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Allevamenti intensivi e resto del mondo: una guerra infinita. L’intervento di Alessandro Fantini, direttore di Ruminantia

white cows eating silageRiceviamo e pubblichiamo questo contributo di Alessandro Fantini direttore di Ruminantia sulla questione degli allevamenti intensivi di bovini.

Quella che si sta consumando, ormai da molti anni, tra gli allevamenti intensivi e una buona parte dell’opinione pubblica, dei giornalisti e dei medici, sembra una guerra infinita. In vantaggio netto pare che non siano gli allevatori. Per motivi che cercherò di ipotizzare più avanti il “sentiment” collettivo ritiene che i prodotti del latte e la carne rossa facciano male alla salute, che l’allevamento intensivo sia sinonimo di sofferenza per gli animali e che il suo impatto ambientale sia devastante. Le indignazioni, le richieste di chiudere le trasmissioni televisive “animaliste”, certe certificazioni di benessere animale, le iniziative di sensibilizzazione per stimolare il consumo di latte e carne rossa e le campagne pubblicitarie naïf hanno forse peggiorato le cose.

A mio avviso il primo passo, propedeutico a tutto, è acquisire la consapevolezza che del latte e della carne da ruminanti ne esistono tanti tipi. C’è il latte italiano e quello straniero, c’è quello da consumare pastorizzato e quello UHT, c’è il latte per fare le DOP, IGP e STG e quello per fare formaggi di basso prezzo, c’è quello convenzionale, quello biologico, NO-OGM, Etico, etc. E lo stesso vale per la carne: c’è quella italiana e quella straniera, c’è quella destinata agli hard discount e quella delle macellerie “boutique”, c’è la carne grass fed e poi c’è quella delle razze pregiate e quella delle razze non pregiate, e chi più ne ha più ne metta. Ognuna di queste destinazioni del latte e della carne deve avere un suo prezzo, per cui parlare di un prezzo italiano del latte e della carne rossa può apparire ridicolo e funzionale solo a ridurlo.

Il secondo passo è la necessità di ritenere, senza se e senza ma, che la “Green economy” sia il driver di sviluppo, o meglio di riconversione, della nostra economia e che questo percorso sia stato inevitabilmente accelerato dalla pandemia di COVID-19. Anche le stesse banche, e più in generale gli investitori, stanno guardando con interesse al “Green new deal”. È evidente che il pianeta non potrà sopportare a lungo uno sfruttamento delle risorse naturali di questa entità e un inquinamento così intenso e non regolamentato.

animali manzo vacca allevamento
Gli allevamenti intensivi, nell’opinione pubblica, sono ormai diventati sinonimo di sofferenza animale e impatto ambientale

Ma quale potrebbe essere in pratica una traiettoria di riconversione dell’allevamento intensivo? Fermo restando che l’allevamento estensivo può essere solo una buona soluzione per riqualificare le aree interne o marginali del nostro paese e per produrre cibo di nicchia. Basta, secondo la mia opinione, organizzarsi per rispondere concretamente con i fatti e con i numeri a chi, non sempre senza interessi personali, ritiene disdicevole e poco salutistico consumare i prodotti del latte e la carne rossa.

Gli interventi fin qui messi in atto, principalmente nelle filiere del latte e della carne, per la valutazione su vasta scala del benessere animale hanno avuto il merito d’individuare le stalle dove gli animali sono allevati in pessime condizioni e suggerirgli dei cambiamenti. Il metodo sin qui utilizzato non è però riuscito a convincere direttamente o indirettamente (tramite GDO) i consumatori. Quello che ultimamente viene contestato da alcuni giornalisti, dai movimenti animalisti e da catene distributive straniere è che quando si ricorre alla etichettatura volontaria “benessere animale” non si danno ulteriori indicazioni ai consumatori sulla tipologia d’allevamento da cui il latte e la carne provengono. Alimenti provenienti da animali allevati a stabulazione fissa o libera, con o senza pascolo, intensivi o estensivi vengono etichettati allo stesso modo. L’attuale realtà degli allevamenti intensivi di ruminanti si scontra poi con la rappresentazione delle bovine sempre al pascolo proposta nelle pubblicità, creando nei giornalisti e nella gente una sensazione d’inganno.

Le guerre non le vince mai nessuno e fanno solo morti. Il dialogo, la mediazione e la tolleranza permettono invece alle società di crescere in armonia e prosperità economica. A rendere difficile il dialogo tra l’allevamento intensivo e il resto del mondo sono le teorie del complotto. Le filiere del latte e della carne da ruminanti devono fare grandi sforzi in tal senso, non solo per avere un presente ma soprattutto per avere un futuro.

Alessandro Fantini, direttore di Ruminantia

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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7 Commenti

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    Si mangia carne 1 volta a settimana e il problema si autorisolve. Ve lo dice un carnivoro.

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      Idem, solitamente la mangio di domenica, qualche volta mi capita di farmi un altro piatto a metà settimana, e massimo massimo un paio di sere mi mangio qualche fetta di salame o prosciutto (e preciso: tutta roba artigianale e presa solitamente dai produttori), ma non regolarmente.
      In Italia fino a 50 anni fa il consumo medio di carne era sui 20 kg annui pro capite, oggi il quadruplo circa.

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      Le guerre non le vince nessuno..
      Di sicuro la guerra non la vincono gli animali, come non le vince nessuno che non abbia possibilità di ribellarsi. Ho mangiato carne per 35 anni, poi da ambientalista mi sono resa conto che non potevo essere così incoerente. È subito dopo è subentrata l’empatia sopita; eppure dovrebbe essere così naturale immedesimarsi nella sofferenza altrui e lo facciamo quando soccorriamo un gattino abbandonato, o un uccellino caduto dal nido, o condanniamo chi uccide l’ennesimo elefante o chi mangia carne di cane.. basterebbe pensarci veramente, sentirsi dalla parte degli opressi, guardare i loro occhi così simili ai nostri. Vantaggi: ambiente, salute, equità sociale, etica.. E’ ora di cambiare. L’ecomia legata allo sfruttamento animale, a partire dai mangimi e fertilizzanti fino al cibo pronto, si riconvertira’, di certo non si attesterà, ma si adatterà a quello che il consumatore chiede.
      Immagino seguiranno i soliti commenti sprezzanti…

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    Gli allevamenti intensivi sono troppi e poco controllati. Ognuno di noi può far qualcosa: mangiare meno carne o abolirne il consumo, controllare le etichette per capirne la provenienza ( ma qui c’è sempre poca chiarezza), non sprecarla essendo consapevoli che è un prodotto prezioso e frutto della sofferenza di tante creature viventi.

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    Non mangio prodotti di origine animale da circa 40 anni e sto benissimo in salute. All ‘ inizio la mia scelta era nata dal rispetto per gli altri esseri viventi. Poi ho notato che la mia salute migliorava tanto da non avere mai avuto nemmeno un ‘influenza

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    Biagio Morabito

    Posto che di carne, specie rossa, se ne consuma più volte il necessario, non si capisce perché siano essenziali gli allevamenti intensivi quando basterebbe ridurre drasticamente i consumi di carne per passare a quelli estensivi.

    Naturalmente la carne, consumandosene di meno ed essendo gli allevamenti estensivi meno efficienti con riguardo ai costi, costerebbe di più ma il costo pro capite annuo grazie al minor consumo non dovrebbe variare ed ad avvantaggiarsene per contro sarebbero la salute di tutti ed un servizio sanitario nazionale meno costoso persino per gli allevatori.

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    Piero Rostagno

    Credo che la tesi di Fantini sia che occorre evitare il muro contro muro. Nella pura contrapposizione quello a cui si tende è l’affermazione della propria verità, a scapito della ricerca della soluzione del problema che pur sussiste. In questo dibattito affermazioni come “…economia legata allo sfruttamento animale, a partire dai mangimi” oppure “…gli allevamenti intensivi sono troppi e poco controllati” sono probabilmente legate a emotività indotta anche da un certo tipo di informazione. La realtà è ben diversa e, con relativa semplicità, facilmente verificabile. Forse è anche giunto il momento di riformulare il concetto di “intensivo”. Una cosa sono i mega allevamenti delle Americhe che di solito sono portati a esempio, ben diversa è la situazione italiana dove il censimento Istat dell’agricoltura 2010 ci consegna la fotografia di un allevamento gestito in massima parte da nuclei famigliari e con classi di ampiezza per numero di capi decisamente lontane anni luce da quegli esempi. La realtà è complessa e con diverse sfaccettature. Cercare scorciatoie, sebbene con ottimi e nobili motivi, non aiuta ad arrivare a destinazione.