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Danno ambientale della nostra dieta: quale dovrebbe essere il prezzo reale dei cibi? Carne +173%, latte +122%, formaggi +52%…

etichetta alimenti supermercato donnaSettimana dopo settimana, supermercati e discount in Germania attirano con offerte speciali. Secondo un recente studio condotto da scienziati dell’Università di Augusta, carne, latte e formaggi dovrebbero in realtà avere un prezzo molto più alto di quello normalmente richiesto oggi: la carne macinata dovrebbe essere quasi tre volte più costosa, il latte e il gouda dovrebbero essere prezzati quasi il doppio, hanno calcolato lo specialista di informatica aziendale e gestione delle informazioni Tobias Gaugler e il suo team, consulenti del ministero federale dell’agricoltura che hanno proposto un’etichetta climatica per gli alimenti.

Oggi il danno ambientale non è incluso nel prezzo del cibo. Ma è un peso per il pubblico in generale e per le generazioni future”, afferma lo scienziato.
Per conto di Penny, discount appartenente al Gruppo Rewe, Gaugler ha calcolato i “costi reali” per un totale di 16 prodotti a private label della catena; oltre ai costi di produzione “normali”, ha calcolato anche le emissioni di gas serra durante la produzione, le conseguenze della fertilizzazione azotata e il fabbisogno energetico.
Gli effetti sul prezzo sono gravi, soprattutto per la carne e i prodotti animali. Se si tenesse conto dei costi nascosti, dicono gli scienziati, il prezzo della carne da allevamento convenzionale dovrebbe aumentare di un enorme 173%; mezzo chilo di carne macinata mista di produzione convenzionale non dovrebbe costare 2,79 euro, ma 7,62. Il latte convenzionale diventerebbe il 122% più costoso, il Gouda l’88% e la mozzarella il 52%. Gli incrementi per la frutta e la verdura sarebbero notevolmente inferiori: secondo Gaugler, le banane costano il 19% in più, patate e pomodori il 12%, le mele l’8%.

Danno ambientale: quale dovrebbe essere il prezzo reale dei cibi?

Nel caso dei prodotti biologici, il maggior costo è regolarmente inferiore, ma anche il prezzo della carne bio aumenterebbe del 126% se si tenesse conto dei “costi reali”.
Il gruppo Rewe vuole affrontare il problema dei costi nascosti e lo farà con un test nel nuovo negozio sostenibile della sua catena di discount Penny a Berlino questo mese.
Per otto prodotti a marchio proprio prodotti in modo convenzionale e biologico, il retailer indicherà il “prezzo reale” oltre al prezzo di vendita. Per esempio, il latte a lunga conservazione esporrà il prezzo d’acquisto, ma anche il “costo reale” di 1,75 euro, la confezione da 250 g di carne macinata biologica esporrà il prezzo al dettaglio di 2,25 euro, ma anche il “costo vero ”di 5,09 euro.
Anche se alla fine il cliente pagherà solo il prezzo “normale”, il top manager di Rewe Stefan Magel vede l’iniziativa come un primo passo importante verso una maggiore sostenibilità. “Dobbiamo arrivare al punto di rendere visibili i costi di follow-up del consumo. È l’unico modo perché il cliente possa prendere una decisione di acquisto consapevole”.

Magel ammette: “In quanto azienda in un mercato altamente competitivo, siamo indubbiamente parte del problema”. Ma con questa iniziativa spera di poter essere anche parte della soluzione. Se i clienti reagiranno positivamente all’etichettatura a doppio prezzo, immagina di aumentare il numero di prodotti così etichettati e di espandere il test ad altri mercati (c’è ancora molto da fare, un negozio medio Penny assortisce 3.500 referenze).

danno ambientale
Il prezzo della carne da allevamento convenzionale dovrebbe aumentare di un enorme 173%

I ricercatori dell’università Augusta sperano che l’etichetta a doppio prezzo cambi il comportamento di acquisto dei clienti: potrebbe essere un contributo a una maggiore trasparenza nel prezzo vero del cibo. Ma non escludono neppure che gli elevati costi ambientali possano venire gradualmente aggiunti ai prezzi dei prodotti, per esempio tassando le emissioni di CO2 nell’agricoltura e i fertilizzanti azotati minerali.
“Gli aggiustamenti dei prezzi nel mercato alimentare porterebbero probabilmente a cambiamenti significativi dei consumi, con lo sviluppo dei prodotti vegetali e biologici, e allo stesso tempo ridurrebbero significativamente i danni ambientali”, dice la coautrice dello studio Amelie Michalke.
Anche per Stefan Hipp, a capo dell’omonima azienda “Nell’interesse di noi tutti dovremmo chiedere che i cartellini dei prezzi mostrino i veri costi del prodotto. I costi di questi danni oggi sono scaricati sulla società”.

Thomas Antkowiak, consigliere dell’ONG tedesca Misereor, ha commentato: “Se siamo onesti, dobbiamo ammettere che stiamo facendo affari a spese delle persone e della natura”.
I calcoli dell’equipe di ricerca non includono ancora tutti i costi nascosti della produzione alimentare. Per esempio, non tengono conto dei costi dell’impatto dell’uso di antibiotici nell’allevamento, che seleziona germi resistenti, e anche quelli legati all’uso di pesticidi non sono ancora quantificati con sufficiente certezza e non sono compresi nella rilevazione: “Finora abbiamo considerato solo alcuni dei costi nascosti, ma quanto abbiamo rilevato basta da solo a mostrare che i prezzi mentono, alcuni di più e altri di meno”.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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