Non è solo una questione di petrolio. Dalla carne al riso basmati, ecco la lista dei prodotti che spariranno o raddoppieranno di prezzo.
La chiusura pressoché totale dello stretto di Hormuz, in seguito alla guerra in Iran, sta avendo effetti a catena su tutto il mercato globale, a cominciare da quello degli idrocarburi, come si vede già alle pompe di benzina. Ma l’aumento dei carburanti non è che uno degli effetti negativi di una guerra la cui durata e i cui esiti sono ancora più che incerti. Tra i molti, uno dei principali è quello sulle filiere alimentari, e non solo perché gli idrocarburi servono anche a realizzare la plastica nella quale sono confezionati la maggior parte degli alimenti o per fornire energia e garantire gli spostamenti, ma anche perché le vie commerciali sono chiuse o stravolte, a fronte di merci deperibili.
Il sito Food Navigator fa il punto, analizzando che cosa sta accadendo in alcuni dei settori più importanti.
Conseguenze alimentari della guerra in Iran
Olio di soia: uno dei primi prodotti il cui prezzo è schizzato in alto dopo l’inizio dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran è stato l’olio di soia, utilizzato in tutto il mondo per friggere e cuocere, così come per preparare margarine, maionesi e altre salse e condimenti, e presente in moltissimi snack. Inoltre l’olio di soia è impiegato anche per i biodiesel, che competono direttamente con i diesel classici, a idrocarburi: è evidente che, quando il prezzo dei secondi sale, la domanda dei primi aumenta e, di conseguenza, il prezzo sale in misura proporzionale.
Come fanno notare gli analisti, poiché i prezzi dell’olio di soia sono strettamente collegati a quelli degli idrocarburi, i rincari potrebbero colpire molte produzioni, e infatti si è già visto un incremento dei prezzi nelle borse internazionali, che ha portato le contrattazioni dell’olio di soia ai valori più alti degli ultimi due anni.

Grano e mais
Per questi due cereali, tra i più consumati al mondo, i problemi derivano dal blocco del commercio, come è già accaduto con la guerra in Ucraina. Il Medio Oriente ne è un crocevia fondamentale, e il mercato sta già facendo pagare le conseguenze del blocco, che si concretizzano in due modalità. La prima è la chiusura vera e propria dello stretto di Hormuz, che può far crollare i volumi scambiati, e la seconda è l’aumento delle polizze assicurative sulle navi cargo, che può avere lo stesso effetto. Ma se i volumi diminuiscono, i prezzi salgono.
Prodotti caseari. Anche se non è molto noto, l’Iran è il quarto esportatore mondiale di latte scremato in polvere, che prima del conflitto arrivata a tutti i paesi circostanti. Gli analisti si attendono quindi un rincaro e una minore disponibilità. Il primo esportatore di quella parte di mondo è la Nuova Zelanda, che potrebbe in parte supplire, ma anche Fonterra, il colosso neozelandese della produzione di latte e derivati, ha già affermato di non riuscire a produrre stime attendibili, almeno per ora, a causa dell’incertezza degli scenari.
Pesce. Un altro settore vulnerabile è quello ittico, non tanto per la produzione ma per il blocco navale. Il pesce non resiste a lungo, e la chiusura dello stretto potrebbe mettere in ginocchio il commercio ittico del Medio Oriente e del Nord Africa per settimane: i primi rallentamenti sarebbero già visibili.
Carni rosse
Un discorso analogo vale per il mercato delle carni rosse, estremamente deperibili e vulnerabili a navigazioni troppo lunghe. Il Medio Oriente consuma enormi quantità di agnello soprattutto halal (è la zona prima al mondo per consumi), proveniente principalmente dalla Nuova Zelanda e dall’Australia. Per questo ogni turbamento della logistica ha grandi ripercussioni, di cui si iniziano a vedere le prime avvisaglie. I produttori tasmaniani hanno già accettato di perdere molto denaro facendo tornare indietro alcune partite di carne, per evitare di perderne di più in caso le navi fossero attaccate.
Fertilizzanti per le coltivazioni intensive. Il Medio Oriente è il primo produttore al mondo di zolfo, indispensabile per i fertilizzanti per le colture intensive dei cereali. Ma le fabbriche chimiche sono tra gli obbiettivi delle incursioni in tutti i paesi coinvolti: pochi giorni fa, per esempio, un drone iraniano ha colpito uno degli stabilimenti più grandi dell’Arabia Saudita. Le conseguenze potrebbero farsi sentire in tutto il settore dei fertilizzanti, con rialzi nei costi di produzioni quali quelle dei cereali, dello zucchero, delle patate e di diverse verdure.

Packaging
Packaging in plastica. La plastica tradizionale è realizzata a partire dagli idrocarburi, e il suo costo è quindi strettamente associato a quello dei derivati del petrolio. Se il blocco dovesse continuare, inevitabilmente ci saranno rincari anche su confezioni, pellicole e su tutto il packaging in plastica.
Packaging in vetro. Anche il vetro è sensibile alle guerre, sia perché la sua produzione richiede molta energia, sia perché i silicati viaggiano per tutto il mondo. Secondo gli analisti ci sono già dei rincari, e ce ne potrebbero essere altri soprattutto nel settore delle bevande come gli alcolici (vino, birra e superalcolici sono confezionati in vetro nella stragrande maggioranza dei casi).
Costi dell’energia. Come per qualunque altra produzione, il problema che sovrasta tutti gli altri è poi quello dei costi energetici, che ricadranno anche sulla produzione di cibo a tutti i livelli. Oltre alla produzione si scaricheranno poi anche sul trasporto, che avviene ancora oggi in gran parte su gomma, e che sarà costretto ad allungare i percorsi per evitare zone a rischio non più coperte dalle assicurazioni.
Riso
Anche se per il momento a livello locale, un’altra vittima della guerra è il riso che l’Iran, così come gli Emirati, importavano dall’India, e che sta già mostrando segni di rallentamento. Il 25% del riso basmati indiano andava in Iran, per un controvalore di 1,2 miliardi di dollari, un altro 20% andava in Iraq, e poi in Arabia, negli Emirati e nello Yemen, ma secondo i produttori indiani al momento il commercio verso l’Iran è fermo e nessuno può dire quando tutto tornerà alla normalità.
Il tè: tutto il Medio Oriente ha una saldissima tradizione relativa al tè, e non a caso Iran, Iraq, Arabia ed Emirati sono tra i principali importatori di tè al mondo, con accordi soprattutto con India, Sri Lanka, Cina e Kenya. Anche per il tè, l’Iran era il principale cliente dell’India, dalla quale acquistava il 50% della produzione di tè nero. In questo caso i timori sono di un crollo dei prezzi per le eccedenze invendute, che potrebbero stravolgere il mercato attuale.
Quello che doveva essere un rapido blitz di regime change, che per il momento continua e si è esteso a numerosi paesi sta diventando un incubo per chi produce e vende cibo nel mondo. E per chi quel cibo deve acquistarlo ogni giorno.
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Giornalista scientifica