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Macelli & Covid-19, oltre 1.300 contagi in un impianto in Germania. Continua l’emergenza nei centri per la lavorazione della carne

Il numero che fa paura, in Germania, è 2,88: un valore dell’ormai famoso parametro R0 che non si vedeva dai giorni più bui (oggi, in Italia, è circa 0,8), e che ha portato alla dichiarazione di due nuove zone rosse in Nordreno-Vestfalia, nella regione dove ci sono gli stabilimenti della Tönnies, grande azienda di macellazione, e dove, finora, si sono contati oltre 1.300 nuovi contagi in pochissimi giorni.

La crisi tedesca, di cui dà conto, tra gli altri, la Reuters, si iscrive in una lunga scia, che nelle ultime settimane ha visto via via protagonisti i macelli in Irlanda, Paesi Bassi, Francia, Regno Unito (quasi 100 casi negli ultimi giorni), Spagna, Canada, Stati Uniti (dove ci sono stati 24 mila contagi e un centinaio di vittime in circa 200 impianti, come ha raccontato la BBC in un dettagliatissimo resoconto) e Italia, dove lo stabilimento Siciliani di Palo del Colle (Bari) è rimasto chiuso per giorni in seguito a 71 contagi. 

Cutting meat in slaughterhouse
Focolai di Covid-19 sono scoppiati in numerosi macelli di tutto il mondo, Stati Uniti in testa, con 24 mila contagi e 100 morti in 200 impianti

D’altro canto, in Cina, il contagio che sta interessando Pechino ha avuto come epicentro il mercato alimentare di Xinfadi, mentre a Yulin, nonostante gli annunci di qualche settimana fa, il 21 giugno è iniziato il tradizionale festival annuale della carne di cane (da mangiare, s’intende: l’anno scorso ne sono stati uccisi 3 mila nei dieci giorni dell’evento), tra le proteste di moltissime organizzazioni ambientaliste e per la tutela degli animali e l’allarme di tutte le autorità sanitarie mondiali sul permanere di pratiche giudicate estremamente pericolose come la macellazione in situ degli animali.

La fonte di un possibile ritorno del virus è dunque la carne? Non proprio. Per quanto riguarda i macelli, le condizioni per la diffusione del Sars-CoV-2 sono quasi ideali. Intanto la temperatura è fredda, e questo piace al coronavirus. Poi gli addetti lavorano spesso a stretto contatto gli uni con gli altri, e poiché i rumori sono molto forti, ogni volta che devono comunicare devono anche urlare, favorendo così la formazione e la diffusione delle droplets, le goccioline respiratorie attraverso cui si sposta il virus. Inoltre in molti paesi – Germania in testa – la macellazione è oggetto di subappalti che, con un complesso sistema di cooperative, affidano il lavoro a immigrati. Lavoratori che hanno meno tutele sanitarie rispetto ai tedeschi, che non sono equipaggiati con i dispositivi di protezione, e che vengono alloggiati in abitazioni sovraffollate e sottoposti a meno controlli. Nel caso della Germania, si tratta quasi sempre di lavoratori che arrivano da paesi dell’Europa dell’Est, affrontando viaggi in pullman che durano molte ore e che rappresentano un formidabile strumento di diffusione. Nessuna prova, invece, che la contaminazione arrivi direttamente dalla carne. 

Butcher group and friends works in a slaughterhouse and cuts raw beef
Nei macelli, ma non solo, si trovano le condizioni ideali per la diffusione del coronavirus: ambiente freddo e lavoratori a stretto contatto, spesso immigrati con minori tutele

Una dimostrazione indiretta è in una crisi speculare, anche se per ora meno grave: quella del contagio che sta colpendo i lavoratori delle aziende di confezionamento di frutta e verdura degli Stati Uniti, che per molti aspetti si trovano in condizioni analoghe a quelle dei lavoratori tedeschi. 

Anche per quanto riguarda la crisi cinese, non ci sono prove che la carne o il cibo in generale siano stati la fonte dei nuovi contagi, anche se molti campioni prelevati dalle sezioni dedicate alla carne e al pesce del mercato di Xinfadi si sono rivelati contaminati; piuttosto, sotto accusa sono il sovraffollamento e, anche in questo caso, pratiche rischiose come quelle, appunto, della macellazione in situ. La città di Pechino, inoltre, ha iniziato una serie di tamponi a tappeto sui corrieri e i fattorini che consegnano cibo e pacchi, come riferisce la Reuters in un altro reportage, trasportati molto spesso su motorini e altri mezzi non protetti, a volte per ore, da un capo all’altro della città.

Del resto, le autorità sanitarie – compreso l’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio, il BfR, che ha dedicato al tema un articolato documento con le domande più comuni – continuano a ripetere che il cibo non è il problema, mentre le modalità con cui viene lavorato, conservato e venduto possono diventarlo. Non ci sono insomma prove del fatto che il cibo sia un serbatoio di Sars-CoV-2 vitale e capace di infettare. Tuttavia la sua lavorazione, soprattutto in certe condizioni, può costituire un’importante occasione per la proliferazione e la diffusione del coronavirus.

© Riproduzione riservata

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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