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Dante Alighieri e il cibo nel suo Inferno: gola, cupidigia e fame. I riferimenti alla gastronomia dell’epoca nel primo libro della Divina Commedia

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La “fame” di ciò che è superfluo (a volte anche il cibo) è sbagliata e pericolosa per l’uomo

Dante Alighieri, scrive la sua più nota opera, la Divina Commedia, tra il 1304 e il 1321. In questo periodo la cucina fa un enorme passo in avanti con la pubblicazione dei primissimi ricettari di cui si ha conoscenza (come ad esempio il Liber de coquina che si pensa venga scritto attorno al 1304). Gli alimenti e la loro preparazione iniziano dunque ad avere maggiore presenza nella letteratura ed è forse per questo che anche lo stesso Dante decide di inserire nella sua maestosa opera dei riferimenti alla gastronomia dell’epoca.

Per prima cosa, bisogna tener conto che nell’Inferno rappresentato da Dante, la gola (e cioè il mangiare senza riuscire a darsi un freno) è considerata un peccato capitale. Non solo, Dante afferma che tra le possibili colpe di cui uno può essere responsabile, quella di finire nel girone dove vi sono i golosi sia la meno dignitosa (come anche la punizione subita, quella di restare fiacchi sotto a una costante pioggia nera e maleodorante, sia quella più indegna tra le varie possibilità). Nel canto in cui si tratta di questo peccato, il sesto, curiosamente non vi sono riferimenti a cibi o a piatti tipici.

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Nell’Inferno rappresentato da Dante, la gola è un peccato capitale

Nel primo canto dell’Inferno però, Dante parla delle tre fiere all’entrata: la lonza (che rappresenta la lussuria), il leone (la superbia) e la lupa. È quest’ultima, su cui l’autore si sofferma lungamente, a essere la più controversa. Rappresenta la cupidigia e l’avarizia ed è la più pericolosa delle tre. La cupidigia è un termine che indica la fame per i beni terreni, non solo di soldi, ma di tutto ciò che non è spirituale. Vi è quindi un ulteriore giudizio sulla “fame” di ciò che è superfluo (come anche il cibo se non umile e in limitate quantità), è giudicata sbagliata e pericolosa per l’uomo. Così poco dopo Dante scrive del Veltro, un essere misterioso che “non ciberà terra né peltro, / ma sapienza, amore e virtute,” (canto I, 103 – 105). Sarà questo ad uccidere la lupa.

peccati capitali iStock_000010406208_SmallSuccessivamente avvicinandoci alla fine della prima parte dell’opera, Dante incontra Ugolino e, nel trentatreesimo canto, ascolta la sua storia. L’autore inserisce nel racconto del conte una frase (“più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno” canto XXXIII, 75) che viene ancora vista come ambigua, poiché sembra non essere chiaro se il conte stia confessando il suo atto di cannibalismo o stia spiegando che la sua morte, più che di dolore, sia stata di fame. Ugolino, racconta Dante, a un certo punto si gira verso la sua nemesi, Ruggieri, e con profondo odio decide di attaccarlo e gli morde la testa.

È qui che Dante fa un esplicito riferimento al cibo:

“e come ‘l pan per fame si manduca,

così ‘l sovran li denti a l’altro pose

là ‘ve ‘cervel s’aggiunge con la nuca:”

(Inferno, canto XXXII, 127 – 129)

Vi sono poi molti altri riferimenti al cibo e alla fame anche nel Purgatorio e nel Paradiso, tutti che mostrano come un poeta medievale avesse una concezione del cibo diametralmente opposta rispetto a come lo vediamo noi.

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Ginevra Capone

  Redazione Il Fatto Alimentare

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