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Iap e Agcm propongono regole comuni per la pubblicità alimentare, ma le grandi marche rispettano poco i consumatori

Giovedì 18 ottobre si è tenuto a Roma un incontro organizzato dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dall’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap), sui messaggi promozionali utilizzati per i prodotti alimentari.

In sala erano presenti le associazioni di categoria, i migliori avvocati esperti di diritto alimentare, lo staff completo del Ministero della salute, i dirigenti dell’Istituto di autodisciplina e i funzionari dell’Antitrust. Insomma si trattava di un appuntamento importante, dove Il fatto alimentare è stato invitato a presentare una relazione.

 

Nell’incontro è stato auspicato un tavolo di confronto tra l’Iap, l’Agcm e il Ministero della salute per agire di concerto contro la pubblicità ingannevole dei prodotti alimentari. Ci sembra assolutamente legittimo da parte delle aziende pretendere una giurisprudenza “unica” di riferimento.

 

Esiste però una parte del mondo produttivo che cerca nuovi sistemi per aggirare le regole, e catturare in modo furbesco l’attenzione dei consumatori.

Questo aspetto non è stato esaminato nell’incontro, forse perchè stiamo parlando di aziende che investono somme rilevanti nei media, forse perchè è difficile censurare chi si muove border line riuscendo a eludere regole e sanzioni.

 

Il fatto alimentare ha segnalato più volte le multe e le censure che Nutella Ferrero ha ricevuto in Usa, in Germania e in altri Paesi per messaggi scorretti. Abbiamo anche ricordato qualche mese fa l’assurdità del dessert Gran Soleil pubblicizzato come un prodotto che aiuta la digestione (dopo la nostra segnalazione Ferrero ha cambiato pubblicità forse temendo un’azione dell’Antitrust).

 

Anche Barilla propone i nuovi biscotti frollini della linea Essere, come un prodotto con il 40% di grassi in meno senza dire che hanno lo stesso numero di calorie degli altri frollini e un prezzo raddoppiato. L’azienda è balzata agli onori delle cronache perchè in uno spot fa dire a una bambina che le merendine Flauti sono “sane”! Ma il ridicolo è stato raggiunto quando si scopre che il Mulino bianco rappresentato negli spot non è una macina per il grano ma per le olive.

 

Come non ricordare (?) la pubblicità di Coca Cola che propone alle mamme di fare pasteggiare i bambini con la bibita zuccherata. Come dimenticare il cuoco Andrea Rugiati in uno spot ambientato a Napoli dove in una festa in piazza si beve Coca Cola a go-go.

 

Probabilmente la maggior parte di questi comportamenti non verrà censurato dall’Iap e dall’Agcm, anche se siamo di fronte a messaggi molto discutibili che tendono a modificare il comportamento delle persone creando una cultura alimentare scorretta.

Nell’incontro di Roma dopo avere ripetuto questi concetti con una certa amarezza, ho invitato le aziende a continuare così, perchè ci sono moltissime probabilità di farla franca. I motivi sono diversi: l’Antitrust pubblica solo 6-7 sentenze ogni anno e lo Iap altrettante e in queste condizioni c’è quasi la matematica certezza di portare a termine le campagne pubblicitarie senza intoppi, oppure di pagare multe irrisorie (per queste società) dopo 6 o 12 mesi.

 

L’amarezza deriva da questo senso di impunità e dall’arroganza di certe aziende che non hanno etica e non rispettano i consumatori.  Ferrero, Barilla e Coca Cola sono state censurate più volte nel corso degli anni, ma nonostante ciò continuano imperterrite nel loro percorso. Per fortuna molte imprese seguono altri percorsi e usano gli spot in modo intelligente, riuscendo a catturare l’attenzione dei consumatori in modo corretto.

 

Vorrei concludere con una riflessione che ci ha inviato Alfredo Clerici (tecnologo alimentare, collaboratore di Newsfood.com) sapendo dell’incontro di Roma.

Caro direttore,

in occasione di questo convegno (al quale certo presenzierà autorevolmente) le segnalo un paio di considerazioni, a mio avviso meritevoli di approfondimento. L’Ue (oltre che il semplice buon senso) ci insegna che le sanzioni, per essere utili, devono essere, tra l’altro, PROPORZIONATE e DISSUASIVE. La realtà, come ben sai, è un pochino diversa. Come può definirsi proporzionata una sanzione di poche migliaia di euro comminata a fronte di campagne pubblicitarie che hanno fruttato al furbetto cifre ben più alte. E come può essere efficace un provvedimento che, per quanto severo, viene conosciuto solo da pochi addetti ai lavori, mentre sarebbe ben più dissuasivo, appunto, imporre al colpevole di diffonderne i contenuti con gli stessi mezzi (TV, stampa) che per mesi hanno bombardato i consumatori.

 

Roberto La Pira

 

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Un commento

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    Dovrebbero avere pene più severe queste aziende,perchè colpevoli di rovinare la salute delle persone,soprattutto dei giovani,ma il profitto in questa società viene prima della salute