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La grande isola di plastica del Pacifico è soprattutto colpa di pesca e acquacoltura

Rifiuti di plastica raccolti dalla Great Pacific Garbage Patch dalla no profit Ocean Cleanup e trasportati su una naveIn mezzo all’Oceano Pacifico, tra Giappone e Stati Uniti, a Nord delle Hawaii, c’è un’enorme isola galleggiante di plastica chiamata Great Pacific Garbage Patch (GPGP). Avvistata per la prima volta nel 1997 da una barca che stava andando dalle Hawaii in California, è stata descritta come un enorme agglomerato compatto di spazzatura alla deriva, formato (è stato stimato in seguito) da 1,8 trilioni di pezzi di plastica. Sulla sua origine e composizione finora c’erano poche certezze (e molte leggende), anche se si è sempre ritenuto che quei rifiuti arrivassero soprattutto dai fiumi e fossero finiti in quel remoto angolo di mare a causa dell’andamento delle correnti. 

Poi uno studio del 2018 dell’associazione no profit Ocean Cleanup, con sede nei Paesi Bassi, e inventrice di un metodo per ripulire le acque dalla plastica, aveva iniziato a mostrare cosa non tornava, rispetto a quell’ipotesi. Circa la metà di quella massa era formata da rete e corde provenienti dai pescherecci. In quel momento, però, non era stato possibile determinare la provenienza dei rifiuti restanti, oggetti in plastica dura e frammenti di vario tipo. Per questo nel 2019 Ocean Cleanup ha deciso di vederci più chiaro, e ha raccolto oltre 6mila oggetti e frammenti galleggianti (con un diametro di almeno 5 centimetri) per un totale di circa 547 chili di materiali plastici, e li ha portati in laboratorio per analizzarli. I ricercatori hanno catalogato gli oggetti (in un terzo dei casi non è stato però possibile), e cercato di risalire alla data di produzione e all’origine geografica in base a codici, scritte, tipologia, lingua e perfino numeri di telefono trovati sui detriti.

Sistema di rimozione dei rifiuti dalle acque sviluppato dalla no profit Ocean Cleanup
L’organizzazione no profit Ocean Cleanup ha sviluppato un sistema per rimuovere i rifiuti di plastica galleggianti negli oceani

I risultati, pubblicati su Scientific Reports, sono abbastanza sorprendenti, innanzitutto perché contraddicono definitivamente l’idea dell’inquinamento fluviale. La stragrande maggioranza dei detriti (una percentuale compresa tra il 75 e l’86% del totale)  proviene dai pescherecci o comunque dal settore della pesca, acquacolture comprese, ed è composta da reti, contenitori per il gasolio, cordami di vario tipo, secchi e catini, contenitori di plastica per il pesce, accessori per l’acquacoltura dei molluschi e per la cattura dei crostacei e delle anguille, boe (una delle quali era addirittura del 1966), indumenti da pescatore, galleggianti e quant’altro. 

Per quanto riguarda la provenienza, un terzo arriva dal Giappone (potrebbe esserci stato un contributo non secondario dello tsunami del 2011, scrivono), e il resto da Taiwan, Stati Uniti, Corea del Sud e Cina. Da notare che si tratta di Paesi che non coincidono con quelli noti per lo straordinario inquinamento dei fiumi, a ulteriore conferma del fatto che, con ogni probabilità, i rifiuti trasportati dai fiumi restano vicino alle coste, mentre quelli che finiscono per agglomerarsi al largo provengono dalle attività di pesca. Infine, mai dimenticare la resistenza della plastica: circa metà dei frammenti arrivano da oggetti fabbricati nel Novecento, e sono quindi in giro per i mari da almeno vent’anni.

Rifiuti di plastica raccolti dalla Great Pacific Garbage Patch dalla no profit Ocean Cleanup e trasportati su una nave
Secondo lo studio tre quarti della plastica della Great Pacific Garbage Patch deriva dalle attività di pesca e acquacoltura

Lo studio è importante non solo perché aiuta a conoscere meglio le caratteristiche dell’isola galleggiante dopo più di due decenni dalle prime segnalazioni, ma anche perché dimostra come la responsabilità della contaminazione dei mari sia soprattutto dei pescherecci e dell’ acquacoltura, che dovrebbero essere responsabilizzati, quando non obbligati ad avere comportamenti diversi. Questi dati potrebbero entrare in gioco nella negoziazione del Trattato delle Nazioni Unite sull’inquinamento da plastica, una convenzione internazionale che dovrebbe portare ad accordi sul tema, iniziata nello scorso mese di marzo e tuttora in corso. I cinque paesi responsabili e, per estensione, tutti quelli costieri, potrebbero (e dovrebbero) essere chiamati a rispettare regole condivise, che tengano conto del rischio di inquinamento da plastiche provenienti dal mare.

© Riproduzione riservata Foto: Ocean Cleanup

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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