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Il caporalato non è una questione solo italiana. La situazione in Grecia e in Spagna nel rapporto di “Terra!”

caporalato

Esce oggi il nuovo rapporto dell’associazione ambientalista Terra! sul caporalato in Italia, Spagna e Grecia. Il dossier racconta la dimensione continentale dello sfruttamento del lavoro in agricoltura, mettendo in evidenza i vuoti normativi, lo squilibrio nel potere di mercato e la debolezza dei controlli nelle filiere nell’Europa mediterranea. Il rapporto è un lavoro collettivo che raccoglie inchieste sul campo svolte nei tre Paesi. Il dossier nasce dall’esigenza di alzare lo sguardo dalla nostra penisola, per consolidare l’attività svolta negli ultimi anni sul tema dello sfruttamento in agricoltura e sulle disfunzioni di filiera.

In Italia il caporalato viene solitamente raccontato come un tema di cronaca interna, una questione preoccupante che affligge in particolare il Sud. Il rapporto però evidenza come la questione sia più ampia e riguardi diversi Stati mediterranei. Per questo motivo Terra! chiede all’Europa di farsi carico con maggiore determinazione delle condizioni sociali ed economiche dei lavoratori agricoli, costretti a vivere in condizioni di invisibilità e precarietà estrema.

Il 2020 è stato l’anno dell’emergenza sanitaria. Le immagini degli assalti ai supermercati resteranno vivide ancora a lungo nella memoria collettiva. L’Europa, temendo che nessuno potesse più coltivare i suoi campi e quindi portare il cibo a tavola, ha dovuto aprire gli occhi di fronte a queste persone invisibili senza diritti, che solitamente si spostano di Paese in Paese in base alle stagioni di raccolta. Si è scoperto che la maggior parte della forza lavoro è di origine straniera, spesso senza documenti e senza un contratto regolare, quindi più vulnerabili.

A minare ulteriormente lo sviluppo del comparto, si aggiungono casi di distorsione del lavoro regolare e dei contratti, che costringono i lavoratori a condizioni di vita indecorose. Il lavoro a cottimo è particolarmente presente nell’Agro Pontino, dove i pagamenti sono erogati in base ai “mazzetti” di ortaggi raccolti, che seguendo tabelle del tutto informali, vengono poi convertiti in giornate lavorate.

Ma è il lavoro grigio la piaga più presente nel Sud Italia

Ma è il lavoro grigio la piaga più presente al Sud. Si basa su un tacito – e spesso obbligato – accordo tra il lavoratore e l’imprenditore agricolo. L’imprenditore si assicura un lavoro continuativo tutto l’anno, ma non registra mai più di 180 giornate, oltre le quali sarebbe obbligato a contrattualizzarlo. In questo modo, paga meno tasse e costringe il lavoratore in una condizione di subalternità. Quest’ultimo, dal canto suo, potrà godere degli ammortizzatori sociali previsti grazie a un numero di giornate registrate che però, spesso, è di molto inferiore a quelle effettivamente svolte. Per le giornate che eccedono, sarà retribuito in modo informale.

Nella filiera produttiva c’è anche una parte di responsabilità da parte di alcune catene della grande distribuzione organizzata che impongono contratti capestro. Per questo la materia è oggetto di una direttiva approvata dal Parlamento e dal Consiglio europeo (2019/633, la cosiddetta direttiva “pratiche sleali”), con l’obiettivo di delineare un quadro di riferimento comune a 27 legislazioni diverse, che entro il mese di maggio, gli Stati membri saranno chiamati a recepire.

In Spagna si usa molto la cosiddetta contratación en origen, ovvero il reclutamento diretto di lavoratori in paesi terzi, quasi completamente assorbito dalle migliaia di contratti fatti in Marocco per portare manodopera a Huelva, la provincia andalusa dove si concentra la quasi totalità della produzione nazionale di fragole, di cui la Spagna è primo esportatore mondiale.

In Grecia il 90% della manodopera del settore agricolo è composto da migranti, la maggior parte dei quali lavora in modo informale, viene pagata in nero e non è assicurata. C’è poi l’assenza di controlli che permette al sistema agricolo greco di sopravvivere, in una filiera composta da una pluralità di piccole e medie imprese (il 98 per cento del totale) che operano su una superficie media di 6,8 ettari, esposte alle pressioni di pochi e forti soggetti della commercializzazione e della distribuzione. Questi ultimi, infatti, non di rado mettono in competizione i fornitori e ritardano i pagamenti, chiedendo sconti per accelerare le procedure. Inevitabilmente, le pressioni della filiera sugli agricoltori generano sforzi volti alla riduzione dei costi di produzione.

In questi anni Terra! ha portato avanti diverse iniziative, l’ultima è quella con la Flai CGIL e l’associazione daSud, nel 2017 quando è stata lanciata  la campagna #ASTEnetevi. La campagna ha denunciato una delle pratiche più vessatorie adottate da alcune catene della Grande Distribuzione Organizzata, quella delle aste al doppio ribasso, raccontate nel rapporto “Astenetevi. Grande Distribuzione Organizzata. Dalle aste on-line all’inganno del sottocosto”. Un’iniziativa che ha avuto un grande impatto e che ha portato a un disegno di legge correttivo.

Per maggiori informazioni: www.associazioneterra.it

© Riproduzione riservata. Foto Stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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Un commento

  1. Avatar

    la responsabilità dell esistenza del caporalato ,ovviamente all’esistenza di persone atte a delinquere ,alla scarsa presenza dello stato alle pene esigue e a scappatoie varie ,io metterei sul piatto della bilancia l’assenza di senso di responsabilità di molti cittadini ,che desiderano comprare i prodotti agricoli a prezzi bassi ,dimenticando che il lavoro agricolo è un lavoro duro e sarebbe giusto pagarlo meglio ,costringendo il mercato in un modo o nell’altro a risparmiare per portare sui banchi la merce a prezzi sempre più bassi ,indovinate poi chi si deve sacrificare i lavoratori. grazie