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Cibo sprecato: quello che consumiamo deve essere senza difetti. Ballarini sull’Accademia Georgofili

frutta imperfettaSecondo Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009) animali e vegetali non diventano cibo in quanto «buoni da mangiare» ma perché sono «buoni da pensare». Non siamo più quello che mangiamo, ma quello che vorremmo essere. Come gli animali che gli antichi sacrificavano agli dei dovevano essere perfetti, così è anche per noi oggi, nuovi divinità del moderno consumismo, i cibi che desideriamo devono essere senza macchia, belli e non brutti, perché non servono tanto a soddisfare i bisogni del corpo o i capricci della gola, quanto a nutrire il nostro immaginario.

L’intreccio tra il buono da vedere che diventa buono da mangiare, tra ciò che pare bello e quel che riteniamo buono, non è una novità. Fin dall’antichità il bello da mangiare era riservato solo ai banchetti dei pochi ricchi, oggi invece coinvolge tutta la società, perché gli alimenti brutti sono tacciati di non qualità e sollevano dubbi di sicurezza. La percezione del bello è divenuto uno degli assi d’espansione del mercato alimentare nel quale la visione del cibo ha la funzione stimolante e invitante all’acquisto, anteponendo l’estetica alla tecnica, la fotogenia alla gastronomia e quando la cucina si è trasformata in una branca della moda che esiste in una costante ricerca di un’effimera bellezza (L. Vercelloni – Viaggio intorno al gusto – L’odissea della sensibilità occidentale dalla società di corte all’edonismo di massa – Eterotopie Mimesis, Milano 2005).

Ugly carrot on barn wood
Cibo sprecato, una mela ammaccata, un pomodoro con un taglio superficiale sulla buccia, un limone tozzo, una pera tondeggiante, una carota con alcune propaggini, una patata che non ha la solita forma vengono scartati

Una mela ammaccata, un pomodoro con un taglio superficiale sulla buccia, un limone tozzo, una pera tondeggiante, una carota con alcune propaggini, una patata che non ha la solita forma, un frutto, una verdura o un ortaggio che non brillano, sono brutti e vengono scartati. Non è l’Unione Europea che avrebbe imposto la dimensione o la forma dei cetrioli, ma è il consumismo commerciale che ha richiesto queste normative per agevolare i commerci usando la bellezza del cibo come strumento di vendita. La concezione edonistica della bellezza del cibo sfruttata dall’imperante consumismo, è una subdola causa di spreco alimentare che colpisce particolarmente alcuni comparti fragili, come quello dei vegetali e soprattutto della verdura e frutta fresca, dove la merce deve essere perfetta non solo d’aspetto, colore, senza alcuna macchia, ma anche di forma e taglia.

Spreco alimentare è quello appropriato per l’alimentazione umana che è scartato o lasciato deperire nell’ultima parte della filiera alimentare, a livello di consumo finale, a prescindere dalle cause che li hanno determinati. Secondo alcune indagini il paese dove lo spreco di prodotti agricoli poco attraenti è più alto è la Gran Bretagna, dove l’associazione Global Food Security ha calcolato che il quaranta per cento dei prodotti agricoli coltivati nel paese britannico non arrivano neanche a destinazione perché poco accettabili dal punto di vista estetico e ogni anno 4,5  milioni di tonnellate di frutta, verdura e ortaggi finiscono nella spazzatura. In Europa cinquanta milioni di tonnellate sono gli alimenti d’origine vegetale che sarebbero eliminati per motivi estetici in tutta Europa, in prima fila carote e patate con circa il dieci per cento del totale. Anche l’Italia vi è l’abitudine di scartare gli alimenti vegetali e soprattutto la frutta considerati poco accettabili dal punto di vista estetico e brutta, con un grande spreco. Per fortuna ora non mancano iniziative con le quali informare il consumatore e offrigli alimenti esteticamente non perfetti a prezzi contenuti, a volte inferiori del trenta e perfino cinquanta per cento rispetto a quelli senza anomalie di forma, dimensione, colore e altre caratteristiche estetiche che non influiscono sulla bontà dell’alimento. Attenzione però a non cadere nell’opposta tesi per cui più brutto è  più buono, in quanto sarebbe prodotto senza additivi chimici, senza pesticidi e con metodi biologici molto rigorosi.

Articolo ripreso dall’Accademia dei Georgofili

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Giovanni Ballarini

Giovanni Ballarini
Professore Emerito dell’Università degli Studi di Parma e docente nella Facoltà di Medicina Veterinaria dal 1953 al 2002

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3 Commenti

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    Normalmente quando vado a fare la spesa e compro della frutta( preferibilmente sempre locale) guardo si la bellezza ma una volta comprata mi interessa sentire sopratutto la sua freschezza e il suo sapore.Se il sapore sa di acqua fresca(nel senso che la frutta non ha sapore,come mi e’ capitato di sentire qualche volta ) be’ mi dispiace per la bella mela ,ma a quel punto se e’ piu’ saporita la piccola mela ammaccata il giorno dopo acquistero’ quelle non perfette . Oramai pero’ so scegliere la frutta e incredibilmente riesco a riconoscerne il sapore a vista. Quando la mangio infatti, essendo un ottima osservatrice, osservo il colore, il grado di maturazione sulla buccia , riconoscendo il suo buon sapore, come conseguenza di quell attenta osservazione

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    il discernimento tra bello e brutto, in materia di frutta e verdura, specialmente, è qualcosa di dissennato. personalmente do poca importanza all’estetica e preferisco la soddisfazione del gusto a quella visiva. frequentando spesso botteghe bio, questi problemi vengono quasi sempre superati all’origine.

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    Da quando esiste il mondo l’essere umano ha prediletto ciò che è bello a ciò che è brutto, in tutti i campi, e credere che sia il “consumismo moderno” ad averci orientati nella scelta di frutta e verdura è una palese assurdità.

    In tempi di consumismo zero, quando nulla si buttava e tutto si riparava, aggiustava, adattava a un nuovo uso cento volte, prima non già di buttarlo ma di riciclarlo (eh sì, neppure questo l’abbiamo inventato ora, il “feramiù” che passava a ritirare gli scarti metallici era una figura esistente in tutto il nostro passato, tanto per dire) le massaie passavano in rassegna i banchetti del mercato alla ricerca della frutta e della verdura SENZA DIFETTI, e quella che si fosse portata a casa roba brutta sarebbe stata rimproverata come incapace dalla madre, dalla suocera, dalle sorelle maggiori, e quella roba non sarebbe certamente finita sulla tavola ma recuperata in qualche preparazione per non attirare anche i rimproveri degli uomini di casa.

    E nelle campagne i frutti belli e senza difetti venivano venduti, quelli meno belli consumati, quelli fallati o deformi dati agli animali, nessun contadino avrebbe fatto diversamente, potendo disporre di una scelta: solo se la situazione era di vera fame per povertà o carestia si consumava tutto, e avercene!, per tornare immediatamente alla selezione appena se ne aveva la possibilità.

    Persino nel fare il pane nel proprio forno con la farina ricavata dal proprio grano nessuno si accontentava di fare un pane brutto “perché tanto è da mangiare”, basta vedere le dozzine di forme differenti che venivano date alle pagnotte, molte specializzate per differenti usi, alcune destinate a durare nel tempo (spesso si panificava una volta al mese), le forme grandi portate al forno comune venivano differenziate non con uno scarabocchio “basta che sia” ma imprimendo un segno con un sigillo in legno variamente ornato, differente per ogni famiglia, altro che “estetica da consumismo”.

    Se ne facciano una ragione quelli che tuonano contro la ricerca del frutto esteticamente valido, perché solo una carestia potrebbe indurre un consumatore normale a portarsi a casa roba brutta e deforme, e sarebbe comunque tanto prevenuto da trovarla anche cattiva al gusto, cercare di convincere un normale consumatore che “siccome è brutto dev’essere buono” non è che una delle tante trovate di mercato, come “se è bio allora è buono”, puri e semplici claim pubblicitari di cui è bene diffidare.