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Alpro “non è lat*e”: l’etichetta ammiccante della bevanda vegetale può essere fuorviante?

Gentile redazione, al supermercato mi sono trovata di fronte alla bevanda a base di avena Alpro così etichettata. Non ho avuto dubbi, perché conosco i prodotti Alpro e ho trovato divertente la scelta di scherzare sul divieto di definire latte le bevande vegetali che lo sostituiscono. Credo che formalmente l’etichetta sia corretta, perché c’è scritto ‘questo non è lat*e’, oltretutto  con una sola t, inoltre la confezione riporta correttamente la dicitura ‘bevanda al gusto di latte’ e l’ingrediente principale ‘avena’. Ho visto però che questa scelta ha già provocato qualche polemica e mi chiedo se un’etichetta di questo genere possa essere considerata fuorviante. Cosa ne pensate? 

Paola

La risposta del produttore

Il nome del prodotto è stato appositamente scelto per evidenziare e rendere consapevoli i consumatori che si tratta di un prodotto 100% vegetale che, pur simile nel gusto e nella texture al latte, ha un differente profilo organolettico e nutrizionale. Il nostro nuovo prodotto vuole marcare, nella denominazione e nella sostanza, questa differenza. Le informazioni contenute nell’etichetta del prodotto – come la dicitura ‘Avena’ – informano, in maniera trasparente,  di che prodotto si tratta senza nessun profilo di ingannevolezza verso il consumatore.

Il parere del Ilfattoalimentare 

A nostro avviso le diciture  non aiutano il consumatore a capire subito la natura della bevanda. Fra le scritte c’è scritto ‘bevanda all’avena’ ma l’attenzione dell’acquirente è chiaramente focalizzata verso la parola ‘Lat*e’ senza la ‘T’, riportata in caratteri tipografici molto grandi sulla parte frontale della confezione. Questo modo di vendere bevande vegetali, richiamando in modo vistoso il prodotto latte non ci sembra opportuno. D’altro canto  basta leggere gli ingredienti per rendersene conto: preparazione di avena (acqua, avena (8,7%), fibra di radice di cicoria, olio di girasole, carbonato di calcio , sale marino, stabilizzante (gomma di gellano), vitamine (B2, B12, D2), senza latte e derivati del latte.

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Roberto La Pira

  Sara Rossi

giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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8 Commenti

  1. Mi è capitato un fatto in qualche modo simile. Una bevanda che in etichetta indicava fosse di 3 frutti. Per caso leggo la lista ingredienti e ci trovo anche succo di mela (forse come ingrediente dolcificante, a volte viene usato a questo fine credo), in quantità tra l’altro non trascurabile, se ricordo il 10%. Io sono allergico alla mela, sebbene questo alimento credo non rientri nella lista che devono essere indicati come allergeni (e peraltro a me risulta che le persone con allergia alla mela sono tante, pare strano ma tra quelle alla frutta è tra le più diffuse).
    In generale, se io compro un succo alla pera, mi aspetto di non dover andare a vedere gli ingredienti per scoprire se per caso contiene anche fragole o noci, per dire… Se ci sono, non mi dovresti scrivere succo di pera, ma succo di pera con fragole e noci… C’è gente che per questi equivoci magari si prende un bello shock

  2. Effettivamente, anche io, quando vado dal fruttivendolo e vedo “Cuore di Bue”, mi viene un bello spavento, credendo che sia un prodotto animale e non il classico pomodoro.
    Altresì stavo comprando dei biscotti, all’Esselunga, prodotti dalla loro pasticceria. Biscotti chiamati “Occhio di Bue”… non li ho comprati perché gli occhi di bue mi risultano indigesti.

  3. Daniela Curcumi

    …per non parlare dei moscardini nel menu dei ristoranti al mare: ma come, qui si mangiano topolini fritti? Devo chiamare i NAS, la ASL e chi più chiamo, meglio è?
    Ah, no, per fortuna mi comunicano dalla regia che sono molluschi (grazie).
    Per favore, non esageriamo. Una bevanda venduta con la scritta “NON E’ LATTE” da chi può essere scambiata per latte? La grafica è gradevole, infatti ci sono grafici professionisti che studiano anni per rendere il prodotto accattivante attraverso il packaging: non si può ridurre la presentazione esterna a un bugiardino di medicinale, magari con le indicazioni “Arial 60” dei componenti, delle qualità nutritive, degli eventi avversi e dell’opportunità di evitare l’acquisto.
    Ci stiamo veramente trattando da “consumatori”, cioè fattori di consumo, tipo idrovore non senzienti, non come persone alfabetizzate, maggiorenni, con capacità di analisi e di scelte. In genere chi esercita la facoltà di acquisto ha anche la patria potestà, esercita il diritto di voto, ha molte responsabilità civili e penali. Non è che al supermercato perde tutto questo e diventa un essere binario, che reagisce al codice verde=buono – rosso=diavoletto.
    L’educazione alimentare è una questione seria, ma si impara dalla più tenera età in famiglia, poi nella società, a partire dalla scuola, tanto che in Italia ci guardiamo bene dal consumare alcune “specialità” anglosassoni o teutoniche (e anche gli insetti, pur raccomandati dall’OMS, stentano ad entrare nelle nostre preparazioni: ricordiamoci che a suo tempo ci hanno bacchettati per “su casu marzu”!!! Come si fa ad ascoltarli?),anche se non ci hanno ancora somministrato formazione specifica a riguardo.
    Non si possono stroncare continuamente etichette e preparazioni perché il “consumatore” fa finta di non capire… o vuole vincere una causa sul modello di quelle epiche statunitensi!
    Cordialità.

    • Approvo. Meglio non poteva essere spiegato.
      E se il consumatore che va di fretta si sbaglia, ha due alternative (come già ben spiegato da altri lettori in un altro articolo): lo butta, imprecando contro la fretta e contro il destino cinico e baro, oppure lo assaggia e magari scopre qualcosa di nuovo.

  4. concordo con la perplessità di Paola e con la risposta della redazione

  5. In risposta a Daniela Curcumi
    – da chi può essere scambiata per latte?
    Da chi fa la spesa velocemente
    -La grafica è gradevole, infatti ci sono grafici professionisti che studiano anni per rendere il prodotto accattivante attraverso il packaging: non si può ridurre la presentazione esterna a un bugiardino di medicinale
    Beh, io della grafica me ne faccio un baffo e comunque non pretendo un bugiardino ma la trasparenza sugl’ingredienti
    -persone alfabetizzate, maggiorenni, con capacità di analisi e di scelte
    La pubblica vendita prevede l’accesso a tutte le tipologie di persone. Anche quelle che non hanno queste caratteristiche o non ne dispongono nel momento dell’acquisto. La comunicazione non è un Far West ma soggetta a delle regole
    -L’educazione alimentare è una questione seria, ma si impara dalla più tenera età in famiglia, poi nella società, a partire dalla scuola
    Un auspicio che non trova molti riscontri nella realtà
    -Non si possono stroncare continuamente etichette e preparazioni perché il “consumatore” fa finta di non capire
    Attribuire al consumatore un potere che non ha (purtroppo) è pretestuoso. E pensare che finga, rende il consumatore implicitamente parte attiva in scelte di marketing che (purtroppo) non ha e rappresenta un giudizio del tutto gratuito anche verso chi ne tutela gl’interessi
    Cordialità

  6. Non sono d’accordo con la risposta della redazione

    • Questa etichetta a mio parere non da adito a nessun fraintendimento. Chiamare in maniera completamente fantasiosa dei prodotti nuovi che si presentano sul mercato e che possono essere usati in alternativa ad altri più tradizionali non darebbe una corretta informazione al consumatore che non capirebbe a colpo d’occhio di che si tratta. Giusto tutelare prodotti a denominazione d’origine, ma per gli altri penso sia sufficiente non chiamarli allo stesso modo.

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