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Aumentare i prodotti vegetali nella dieta è necessario per diminuire l’impatto ambientale del cibo

  Sara Rossi

giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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3 Commenti

  1. E’ banale: l’unica misura che funziona pressoché istantaneamente è quella di agire sul meccanismo dei prezzi. La stragrande maggioranza della gente, quando va bene, è ambientalista solo a parole (spesso nemmeno questo…), ma non è minimamente intenzionata a rinunciare a carne, automobile privata, e più in generale a consumi energetici insostenibili per il pianeta (riscaldamento d’inverno e condizionatore d’estate). Solo se si tocca il portafoglio si può sperare di far muovere i consumatori sulla curva di domanda. E invece cosa si fa? Si concedono lauti incentivi alle produzioni animali, si tagliano le accise sulla benzina, si riducono gli oneri in bolletta…tutti interventi che lanciano segnali di prezzo in antitesi rispetto a quanto si vorrebbe ottenere in termini di politica ambientale. Fintantoché nel prezzo non sarà incluso anche il danno ambientale del prodotto, se ne consumerà sempre più di quanto sarebbe sostenibile.

  2. Concordo senz’altro ma lo spostarsi sul VEG non sarà sicuramente a costo zero, quando aumenta la richiesta s’impennano anche i prezzi, questa purtroppo è una legge di mercato ed i fine ultimo è creare il profitto.

    • Spostarsi sul veg, oltre ad essere positivo in termini ambientali, non potrà che ridurre i prezzi, in quanto per produrre la stessa quantità di calorie/proteine animali è necessario consumare un multiplo (più o meno elevato a seconda del tipo di animale allevato) di calorie/proteine vegetali. Per cui più ci si sposta sul veg, maggiore sarà la quantità di cibo a disposizione dei consumatori, e quindi a fronte di un massiccio aumento dell’offerta i prezzi non potrebbero che calare. Questo, poi, senza considerare il fatto che la stessa qualità del cibo prodotto potrebbe migliorare, perché per produrre cibo a sufficienza per tutti basterebbe una superficie coltivata sensibilmente inferiore, e quindi ci si potrebbe permettere rese per ettaro minori, aumentando la quota del biologico

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