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Le bucce di patata diventeranno il sacchetto per le patatine fritte

La multinazionale PepsiCo nel Regno Unito sta conducendo uno studio di fattibilità di un packaging ecologico per le patatine, ottenuto dalle bucce di patate e stima di riuscire a lanciarlo sul mercato nel giro di un paio d’anni.

Secondo il sito FoodNavigator, lo ha raccontato il presidente di PepsiCo UK & Ireland Richard Evans, intervistato da Bbc Radio. L’azienda sta cercando di capire se l’amido recuperato dalle bucce delle patate usate nello stesso processo di produzione dello snack, possa essere trasformato in un imballaggio eco-friendly e biodegradabile. «In effetti, vista la collosità dell’amido, se ne potrebbe ricavare un impasto e quindi uno strato piatto, da stabilizzare e trasformare in un “film” plastico». 

Lo stabilimento di produzione delle patatine della multinazionale di cibo e bevande di Leicester è il più grande del mondo nel suo genere. Attualmente le bucce di patate scartate nel processo di lavorazione vengono destinate all’alimentazione animale o riciclate in altri modi.

Il gruppo ha già messo a punto sacchetti per le patatine fatti con la cellulosa ricavata da polpa di legno di risorse rinnovabili e sostenibili, come le foreste certificate dal Fsc ( Forest Stewardship Council).

I sacchetti di cellulosa, per altro, hanno la tendenza a scricchiolare e ad essere troppo rumorosi.  Questo “difetto” è  risultato sgradito ai consumatori di varie marche di snack, che hanno registrato un calo di vendite dopo aver adottato il nuovo materiale.  

Nel frattempo, alcuni ricercatori della University Sain Malaysia, in Malaysia, hanno ideato un imballaggio derivato dalla buccia di frutta tropicale, come banane, rambutan e chempedak. Il “Fruitplast” risulterebbe resistente, oltre che economico da produrre.

Il capo del progetto, Hanafi Ismail, ha detto che l’idea di produrre materiale per imballaggio dalle bucce della frutta, è dovuta al probabile  incremento  pari al 30 % della disponibilità di materia prima nel prossimo anno.

«I polimeri biodegradabili attualmente disponibili nei Paesi occidentali, come l’acido polilattico (PLA) e il policaprolattone, sono almeno 8 volte più costosi dei derivati del petrolio non biodegradabili, come il polietilene (PE) e il polipropilene (PP)», ha sottolineato il ricercatore.

Si stima che il Fruitplast sia il 10 % meno costoso delle materie plastiche basate sul petrolio e che degradi in un periodo che va da tre a sei mesi, oltre a poter competere sul piano della qualità con gli altri materiali attualmente disponibili.

Mariateresa Truncellito

Foto: photos.com

 © Il Fatto Alimentare 2010 – Riproduzione riservata

 

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