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Casa del Rider: a Napoli il primo luogo di ritrovo che va incontro ai ciclofattorini

A Napoli è stata inaugurata la prima “Casa del Rider” italiana, un’iniziativa che nasce nell’ambito del progetto “Nuovi lavori, nuove tutele” che vede coinvolti l’Associazione Napoli Pedala, l’Inail e la NIdiL Cgil Napoli. Dal 29 marzo 2021 in galleria Principe di Napoli presso la Bicycle House i rider del capoluogo campano hanno un luogo di ritrovo, dove possono socializzare, rivolgersi a consulenti per ottenere informazioni sulle varie tipologie contrattuali attuate dalle piattaforme, sugli adempimenti fiscali e previdenziali, sull’apertura delle partite Iva e dove trovare assistenza legale. Quella di Napoli è una specie di area di servizio a misura di rider, dove, oltre alla sala riunioni, l’area bar e incontro, è presente una zona per ricaricare le biciclette elettriche, una per ricaricare i cellulari e un deposito zaini.

L’apertura di una realtà come la “Casa del Rider” appare di grande importanza, poiché nell’anno del Covid i ciclofattorini non possono godere nemmeno di una pausa caffè al caldo di un bar. In questa fase caratterizzata dalle restrizioni per le misure anti-contagio che hanno visto coinvolti anche i servizi per la ristorazione, è venuta a mancare pure la possibilità di usufruire dei bagni dei locali nei momenti di vuoto tra una consegna e l’altra. Oltre a garantire un’assistenza primaria, la “Casa del Rider” vuole anche abbracciare un’altra sfida: quella di provare a lanciare un progetto di “Delivery sociale” che faccia attenzione alla questione dei diritti, del lavoro e della tutela. L’auspicio di Luca Simeone, presidente di Napoli Pedala, è che la città cominci a rifiutare quelle aziende che nel loro algoritmo mettono l’eventualità di consegne che distano tra loro 10-15 km obbligando in questo modo i rider a correre sui loro mezzi rischiando la propria vita e l’incolumità di chi attraversa le strade.

A Napoli è stato inaugurato il primo luogo di ritrovo per rider che mette a disposizione servizi e assistenza

Un particolare algoritmo, infatti, registra e analizza tutti i dati e le statistiche relative ai lavoratori: sulla base di alcuni fattori quali l’affidabilità, la costanza e la disponibilità, li suddivide in gerarchie e attribuisce loro un punteggio. Più alto è il punteggio, maggiori sono le possibilità di prenotarsi nelle fasce orarie con maggiore domanda (pranzo e cena) e, di conseguenza, maggiore è il guadagno. Questo sistema di rating viene considerato “vendicativo”: se si saltano delle giornate di lavoro perché in malattia o in sciopero, si viene declassati perdendo opportunità di consegna nelle settimane successive, un meccanismo, quest’ultimo, considerato fallace anche dalla legge. Basti pensare alla sentenza del tribunale di Bologna emessa a gennaio 2021 che ha giudicato l’algoritmo “Frank” utilizzato da Deliveroo discriminatorio.

Secondo alcune stime della Cgil, in Italia i rider ammonterebbero a 20 mila persone, ma non tutti si trovano nella stessa situazione.  La  differenza è che Deliveroo, Uber Eats e Glovo, Just Eat (queste quattro sono le principali imprese di consegna di cibo in Italia) hanno deciso di assumere i “suoi” rider attraverso il contratto della logistica. L’accordo firmato a fine marzo dall’azienda con le categorie di Cgil, Cisl, Uil dei trasporti e dei lavoratori atipici prevede una tariffa oraria chiara, permessi, ferie, Tfr, tariffe per il lavoro notturno, indennità per malattia, infortuni e genitorialità. Quelli che possono sembrare dei diritti basilari, rappresentano una conquista in un sistema abituato a pagare a cottimo secondo il quale più consegne si fanno, più si guadagna e più chilometri si percorrono, più il prezzo di consegna si alza.

L’utilizzo dell’algoritmo è solo uno dei motivi della lotta dei ciclofattorini, contestazione che di recente ha adottato uno strumento tanto nuovo quanto efficace: affondare in borsa le aziende di consegne a domicilio. A fine marzo 2021, Deliveroo ha, infatti, debuttato nella borsa di Londra perdendo il 26% del valore dei suoi titoli. In coincidenza con l’arrivo in borsa del colosso inglese, l’Independent Workers’ Union of Great Britain (uno dei sindacati più rappresentativi dei ciclofattorini inglesi) insieme a ShareAction e The Private Equity Stakeholder Project hanno presentato un dossier che mette in guardia gli investitori sui rischi finanziari e di reputazione derivanti dalla scelta di investire in un’azienda che sfrutta i lavoratori e non li riconosce come dipendenti come richiesto dalla Corte suprema britannica. Il 7 aprile, a una settimana dalla diffusione di questo documento e in occasione della vera e propria quotazione in borsa, l’Iwgb ha indetto uno sciopero nazionale dei rider. Mobilitazioni a livello nazionale sono state chiamate anche in Italia, dove il 26 marzo 2021 i fattorini hanno lanciato il #nodeliveryday, invitando i clienti a non ordinare d’asporto per una giornata.

In questo panorama fatto di precarietà e mancanza di tutele e diritti, avere a disposizione una struttura presso la quale potersi confrontare, trovare informazioni e aiuto, trascorrere la pausa e ricaricare il telefono appare dunque un piccolo eppure fondamentale passo in avanti.

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com

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Roberto La Pira

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Un commento

  1. Avatar
    Stefania De Carli

    Mi pare un’iniziativa lodevole e da replicare un po’ ovunque!

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