Si allarga il richiamo del miglio decorticato biologico. Oggi il Ministero della Salute ha diffuso l’avviso del richiamo di due marche di miglio decorticato biologico a marchio Cadoro Bio e a marchio Biobon. Il motivo indicato sull’avviso di richiamo è sempre la possibile presenza di alcaloidi tropanici oltre i limiti previsti dal Regolamento UE 915/2023.
Il prodotto in questione è venduto col marchio Cadoro Bio in confezioni da 250 grammi, appartenenti ai lotti L210/25 con il termine minimo di conservazione (TMC) 01/2027, e L260/25 con il TMC 03/2027, e L309/25 con il TMC 05/2027, e L339/25 con il TMC 06/2027, e L021/26 con il TMC 07/2027.
L’altro richiamo riguarda le confezioni a marchio Biobon da 500 grammi, con lotto di produzione 293/25 e con il termine minimo di conservazione 04/2027.
L’azienda Melandri Gaudenzio Srl ha prodotto il miglio decorticato bio per Supermercati Cadoro SpA e anche per il proprio marchio, Biobon. Lo stabilimento di produzione si trova in via Boncellino, 120 48012 Bagnacavallo (RA).

Anche i recenti richiami di miglio decorticato bio erano causati dalla possibile presenza di alcaloidi tropanici (tutti i dettagli in questo articolo). Si tratta di sostanze naturali di origine vegetale, presenti soprattutto in piante della famiglia delle Solanacee, che hanno effetti sul sistema nervoso: a basse dosi possono essere usati come farmaci, ma a dosi più alte causano sintomi come secchezza delle mucose, tachicardia, allucinazioni e confusione.
A scopo precauzionale, l’azienda raccomanda di non consumare il miglio decorticato biologico con i numeri di lotto e i termini minimi di conservazione sopra indicati. Le consumatrici e i consumatori eventualmente in possesso del prodotto richiamato possono restituirlo al punto vendita d’acquisto, dove sarà sostituito o rimborsato.
Dal primo gennaio 2026 Il Fatto Alimentare ha segnalato 24 richiami, per un totale di 63 prodotti di aziende e marchi differenti. Clicca qui per vedere tutti gli avvisi di richiamo, i ritiri e le revoche.
Giornalista, redattrice de Il Fatto Alimentare, con un master in Storia e Cultura dell’Alimentazione