In Francia il pranzo universitario diventa un diritto universale e costa 1 euro per tutti gli studenti. Nel nostro Paese, invece, le mense restano legate al reddito e chi non rientra nelle fasce agevolate arriva a spendere fino a 10 euro a pasto.
In Francia un pasto completo nelle mense universitarie costa 1 euro per tutti. In Italia, anche nelle strutture pubbliche, il prezzo oscilla da 6 a 10 euro. Il confronto, più che economico, è politico: Parigi ha deciso di trasformare il pasto studentesco in un diritto universale, mentre nel nostro Paese resta un servizio legato al reddito.
Dal 4 maggio 2026 il governo francese ha esteso a tutti gli studenti – indipendentemente dalla situazione economica – la tariffa agevolata di 1 euro per consumare un pasto nelle mense universitarie. La misura, gestita dal Crous (l’ente pubblico che organizza la ristorazione studentesca), nasce per contrastare una situazione ormai strutturale: quasi uno studente su due ha dichiarato di aver saltato pasti per motivi economici. Fino a ieri il prezzo simbolico era riservato solo agli studenti borsisti o in difficoltà. Oggi vale per tutti: universitari, dottorandi, apprendisti e giovani in servizio civile. Una scelta che segna un cambio di paradigma: non più aiuto selettivo, ma accesso universale a un pasto a prezzo politico.

Il pasto a Milano
Nella capitale economica italiana, il prezzo ‘politico’ di 3,30 euro è un miraggio riservato a una platea molto ristretta di studenti a basso reddito. Per la ‘classe media’ universitaria, i costi lievitano rapidamente. Alla Statale, chi è fuori convenzione paga tra i 7,50 e gli 8,50 euro per un pasto completo. Alla Bicocca la tariffa standard si attesta sui 6,60 euro, mentre negli atenei privati la forbice si allarga. Allo Iulm e in Cattolica un pranzo difficilmente scende sotto i 7,50 euro. Il picco si raggiunge in Bocconi, dove per gli studenti senza agevolazioni il costo può arrivare a 10 euro, allineandosi di fatto ai prezzi del mercato privato milanese.
Il ready-to-eat
Molti studenti a Milano ormai preferiscono i supermercati con angolo “ready-to-eat” proprio perché la mensa universitaria ha perso la sua funzione di risparmio per chi non è in fascia minima. Il “ready-to-eat” è la nuova frontiera della schiscetta 2.0 per gli studenti “fuori fascia”, il pranzo si compra nei banchi frigo di catene come Esselunga, Carrefour Express o Lidl, ormai strategicamente posizionate a pochi passi dalle aule.
La decisione del governo francese arriva dopo anni di allarmi sulla precarietà studentesca, aggravata dall’inflazione. Il dato più citato è quello dei sindacati studenteschi: circa il 48% degli studenti ha rinunciato almeno una volta a mangiare per ragioni economiche. Il risultato è che, mentre in Francia si introduce un pasto a 1 euro per tutti, a Milano uno studente può arrivare a spendere fino a 150 euro al mese solo per il pranzo. Una distanza che racconta due visioni diverse del diritto allo studio: una basata sull’universalismo, l’altra ancora legata a un modello assistenziale. Un segnale che trasforma la mensa universitaria da servizio accessorio a strumento di welfare.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



A me pare più giusto che chi può paghi qualcosa. Diceva Don Milani “non è giusto fare parti uguali tra diversi”. I soldi “sprecati” ad aiutare chi non ne ha bisogno, non restano a disposizione per altri aiuti di cui c’è sicuramente bisogno, tra l’altro alla Francia servono visto che deve tirare la cinghia per rispettare il deficit, come noi.
Preciso che io rientrerei in chi paga, classe media.
Diverse università prevedono esenzioni ma per ottenerle occorre presentare documenti che attestano un reddito annuo familiare Isee davvero basso