Uno studio pubblicato su Nature Metabolism mette in dubbio la sicurezza della glucosammina, evidenziando possibili rischi di accelerazione del decadimento cognitivo.
La glucosammina è un amino-zucchero prodotto dall’organismo diventato molto popolare negli ultimi decenni in forma di supplemento, da solo o insieme alla condroitina, per combattere il dolore articolare. Soprattutto dopo una certa età, anche se non ne è mai stata dimostrata con certezza l’efficacia, le persone con dolori artrosici assumono prodotti che la contengono in varie forme, venduti senza prescrizione e finora considerati innocui, anche se probabilmente inutili. A mettere in discussione la sicurezza della glucosammina è però uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature Metabolism, che evidenzia possibili effetti negativi in chi ha un deficit cognitivo: chi assume glucosammina potrebbe evolvere più velocemente verso una demenza.
Per quanto riguarda la prevenzione di quest’ultima, poi, un altro studio uscito quasi in contemporanea conferma la validità non di un supplemento, ma della dieta chiamata MIND, studiata apposta per preservare l’integrità delle cellule nervose.
La glucosammina e il rischio per il cervello
L’indagine sulla glucosammina è partita proprio dalla constatazione del fatto che molti adulti e anziani la assumono con convinzione, pensando che si tratti di una sostanza priva di rischi che riesce a preservare le cartilagini e ad attenuare il dolore che deriva da una loro usura.
I ricercatori dell’Università della Florida di Gainesville hanno controllato i dati di circa 2.750 persone con un deficit cognitivo (cioè una perdita di memoria misurabile, che può o meno rappresentare il primo passo verso una demenza) e di poco meno di 1.900 soggetti con una demenza di Alzheimer o simile, e hanno scoperto che ben l’8% di entrambi i gruppi assumeva glucosammina. Dopo aver introdotto una serie di fattori correttivi, hanno dimostrato che chi assumeva il supplemento e aveva il deficit cognitivo aveva anche un rischio di progredire verso la demenza superiore del 25% rispetto a chi non ne faceva uso. Chi aveva già avuto una diagnosi di Alzheimer o comunque di una demenza correlata, invece, aveva una mortalità più elevata, sempre del 25%.

Cosa succede nel cervello
Si trattava tuttavia solo di un’associazione, e gli autori volevano vederci più chiaro. A tale scopo hanno condotto una serie di test su modelli animali, e sono giunti a una possibile spiegazione del meccanismo sottostante. Nelle demenze si verifica un eccesso di legami degli zuccheri al cervello chiamato iperglicosilazione. La glucosammina, dal canto suo, passa attraverso la barriera emato-encefalica e quindi raggiunge il cervello. Nei modelli animali emerge il fatto che essa può interferire proprio con i legami degli zuccheri alle proteine, aumentandoli ulteriormente: l’azione dannosa potrebbe dunque passare attraverso un’accelerazione di un fenomeno di per sé già patologico.
Non contenti, i ricercatori hanno controllato anche una serie di campioni autoptici di persone decedute con una demenza, e hanno confermato che nei loro cervelli c’era molto più zucchero del normale.
Si tratta di meccanismi complessi che variano da persona a persona, ma l’ipotesi che quanto osservato sia dovuto a un’azione della glucosammina sui rapporti tra zuccheri e proteine del cervello ha una sua plausibilità, secondo gli autori, e merita di essere approfondita.
Per il cervello la dieta MIND
Se lo scopo è proteggere non le cartilagini, ma quello stesso cervello che potrebbe essere messo a rischio dalla glucosammina, una delle strategie riconosciute è quella che passa attraverso un’alimentazione corretta e, nello specifico, dalla cosiddetta dieta MIND, da Mediterranean-Dietary Approaches to Stop Hypertension Diet Intervention for Neurodegenerative Delay, ovvero una dieta mediterranea corretta per prevenire l’ipertensione e ritardare la neurodegenerazione, che sembra capace di ritardare l’invecchiamento cerebrale.
Come illustrato sulla rivista del gruppo del British Medical Journal The Journal of Neurology, Neurosurgery, in questo caso i ricercatori della Boston University School of Medicine hanno controllato i dati di oltre 1.600 ultrasessantenni appartenenti alla coorte di seconda generazione di Framingham (cioè i figli di coloro che erano stati originariamente inclusi nel primo grande studio di popolazione, lanciato nell’omonima cittadina del New England nel 1948 e focalizzato inizialmente sulla prevenzione delle patologie cardiovascolari). I partecipanti sono stati controllati per quanto riguarda la salute generale ogni 4-8 anni, e dal 1999 sono stati anche sottoposti, ogni 2-6 anni, a una risonanza magnetica cerebrale.
I risultati dello studio
Nel frattempo, i partecipanti hanno compilato regolarmente questionari sulle proprie abitudini alimentari e, in base alle risposte, hanno ottenuto un punteggio da zero a 15, dove 15 rappresentava la massima aderenza alla dieta MIND. Controllando le risonanze di un periodo di tempo di 12 anni, gli autori hanno visto che chi si era attenuto più fedelmente ai dettami di quel tipo di alimentazione aveva anche avuto una protezione misurabile del cervello e, nello specifico, una perdita di materia grigia inferiore rispetto a quella visibile nei coetanei che mangiavano peggio.
In particolare, per ogni tre punti in più corrispondeva una quantità di materia grigia media di 0,279 centimetri cubici preservati ogni anno, cioè un risparmio del 20% del naturale declino e un ritardo nell’invecchiamento cerebrale di circa due anni e mezzo, rispetto a ciò che emergeva dagli altri. In un’altra zona cruciale, i ventricoli, si vedeva una conservazione dell’8%, pari a circa un anno di ritardo dell’invecchiamento.

I cibi promossi e quelli bocciati
Le classi di alimenti risultate associate a un effetto protettivo più forte sono state quella dei frutti di bosco e il pollame, probabilmente per l’elevato contenuto di antiossidanti e il profilo nutrizionale favorevole delle carni magre, mentre dolci (e quindi zuccheri), alimenti fritti e in generale cibo da fast food accelerano il decadimento delle cellule nervose, forse a causa dell’infiammazione e ai danni vascolari che provocano.
Ci sono stati anche alcuni riscontri inattesi, come quello sui cereali integrali: quantità elevate sembrano associate a cambiamenti sfavorevoli nella struttura del cervello, mentre il formaggio è risultato associato a un quadro positivo.
Infine, la dieta MIND sembra avere effetti più marcati nelle persone più anziane e in quelle più a rischio, così come in chi è più fisicamente attivo e non è obeso.
L’alimentazione è una degli strumenti riconosciuti di prevenzione del decadimento cognitivo e della neurodegenerazione e probabilmente la dieta MIND, che combina quella mediterranea con quella per il cuore (DASH), rappresenta uno degli approcci nutrizionali più efficaci.
© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos.com
Giornalista scientifica


