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Dieta a crudo per cani e gatti: la riflessione di un veterinario che chiarisce alcuni punti

Pubblichiamo di seguito il commento di un medico veterinairo, Valerio Guiggi, che ci ha scritto in risposta all’articolo di Agnese Codignola sull’alimentazione per cani e gatti a base di cibi crudi (BARF).

Alcuni giorni fa, sulle pagine de “Il Fatto Alimentare”, è stato pubblicato un articolo relativo ai rischi legati alle alimentazioni a crudo per cani e gatti.
Si tratta di un argomento di cui mi occupo quotidianamente nella mia attività professionale, e molti proprietari dei miei pazienti mi hanno chiesto un parere relativamente a quanto riportato dall’articolo, proponendo anche al sito stesso di chiedere una mia opinione; ringraziando Il Fatto Alimentare della richiesta giuntami in privato, ho deciso di rispondere alla richiesta con la seguente riflessione.

Mi chiamo Valerio Guiggi, sono un Medico Veterinario, Specialista in Ispezione degli Alimenti di Origine Animale, e nella mia attività clinica professionale mi occupo di alimentazione e nutrizione del cane e del gatto. Mi occupo spesso di questo controverso argomento, soprattutto perché seguo diversi proprietari i cui animali vengono alimentati con carni crude. Per questo motivo cerco di informare le persone sia sui rischi che sui benefici di questo tipo di alimentazione (nonché delle altre tipologie, cioè le alimentazioni industriali e le alimentazioni casalinghe a cotto). In varie situazioni ho consigliato anche personalmente delle alimentazioni a crudo, e in questa sede mi trovo ad esprimere un parere personale, e professionale, sull’utilizzo di questo tipo di alimentazione, analizzandone rischi e benefici e cercando di far capire come, almeno io, mi pongo riguardo a questo tipo di alimentazione.

Per prima cosa, voglio ricordare che ad oggi il Servizio Sanitario Nazionale riconosce, e controlla, alimenti di origine animale destinati ad essere consumati crudi tanto dall’uomo, quanto dagli animali:

-Per l’essere umano, il Reg. 853/04 e s.m.i. definisce i controlli differenziati per prodotto di origine animale. Si fa riferimento al latte crudo e al consumo di pesce crudo. Altri regolamenti pongono controlli sui parassiti legati alla carne cruda, come il Reg. CE 2075/05, che definisce i controlli ufficiali sulle Trichinelle, parassiti che sarebbero distrutti dalla cottura (ma il controllo viene effettuato considerando che in molti casi non verrà raggiunto un rapporto Tempo/Temperatura sufficiente ad uccidere questi parassiti).

-Per gli animali, il Reg. UE 142/11 definisce la “Carne greggia per animali da compagnia”, definendo i controlli che devono essere effettuati su questi prodotti destinati ad essere venduti e consumati crudi; il Ministero della Salute pubblica annualmente i dati relativi ai Controlli Ufficiali (qui la relazione relativa all’anno 2017).

Come evidenziato dalle relazioni sui controlli ufficiali, il rischio microbiologico legato agli alimenti di origine animale crudi, anche per la salute degli stessi animali, è ben conosciuto e non deve essere sottovalutato, come ricordo sempre ai proprietari stessi. Tuttavia, il fatto che le Autorità Sanitarie permettano la commercializzazione e la vendita di prodotti di origine animale destinati ad essere consumati crudi significa che il rischio, grazie ai controlli odierni, può essere reso “accettabile”, l’obiettivo ad oggi perseguito (il “rischio zero” è un obiettivo ormai abbandonato in quanto ritenuto non raggiungibile).

Tuttavia, è importante ricordare che, per quanto non esistano studi a lungo termine (per quanto a mia conoscenza) sui benefici delle alimentazioni a crudo in generale (cioè, per esempio, seguendo per molti anni con grande attenzione gruppi di animali dagli stili di vita simile, ma di cui uno viene alimentato, ad esempio, con croccantini, l’altro con alimentazione a crudo bilanciata, vedendo quali sono gli impatti sulla salute, sull’incidenza delle varie patologie, sull’aspettativa di vita), ci sono caratteristiche del crudo che devono essere prese in considerazione e che possono costituire dei benefici per la salute degli animali, specialmente per quelli con patologie, che è il motivo per cui io, ma anche molti colleghi Veterinari, in certe situazioni, consigliamo questo tipo di alimentazione.

Alcuni esempi che posso riportare, che ho avuto modo di verificare anche nell’attività clinica, sono i seguenti:

-La cottura provoca un’ossidazione lipidica, in particolare legata agli acidi grassi polinsaturi, che diminuisce il numero di acidi grassi essenziali (EFA) nell’alimento: un basso quantitativo di acidi grassi essenziali nell’alimentazione può favorire lo sviluppo di patologie dermatologiche (Fascetti A., Delaney G., Applied Veterinary Clinical Nutrition, 2012, pag. 157-158), mentre la mancata cottura salvaguarda questo aspetto;

-La cottura causa una perdita delle vitamine termolabili (Coultate T., La Chimica degli Alimenti, Zanichelli, 2005, pag.237-260) che, conseguentemente, devono essere integrate nell’alimentazione per poter ottenere il bilanciamento nutrizionale. Purtroppo non tutti gli animali vogliono assumere gli integratori (a volte dopo vari tentativi, con notevoli difficoltà da parte del proprietario), mentre altri non possono, per ragioni di salute, assumerli; questo impedirebbe di ottenere un’alimentazione a cotto correttamente bilanciata, in particolare nel gatto che, ad esempio, non può sintetizzare in modo autonomo la Vitamina A a partire dal Beta-Carotene;

-La cottura della carne altera la struttura proteica, e questo può portare al fatto che animali allergici ad una specifica struttura, che si forma in cottura, non abbia una corrispondenza nello stesso prodotto da crudo (Case L., Canine and Feline Nutrition, 3° ed, 2010, pag. 397); ciò consente, in alcune situazioni, di risolvere allergie alimentari che si verificavano con l’alimentazione a cotto ma che non si verificano più con quella a crudo;

-Un problema che spesso si presenta con i gatti è che non vogliono mangiare alimenti che non siano la carne cruda; il digiuno nel gatto è rischioso a causa di una patologia, la Lipidosi Epatica, che deve essere pertanto evitata (Fascetti A., Delaney G., Applied Veterinary Clinical Nutrition, 2012, pag. 238-239).

-La cottura causa una perdita d’acqua presente nell’alimento, ed un’alimentazione a minor contenuto di umidità che può predisporre a patologie; tra le più frequenti ci sono le patologie delle basse vie urinarie del gatto, animale che tende a bere poco l’acqua fornita a parte rispetto al resto dell’alimentazione.

– Sono disponibili anche studi (come questo) che hanno riportato dei benefici relativamente all’alimentazione con la carne cruda, in questo caso dal punto di vista del microbiota intestinale degli animali domestici, seppur per il momento siano in numero limitato; una maggior variabilità delle specie batteriche nel microbiota viene, secondo le conoscenze scientifiche attuali, correlata con uno stato di salute migliore per l’animale.

Sono solo alcuni esempi, ma sono aspetti che nell’attività clinica sul singolo paziente ho avuto modo di riscontrare, e che possono portare alla risoluzione di una patologia, che è quello che i proprietari cercano, quando si rivolgono ad un medico veterinario.
Tralasciando, quindi, chi sceglie la dieta a crudo per ragioni etiche (scelta che porta a ragionamenti di tipo diverso che non credo di essere la persona migliore per affrontare), chiedo ai lettori di provare a immaginare la mia situazione professionale (parlo della mia, non voglio generalizzare, né parlare a nome di tutta la categoria).
Ci sono cani e gatti che il cotto, o gli alimenti industriali, non li vogliono mangiare. Ci sono proprietari che vedono risolvere problemi, anche cronici, con le diete a crudo che con altri tipi di alimentazione non si risolvevano. Ci sono animali che hanno reazioni avverse agli integratori, quindi se formulassi un’alimentazione a cotto non potendo inserirli questa risulterebbe sbilanciata. Come dovrei comportarmi in queste situazioni che, purtroppo, fanno parte della mia attività quotidiana? Come da Deontologia professionale, cerco di agire “In scienza e coscienza” cercando la soluzione migliore per quell’animale.

Non fraintendete: sono ben consapevole dei rischi microbiologici, su cui cerco sempre di sensibilizzare il proprietario (un esempio veloce: molti proprietari credono che il congelamento preventivo delle carni uccida i batteri in esse presenti, ma questo non trova riscontro in letteratura!), e anche di quelli legati all’antibiotico resistenza, che vengono spesso citati nelle ricerche microbiologiche che vengono effettuate sugli “alimenti greggi per cani e gatti” (come definite dal Reg. UE 142/11): la cottura adeguata delle carni uccide i batteri patogeni e anche i batteri resistenti, questo è certo.
Prima di consigliare questo tipo di alimentazione, personalmente eseguo quella che dal punto di vista ispettivo si chiama “Analisi del rischio”, considerando la probabilità dei rischi, la gravità dei rischi, e la componente singola dell’animale che seguo (lo definisco “rischio personale”), scelgo se seguire questo tipo di alimentazione, rispetto ai benefici che potrei ottenere; questo è mirato a ridurre il rischio a un livello accettabile per l’animale. È in seguito a questa analisi che prendo le mie decisioni, scegliendo per ogni animale l’alimentazione che personalmente ritengo più adatta alla situazione che ho davanti. Ma cerco anche di riflettere.

BarfCerco di riflettere non solo sulla salute dell’animale, ma anche sul rischio che la mia scelta pone, cerco di riflettere sull’impatto che la mia scelta avrà anche dal punto di vista del’antibiotico resistenza: a quanto corrisponde l’impatto ambientale, il “guadagno”, in termini di non-diffusione di batteri antibiotico-resistenti che otterrei fornendo carne cotta a che mi fa però ottenere un miglioramento minore nella patologia la quale, magari, mi costringe ad utilizzare farmaci come gli antibiotici che (per la parte non assorbita) si diffondono nell’ambiente, contribuendo essi stessi alla resistenza?
Ma soprattutto, se il mio paziente con questo tipo di dieta migliora la sua condizione clinica, come mi devo comportare? Pensare al paziente e migliorare il suo stato di salute o pensare all’ambiente e alla minor diffusione di antibiotico resistenza, “sacrificando” la salute del paziente?

Una risposta a questa domanda io non ce l’ho. Da Medico Veterinario ho responsabilità sulla salute degli animali e sulla salute delle persone, e le mie scelte in questo senso avranno comunque delle conseguenze negative, sulla salute del cane o gatto, oppure sull’ambiente. Posso solo cercare la soluzione che, al momento, costituisce il miglior compromesso.
Ma mi chiedo anche: se scelgo di “sacrificare” l’ambiente a favore dell’animale, a quanto ammontano queste conseguenze negative sull’ambiente? Quanto sono influenti sull’ambiente le feci di un cane o di un gatto, smaltite (se i proprietari le raccolgono) in una discarica controllata? Quanto influiscono potenzialmente sulla salute di una famiglia che, specialmente in caso di immunodepressione, gravidanza o presenza di bambini, viene da me correttamente informata sui rischi (e sulla loro prevenzione) nell’utilizzo di questo tipo di dieta? Per prendere una decisione definitiva avrei bisogno di studi in larga scala sull’impatto di queste scelte sull’antibiotico resistenza, per poter prendere una decisione quanto più consapevole possibile.
Una decisione che, spero il lettore riconosca, è complessa.

Concludo sottolineando, di nuovo, che questa è solo una personale riflessione. Ed è difficile, anche per me, fornire una risposta definitiva e generale alla questione del cotto e del crudo, pur cercando di operare le mie scelte sulla base di quanto la letteratura scientifica mette a disposizione.
Ritengo però che riflessioni di questo tipo siano importanti e meritevoli di essere prese in considerazione, dal lettore e dai colleghi, per poter parlare di un aspetto oltremodo complesso, e difficile da analizzare. Difficile in particolare se si parte da studi basati su pochi campioni (come quelli citati nell’articolo) che, tra l’altro, seguono un iter gestionale e di controllo diverso dalla carne ad uso umano venduta al supermercato, che la maggior parte dei proprietari che segue questo tipo di alimentazione acquista.

Valerio Guiggi

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6 Commenti

  1. Avatar

    Molto interessante Dr. Guiggi!
    Alcuni dubbi che avevo li ha risolti lei.
    Concordo sull’esiguità del campione statistico dell’articolo.
    Ho fatto anni fa una statistica sulle malattie tipiche di una razza canina e mi dispiaceva di aver avuto un “campione” di solo 900 soggetti, poi ho avuto modo di vedere che in realtà era un numero abbastanza significativo.

  2. Avatar

    Caro collega hai scritto un meraviglioso articolo. Non sono un alimentarista e a volte davvero ci si trova incastrati tra problemi cutanei, intestinali e di appetibilità. Alcuni dei miei clienti danno Barf e mi assicuro che abbiano almeno o un freezer a -21 che possa abbattere qualche forma parassitaria. Per i batteri confido nella qualità di origine del prodotto e anche nel fatto che la barriera gastrica dei nostri animali svolga la funzione per la quale è stata creata. Mi piace immaginare, sebbene questa immagine non trovi forse riscontro tra i colleghi meno campagnoli di me, che il cane è quell’animale che scava una buca e ci mette l’osso e dopo qualche giorno se lo va a riprendere e se lo sgranocchia…

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      Mi permetto di puntualizzare alcuni punti dell’interessante articolo del collega Guiggi. La perdita di ac. grassi essenziali che avviene durante la cottura viene calcolata e rapportata al metodo di cottura affinché si possano rispettare i limiti di presenza negli alimenti anche senza integrazione. Vorrei anche sottolineare che non ci sono dimostrazioni scientifiche che la cottura degli alimenti sia responsabile di patologie di natura allergica nel cane e nel gatto: difatti in nutrizione la formulazione di diete di “eliminazione” cotte e ben strutturate possono condurre alla risoluzione o alla diagnosi di “allergia alimentare”.
      Gatti e lipidosi epatica da digiuno? Le diete che personalmente preparo per i felini sono formulate introducendole molto gradualmente e scalarmente nel tempo (anche un mese) e così facendo elimino problematiche legate al digiuno prolungato senza essere costretto a dare alimenti crudi; inoltre devo dire che nella mia esperienza esistono molti gatti che non amano il crudo ma preferiscono il cotto.
      Non c’è alcuna dimostrazione scientifica che il minor contenuto di umidità negli alimenti possa predisporre alle patologie delle basse vie urinarie nel cane come nel gatto (almeno di mia conoscenza). Ovvio che l’assunzione di acqua deve essere sempre ben controllata. Diverso è invece il comportamento in caso di calcolosi (patologia) dove la sovrasaturazione delle urine sia cosa fondamentale nella cura, e che impone una maggiore assunzione di acqua sia attraverso il cibo che dalla “ciotola”.
      Ci possono essere reazioni avverse agli integratori (in veterinaria il termine corretto e’ “mangimi complementari”)? Si, certamente…come a qualsiasi componente della dieta.
      È giusto quindi sottolineare, come giustamente fa il collega in cima all’articolo, che non esistono studi a lungo termine sui benefici delle alimentazioni crude in generale rispetto ad altri tipi di alimentazione. Io però lo faccio in fondo alle mie riflessioni. Matteo Fiori, Medico Veterinario

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      Mi permetto di fare un appunto al Dott. Fiori .Sono una proprietaria di cani e gatti e sono una di quelle che il gatto accetta solo alimenti crudi, cotti non li vuole. Non trovo corretto continuare con i croccantini aspettando che lui accetti il crudo, io ho provato tanto tempo con il cotto ma quando il dottore mi suggerì di provare crudo il gatto lo ha mangiato nel giro di pochi giorni. Credo che ogni caso sia a sé. Inoltre perché dice che non c’è dimostrazione scientifica del fatto che il minor contenuto di umidità negli alimenti predispone a malattie urinarie? Il suo collega ha riportato la fonte nell’articolo “gatti classificati come affetti da patologia idiopatica del tratto urinario inferiore possono essere più che dimezzati se gli animali affetti vengono mantenuti su diete ad alto contenuto di umidità”!Grazie per la cortese risposta.

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    Premetto che non ho animali (fino a 10 anni avevo i gatti, ma stavo in campagna, credo mangiassero gli avanzi, ma di certo cacciavano anche in proprio, e li adoravo, Nina dormiva in fondo al mio letto), ma conosco gente che ne ha e gli segnalerò questo e l’articolo precedente e relativi commenti. Intanto ho visto la famosa puntata di Report su crocchette e simili e oltre alla questione salute, colpiscono 2 cose: il prezzo a cui vengono vendute, rapportato alla quantità di carne più vantata che contenuta… ci credo che le vogliono vendere… ed il fatto che nessuna ditta abbia accettato di fare visitare alla giornalista i siti di produzione, che fa parecchio riflettere. Pensare quanto amore c’è da parte dei padroni, e quanto vile interesse pare esserci nei produttori. E quei poveri animali usati per i test.
    Devo quindi dire che i vari ragionamenti che ho qui letto mi hanno convinto sulle buone ragioni della BARF applicata come ovvio con le necessarie conoscenze (buon lavoro, è un impegno mica da poco). Riguardo le crocchette, diciamo che come minimo bisogna leggersi bene le etichette, quanto meno per evitare di farsi spennare nel portafoglio.
    Poi che dire, occhio al veterinario 🙁

  4. Avatar

    IL reg 2075 relativo alle trichine è stato sostituito dal Reg. 1375/2015

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