Donna anziana controlla la data di scadenza di un prodotto alimentare supermercato frigo etichetta prodotti

La data di scadenza e il termine minimo di conservazione (Tmc) potrebbero o, per meglio dire, dovrebbero avere i giorni contati. Sono eredità di un periodo molto diverso da quello attuale, nel quale la tecnologia non permetteva di andare oltre la definizione di una durata media di un alimento. Parametri che, se hanno assicurato un miglioramento della sicurezza alimentare, hanno anche reso inevitabile un grande spreco, oggi del tutto ingiustificabile. E poiché oggi sono disponibili tecnologie che costano pochissimi centesimi, estremamente efficaci da diversi punti di vista, e che potrebbero facilmente rimpiazzare la data di scadenza, è necessario che i governi intervengano. Eventuali aumenti dovuti agli adeguamenti delle confezioni non si devono ripercuotere sui consumatori, che devono anche essere adeguatamente informati su come vadano letti e interpretati i nuovi sistemi.

Data di scadenza superata

È un appello accorato, quello che giunge dalle pagine di Nature Reviews Bioengineering dai ricercatori della McMaster University, in Canada, che da anni lavorano sui dispositivi intelligenti per le confezioni di cibi e bevande. Se infatti si inserissero nei packaging i chip, i sensori e tutto ciò che è oggi disponibile, e che in genere costa pochissimo, ricordano, ci sarebbero una drastica riduzione dello spreco, e un controllo assi più stringente sulle possibili contaminazioni, perché i dispositivi oggi permettono di verificare direttamente la presenza dei batteri più diffusi quali le salmonelle, le listerie o gli escherichia coli. Per questo – scrivono ancora – gli eventuali fondi pubblici investiti per aiutare i produttori nella transizione, sarebbero ampiamente ripagati dai risparmi (quantificabili in svariati miliardi di dollari all’anno) in sanità pubblica, e da quelli derivanti dalla diminuzione dello spreco.

Confezioni di carne di manzo e di pollo
I dispositivi oggi permettono di verificare la presenza dei batteri più diffusi quali le salmonelle, le listerie o gli escherichia coli

Affinché ciò avvenga, però, è necessaria un’ampia discussione pubblica, che coinvolga in primo luogo le agenzie regolatorie e i decisori politici. Lo sforzo necessario (organizzativo, culturale ed economico) è notevole, ma non più rinviabile, perché la data di scadenza appare sempre di più come obsoleta e insufficiente.

I dispositivi utilizzabili

Negli ultimi anni, scrivono ancora i ricercatori canadesi, sono stati approvati numerosi dispositivi, tutti estremamente economici, che potrebbero essere utilizzati.

Per fare qualche esempio, solo il loro gruppo, dal 2018 a oggi ha brevettato:

  • Sentinel Wrap: involucro di plastica in grado di rilevare e segnalare visivamente quando prodotti come carne, formaggio o prodotti agricoli sono avariati;
  • un test portatile che, grazie a lettori specifici, fornisce risultati in tempo reale, e premette a grossisti e dettaglianti di rilevare, isolare e ritirare lotti specifici di merci avariate (contaminate da salmonella) prima che possano essere vendute. In questo modo previene i richiami su larga scala, che possono interessare intere categorie di alimenti;
  • Lab-on-a-package: un test di dimensioni molto ridotte, che si auto-attiva, da inserire nelle confezioni di pollo, pesce o carne, e che dà un segnale visibile quando il prodotto è andato a male;
  • un gel vaporizzabile, del tutto sicuro, composto da batteriofagi (i virus che hanno come bersaglio i batteri), che elimina i batteri nocivi che causano la contaminazione degli alimenti.

Altri gruppi hanno realizzato sistemi analoghi, per esempio con chip intelligenti, o sensori di vario tipo. Ciò che manca non è, quindi, la tecnologia accessibile ed efficace, ma la volontà di utilizzarla.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com

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Paoblog
Paoblog
22 Maggio 2024 14:15

Mi chiedo sempre perchè usare il termine “packaging” piuttosto che Imballo, Imballaggio o Confezione”

alberto tadini
alberto tadini
Reply to  Paoblog
23 Maggio 2024 08:21

perché fa più scena; così chi legge pensa: “ma che figo…”.
Molto frequentemente questi bei tomi non sanno né parlare italiano né utilizzare correttamente l’inglese

giova
giova
Reply to  Paoblog
8 Giugno 2024 10:56

Condivido.
Chi scrive si adegua al lessico anglofono di moda e se non lo fa non è seguito/letto, o addirittura viene criticato.

Dnidny
Dnidny
Reply to  giova
18 Luglio 2024 09:28

Confezione? Ecche vo’ dì?