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Coronavirus, industria alimentare sotto pressione. Tra sicurezza dei lavoratori, confini chiusi e ostacoli alla filiera

people working on packing line in factoryÈ successo in tutti i paesi investiti dalla pandemia di coronavirus: migliaia di cittadini allarmati dagli annunci di misure restrittive hanno assaltato i supermercati svuotando gli scaffali e i servizi di spesa online sono ormai impossibili da prenotare quasi ovunque, da Milano a New York. Nonostante questo i punti vendita vengono riforniti costantemente, grazie allo sforzo dei lavoratori di tutta la filiera – dai produttori, ai trasportatori, ai commessi – che continuano a lavorare in condizioni difficili e incerte. Non ci sono dubbi, quindi, che l’emergenza coronavirus abbia messo sotto grande pressione l’intera catena di approvvigionamento alimentare.

È in queste circostanze che FoodDrinkEurope, l’organizzazione che riunisce tutte le industrie alimentari europee, ha inviato un appello alla Commissione europea in cui elenca cinque punti critici su cui intervenire per alleviare il peso dell’emergenza sul settore e assicurarsi che la produzione e la distribuzione di cibo non subisca interruzioni.

La prima preoccupazione riguarda ovviamente la sicurezza dei lavoratori, che non si possono fermare per garantire il rifornimento continuo degli scaffali. Per questo l’associazione chiede all’Europa di stabilire delle linee guida unificate per garantire la sicurezza dei lavoratori di tutti gli stati membri, e avverte anche che il settore è a rischio di carenze di manodopera per via delle limitazioni ai movimenti delle persone, per la necessità dei genitori di restare a casa a occuparsi dei figli e per il pericolo di contagio esacerbato dalla mancanza di misure di protezione. Un allarme analogo era stato lanciato anche dagli agricoltori europei, che si ritrovano con una manodopera stagionale insufficiente per far fronte alle raccolte e le semine.

Il secondo problema evidenziato da FoodDrinkEurope è la necessità di definire come “essenziali” tutte le parti della filiera alimentare in tutti i paesi europei. Stati diversi, infatti, potrebbero avere differenti interpretazioni di cosa sia essenziale e il blocco di una singola parte della catena produttiva in un paese potrebbe avere conseguenze su un’azienda di un altro paese. La filiera, infatti, non comprende solo cibo e bevande, infatti, ma anche la produzione di ingredienti e additivi, materiali per il packaging, mangimistica per gli animali da reddito e il cibo per quelli domestici, e tutti questi settori devono essere tutelati.

L’emergenza coronavirus ha riportato i controlli alle frontiere europee, con rallentamenti al trasporto di merci e prodotti alimentari

Un altro grosso ostacolo che stanno affrontando le filiere è quello dei trasporti, soprattutto tra un paese e l’altro. Nonostante l’impegno a mantenere la libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione, si sono venuti a creare veri e propri “colli di bottiglia” ai confini per la reintroduzione dei controlli, con lunghe attese per i tir che trasportano ingredienti e prodotti finiti da un paese all’altro. Inoltre, manca una documentazione standard condivisa per certificare che le merci trasportate siano “essenziali”. Per questo si chiedono alla Commissione l’istituzione corsie privilegiate per l’attraversamento della frontiera di alimenti e merci destinate al settore food, di eliminare eventuali divieti ai trasporti nel fine settimana e di armonizzare le procedure e le documentazioni richieste ai confini.

Allo stesso modo, anche le importazioni da paesi extra-europei hanno subito rallentamenti fin dall’inizio dell’epidemia in Asia. Il problema non riguarda solo prodotti finiti: l’industria alimentare europea (e italiana), non bisogna dimenticarlo, è fortemente dipendente da ingredienti e materie prime provenienti da paesi terzi, come per esempio il grano per la pasta o l’ormai famigerato olio di palma.

Infine, bisogna ricordare anche che non tutte le attività del settore alimentare sono in funzione: in quanto luoghi di aggregazione, ristoranti, caffetterie, pizzerie e bar sono stati chiusi nella maggior parte dei paesi, altri hanno consentito solo l’attività di asporto e food delivery, ma non è detto che tutti i locali siano attrezzati per farlo. Servono quindi misure e aiuti a sostegno di queste imprese, che sono state tra le prime ad essere colpite dagli effetti collaterali della pandemia, altrimenti il rischio che non riaprano più è concreto.

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  Giulia Crepaldi

Giulia Crepaldi

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