importanza e urgenza del problema.
Utilizzo che è cresciuto in maniera abnorme anche a causa del sistema intensivo, con condizioni insalubri per gli animali, ma ha ricevuto un impulso sostanziale dalla constatazione che il reddito aumentava con l’utilizzo preventivo degli antibiotici ( ovvero malevolo utilizzo di informazioni scientifiche tollerato e sottovalutato per lungo tempo da quasi tutti salvo poche eccezioni)……
A prima vista, senza conoscere bene la situazione inglese, sembra che il comportamento errato sia ancora presente, sviato e addolcito con vuote parole degne del peggior tubolario ( per i più giovani… il tubolario era un insieme di parole roboanti in uso qualche decennio fa per dire il nulla più assoluto in maniera pomposa e impressionante, era usato soprattutto dai politici ed è ancora discretamente in uso ).
Abbiamo recentemente appreso, e alcuni ne gioiscono, che il consumo antibiotico per animali nel 2017-2018, per la prima volta da decenni è stato inferiore al consumo sugli umani, ma si parla ancora di valori molto alti ( oltre 100 mg/kg) anche rispetto ai dati riportati in questo articolo, dati di utilizzo che ci pongono ai primissimi posti in Europa, quindi l’andamento è in miglioramento da alcuni anni ma deve assolutamente essere consolidato ed i valori abbassati perchè siamo ancora oltre ogni ordine prudenziale e così non si limita niente.
Senza contare che i quantitativi di biocidi rilevati dai circuiti legali non considerano il flusso della più o meno vasta rete di approvvigionamento illegale a mezzo web di cui ogni tanto sentiamo parlare.
Vero che l’attenzione va soprattutto rivolta a quelle sostanze che sono contemporaneamente in uso nei trattamenti su animali e umani ma dubito che si conoscano esattamente gli effetti complessivi di ogni sostanza utilizzata sia singolarmente che in cocktail e non interessa più solo i consumatori diretti ma tutti quanti volenti o nolenti.
Niente di intelligente da dire sulle zoonosi, dirette e inverse, si parla già troppo senza che nessuno abbia le idee chiare…………….