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Energy drink: un`inchiesta del New York Times punta il dito contro le false promesse della pubblicità e l`assenza di prove scientifiche

Gli energy drink rappresentano  da un paio di decenni un successo commerciale che in alcuni paesi, non mostra segni di rallentamento. Negli Stati Uniti si sono scatenate molte polemiche su queste bibite soprattutto dopo le  accuse gravi e i sospetti che collegano in qualche modo le bevande alla morte di 13 ragazzi.  I dubbi non riguardano soltanto l’ingrediente principale, la caffeina, ma focalizzano l’attenzione verso la spinta commerciale ad abbinare gli energy drink a bevande alcoliche ottenendo così pericolosi mix.

 

Per fare un po’ di chiarezza pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato un lungo articolo in cui, oltre a ricostruire la storia di Red Bull & soci, si avanzano dubbi su diversi componenti e sulle supposte qualità stimolanti, in realtà mai dimostrate.

 

Per capire meglio il fenomeno è utile partire dall’origine di queste bevande, che risale alla seconda guerra mondiale e all’esercito imperiale giapponese. Per ridurre la fatica dei marinai, migliorare la visione notturna e “curare” una serie di malanni che affliggevano i militari, e per i quali non erano disponibili terapie efficaci, quali febbre, nevralgie, tosse, affaticamento, la società Taisho Pharmaceuticals inizia a vendere estratti di taurina, un aminoacido isolato poco tempo prima nella bile di toro. Pochi anni dopo, negli anni sessanta, l’azienda decide di commercializzare l’estratto in una nuova formulazione, il Lipovitan D, proposto in piccole fiale contenenti  50 milligrammi di caffeina e mille di taurina, oltre a vitamine del gruppo B e aromi.

 

Il prodotto è un successo clamoroso, soprattutto tra i lavoratori della middle class, che si sottopongono a orari molto stressanti e utilizzano il Lipovitan D per mantenere la concentrazione e sentire meno la fatica. O almeno questo è ciò che sono indotti a credere, visto che dopo 50 anni e 34 miliardi di fiale vendute, la stessa azienda ammette candidamente di non aver mai condotto neppure uno studio clinico sull’uomo.

Sempre negli anni sessanta, in Tailandia viene lanciato l’antenato della Red Bull, una miscela simile al Lipovitan D chiamata Krating Daeng. Nel 1987, Dietrich Mateschitz, un imprenditore austriaco che riesce a sconfiggere il jet lag grazie al Krating Daeng, rintraccia l’inventore della bibita e inventa la Red Bull. La bibita in Europa diventa subito popolarissima, soprattutto tra gli studenti e i guidatori di camion, e viene proposta come ingrediente di nuovi cocktail, insieme ad altre bevande alcoliche.

Red Bull sbarca negli Stati Uniti nel 1990, ispirando nel giro di pochissimo tempo diverse bevande simili tra le quali Monster Energy, venduta in lattine con una quantità  doppia rispetto al prodotto leader ( 450 ml anziché 230).

 

Nel frattempo, a fronte di un successo commerciale crescente (che solo negli Stati Uniti ha fruttato 10 miliardi di dollari nel 2012), le prove scientifiche a sostegno delle supposte virtù degli energy drink latitano o, quando ci sono, sono di qualità talmente poco qualificata da non poter essere prese in considerazione.

Per esempio Craig Goodman, un ricercatore dell’Università del Wisconsin, ha scandagliato tutti gli studi usciti su una sostanza presente in quasi tutti gli energy drink, il glucuronolattone (parente del glucosio), senza trovare  test condotti sull’uomo. In bibliografia si trovano solo due studi giapponesi di 40 anni fa da cui emerge che i ratti cui veniva somministrata la sostanza  nuotavano meglio.

 

Un altro ingrediente sotto osservazione sempre presente è la taurina. Secondo il sito di Red Bull più di 2.500 studi hanno analizzato l’effetto fisiologico della sostanza (compreso  anche un’azione disintossicante), e si ricorda che l’Autorità per la sicurezza alimentare europea (Efsa) si è pronunciata sulla sicurezza di queste bevande nel 2009.

Il sito dimentica di esplicitare per esteso come si è pronunciata l’Agenzia, che ha rigettato le richieste di claims pubblicitari. Secondo l’Efsa non ci sono prove sull’apporto benefico degli energy drink né, tantomeno, che aiutino a preservare la salute del cuore, a vincere la fatica fisica o a migliorare le performance mentali.

 

In realtà la taurina in alcuni studi ha mostrato di avere un potenziale effetto benefico sulla salute del cuore delle donne che hanno il colesterolo troppo alto, ma secondo la maggior parte degli esperti non c’è alcun bisogno di assumere degli estratti, perché le quantità necessarie sono assicurate da una normale dieta bilanciata che preveda anche carne. In ogni caso esistono fonti di taurina più adeguate rispetto agli energy drink. All’epoca, Red Bull aveva risposto all’Efsa sostenendo di non aver chiesto di pubblicizzare un singolo ingrediente, ma la bevanda nel suo insieme, cercando di sviare l’attenzione dalla taurina.

 

Secondo il New York Times una tattica commerciale molto usata dai produttori è quella di quella di focalizzare l’attenzione sui singoli composti delle bibite.  Per esempio, la 5-Hour-Energy (non venduta in Italia) contiene 500 microgrammi di vitamina B12, pari all’8,33% della dose giornaliera raccomandata (RDA), e un quantitativo di vitamina B6 che è circa 20 volte la RDA. Non si può rietnere casuale la presenza di molti messaggi promozionali che puntano proprio sulla presenza di questi ingredienti. Anche in questo caso però, gli esperti ricordano che le vitamine del gruppo B possono essere assunte in dosi sufficienti con una dieta bilanciata, mentre   gli eccessi vengono smaltiti senza apportare alcun beneficio aggiuntivo.

 

 

Quanto poi alla grande protagonista degli energy, la caffeina (una delle sostanze più popolari al mondo), il dato certo è che stimola l’attenzione, favorisce la veglia e, nelle opportune condizioni, migliora le performance fisiche. Secondo la maggior parte dei ricercatori è questo il vero ingrediente caratterizzante delle bevande che si possono considerare una sorta di prodotti dispensatori di caffeina concentrata.

 

Nella stessa direzione va uno degli studi finanziati dalla Red Bull, condotto da Chris Alford, dell’Università di Bristol nel 2001. Alford ha dimostrato che i volontari cui veniva data la bibita mostravano, rispetto ad altri  migliori tempi di reazione, più resistenza fisica, più veglia: tutti effetti, per ammissione dello stesso ricercatore, attribuibili alla caffeina.

 

La ricerca più stravangante e controversa, sempre secondo il New York Times, è stata finanziata nel 2008 da Living Essential, l’azienda che produce il 5-Hour Energy. I risultati dello studio condotto in una piccola cittadina del Maine anche se non sono stati resi pubblici, sono emersi nel corso di una causa intentata dai produttori di Monster Energy contro la concorrente Living Essential. Stiamo parlando del cosiddetto effetto crash later, una specie di contraccolpo che si verificherebbe dopo alcune decine di minuti dall’assunzione dell’energy drink. I sintomi sono un’estrema spossatezza e  il bisogno di assumere altra bevanda energetica. Secondo la Living Essential la loro bibita sarebbe l’unica bevanda della categoria a non dare questo tipo di reazione, ma la tesi è stata contestata dal dottore del Maine secondo cui il 24% di coloro che bevono 5-Hour Energy registrano l’effetto crash later.

 

L’articolo del New York Times invita a valutare il grande business collegato agli energy drink. Un lattina da circa mezzo litro costa tre dollari, e contiene la stessa caffeina che negli Stati Uniti si può trovare in una tavoletta di cioccolato che costa 30 centesimi. Anche il caffè di Starbucks costa meno: una tazza da 340 ml si compra con 1,85 dollari e contiene più caffeina.

 

Ma il destino degli energy drink forse è già scritto, a prescindere dalle decisioni delle diverse autorità sanitarie europee e statunitensi. In Asia le vendite di Lipovitan D sono in caduta verticale e la Taisho Pharmaceutical sta cercando di rimediare proponendo formule per bambini senza caffeina.

In Tailandia il produttore per rivitalizzare il mercato cerca di rinnovare il marchio puntando sulla vitamina B12 e sostenendo che “aiuta le funzioni del sistema nervoso e il cervello”, ma le associazioni di consumatori si stanno opponendo a quella che viene definita una pubblicità ingannevole e una spinta impropria al consumo di caffeina.

Come tutte le mode, anche quella delle bibite che mettono le ali potrebbe avere i mesi contati.

 

Agnese Codignola

Foto: Photos.com, 5hourenergy.com, Monsterenergy.com, Redbull.it

 

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