Da sinistra a destra: cosce di pollo, hamburger o tartare di bovino, fettine di bovino, fegato, cuore e T-bone; concept: carne rossa, dieta carnivora

Cibi ultraprocessati, carne rossa e genetica: due ampi studi presentati all’EASD svelano l’impatto dell’alimentazione sul rischio di diabete di tipo 2

La prevenzione del diabete di tipo 2 passa anche dalla scelta degli alimenti, oltreché dal controllo del peso e dal movimento. Lo confermano due grandi studi presentati al recente congresso della European Association for the Study of Diabetes (EASD) svoltosi a Milano, che hanno messo in evidenza da una parte il ruolo dei prodotti ultra processati in quanto tali, e dall’altra quello della carne rossa, e in modo specifico quello di una sostanza in essa contenuta, come elementi determinanti nell’aumentare il rischio.

Il primo studio, presentato dai ricercatori della City University of Hong Kong, si è basato sui dati di circa 57.000 persone (età media 69,5 anni, per il 42,3% maschi) contenuti nel grande archivio UK Biobank. In particolare, sono stati messi insieme quelli sulle abitudini alimentari, quelli sulla quantità di movimento svolto abitualmente e quelli genetici, per un periodo di tempo di follow up medio di 7,8 anni, durante il quale ci sono state poco meno di mille nuove diagnosi di diabete di tipo 2.

Come atteso, il rischio è risultato tanto più elevato quanto minore era l’attività fisica e maggiore la percentuale di alimenti ultra processati presenti nella dieta, con lo stesso andamento anche in chi aveva un rischio genetico. Nello specifico, per ogni 10% di ultra processati in più, la probabilità di sviluppare il diabete cresceva del 7%. Chi però era sportivo e soddisfaceva i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – secondo la quale è necessario svolgere almeno 150 minuti di sport alla settimana – aveva un calo del rischio del 39%, rispetto a chi non svolgeva alcuna attività fisica.

Dieta e movimento battono la genetica

Interessante anche il legame tra consumo di ultra processati e geni: in chi aveva una predisposizione al diabete un consumo molto basso, non superiore all’11% delle calorie totali, corrispondeva a una diminuzione del rischio di diabete del 35%. Allo stesso modo, sempre in queste persone, 150 minuti di attività in generale facevano diminuire le probabilità di ammalarsi del 33%. L’effetto però cambiava a seconda della quantità di ultra processati, tra i soggetti più a rischio. Chi ne consumava di più aveva un calo del 31%, chi ne assumeva una quantità intermedia del 57% e chi ne mangiava pochissimi del 58%.

Infine, la combinazione di sport e pochi ultra processati si traduceva in una diminuzione del 49% in chi aveva un rischio genetico alto, del 70% in chi aveva un rischio intermedio e del 59% in chi aveva una suscettibilità genetica bassa.

Il messaggio finale è stato quindi duplice: da un lato la ricerca ha ribadito l’importanza di limitare il consumo di prodotti industriali e di svolgere una regolare attività fisica; dall’altro ha offerto una speranza in più a chi ha una predisposizione genetica al diabete di tipo 2. Anche queste persone, infatti, possono ridurne il rischio scegliendo gli alimenti giusti e mantenendosi in movimento.

Alcuni alimenti da fast food visti dall'alto su una superficie gialla: panini con hamburger, pollo fritto, anelli di cipolla, patatine , bibita zuccherata e salse; concept: junk food, ultra processati
La prima ricerca ha ribadito l’importanza di limitare il consumo di prodotti industriali

Diabete e carni rosse

Il secondo studio ha invece attinto ai dati della grande indagine di popolazione svolta in Francia chiamata NutriNet Santé, relativa a circa 90.000 adulti (età media 42 anni, per il 79% donne) seguite per una media di 7,2 anni, durante i quali ci sono state circa un migliaio di nuove diagnosi.

Anche in questo caso, verificando le abitudini alimentari e lo stato di salute, i ricercatori dell’Università della Sorbona di Parigi hanno mostrato il legame con le carni rosse, individuando uno specifico colpevole, uno zucchero chiamato acido N-glicolilneuraminico o (Neu5Gc). Chi consumava più carne rossa, e assumeva quindi più Neu5Gc, aveva un incremento del rischio di diabete di tipo 2 che poteva arrivare al 63% rispetto a che non ne mangiava o ne mangiava pochissimo, e l’effetto restava anche dopo le correzioni in base ad altri fattori di rischio quali il livello di attività fisica o il fumo.

Era inoltre visibile, anche se attenuato, se si teneva conto del peso. Il rapporto era poi dose-dipendente: più carni rosse significavano più Neu5Gc e maggiore rischio di diabete. Nello specifico, chi consumava più carne (il quintile più alto, oltre i 97 grammi al giorno per gli uomini e 73 per le donne) mostrava un rischio di diabete superiore del 63% rispetto a chi ne mangiava pochissima (da zero a 5 grammi al giorno). Per i consumi intermedi il rischio aumentava comunque, ma in misura minore, con un +41%. Conteggiando anche le carni lavorate (come i salumi), le quantità giornaliere nei due gruppi salivano rispettivamente fino a 136 grammi e a 9-21 grammi.L’associazione non cambiava tra uomini e donne e non risentiva delle calorie totali assunte, a conferma del fatto che si tratta di un ruolo specifico di Neu5Gc.

Il meccanismo dell’infiammazione

Il Neu5Gc è uno zucchero presente nella carne di molti mammiferi (e in misura assai minore nei derivati del latte) ma non in quella dell’uomo, che ha perso la capacità di sintetizzarlo dopo che è avvenuta una mutazione in un gene chiamato CMAH. Una volta assunto, induce una reazione immunitaria e uno stato infiammatorio che possono spiegare il nesso con il diabete. Esiste una soglia, nei livelli superiori, oltre la quale il rischio diventa molto più alto, fatto che fa pensare che l’organismo sia in grado di neutralizzare una certa quantità di Neu5Gc, ma che oltre tale concentrazione si inneschi una reazione diversa e molto più potente. E infatti per i derivati del latte e le carni bianche, che contengono solo quantità minime di questo zucchero, l’effetto sul rischio risulta del tutto marginale o assente.

Restano numerosi aspetti da chiarire, ma nel frattempo ancora una volta il messaggio è chiaro: l’apporto di carni rosse nella dieta andrebbe limitato.

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos

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