acqua minerale

Per decenni abbiamo combattuto contro PFAS come PFOS e PFOA, le molecole che hanno reso impermeabili le nostre giacche e antiaderenti le nostre padelle. Oggi, grazie a leggi sempre più severe, queste sostanze stanno lentamente sparendo dalla produzione. Ma la vittoria è solo parziale: negli ultimi anni sta infatti emergendo un’altra sostanza, il TFA (acido trifluoroacetico), una molecola minuscola, invisibile e incredibilmente difficile da fermare. La sfida del prossimo decennio, quindi, non sarà solo vietare le sostanze, ma ripensare intere tecnologie, dai refrigeranti ai pesticidi, per evitare che la cura del pianeta generi un nuovo, indistruttibile problema.

Perché il TFA è ovunque?

Il TFA non è arrivato per caso: si tratta infatti di un metabolita di PFAS ancora ampiamente utilizzati, soprattutto in pesticidi e gas refrigeranti. È altamente solubile, persistente e in grado di raggiungere falde e sorgenti anche a grande distanza dai luoghi di emissione. Il risultato è una contaminazione diffusa e trasversale, che riguarda acqua, alimenti e bevande alcoliche.

In molti casi, questa contaminazione è il risultato involontario del progresso ambientale. Per proteggere lo strato di ozono dell’atmosfera, l’industria ha infatti sostituito i vecchi gas refrigeranti (CFC) con gli HFO (idrofluoroolefine), usati oggi nei condizionatori delle auto e delle case. Il problema? Quando questi gas si disperdono in atmosfera, si decompongono rapidamente e si trasformano in TFA, che ricade a terra con la pioggia e diventa parte del ciclo dell’acqua. Non si tratta quindi solo di scarti industriali del passato, ma di un inquinamento che produciamo ogni volta che accendiamo il climatizzatore.

A differenza dei vecchi PFAS, che sono molecole ‘pesanti’ che si depositano nei fanghi o nel sangue, il TFA è una molecola ultra-corta e iper-mobile. Questo le permette di penetrare ovunque. Recenti indagini condotte da varie organizzazioni hanno trovato tracce di TFA nella stragrande maggioranza dei campioni di acqua di rubinetto e in molte marche di acque minerali in bottiglia. Essendo così piccolo, il TFA passa infatti attraverso i comuni filtri a carboni attivi.

acqua minerale in bottiglia
Indagini svolte tra il 2024 e il 2025 hanno trovato TFA in bottiglie di acqua minerale in Italia e in Europa

Il TFA nell’acqua minerale

Nel 2024 Pesticide Action Network Europe (PAN Europe) ha analizzato acque minerali commercializzate in diversi Paesi europei, trovando TFA in numerosi campioni, spesso a concentrazioni rilevanti. In Italia, indagini di Altroconsumo e Greenpeace hanno avuto risultati analoghi. In particolare, le analisi dell’associazione ambientalista hanno trovato TFA in sei marchi di minerale su otto: Levissima, Panna, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto. Ferrarelle e San Benedetto Naturale sono invece risultati al di sotto del limite di rilevabilità di 50 ng/L.

Le analisi quindi hanno mostrato che non si tratta di un problema circoscritto a singoli marchi o territori: il TFA è ormai pervasivo. Di fronte ai primi dati, anche l’associazione di categoria Mineracqua ha riconosciuto che la sostanza è “ampiamente diffusa”, attribuendone l’origine a fonti industriali e agricole multiple. Una spiegazione che, di fatto, conferma la portata del problema.

Un elemento significativo del test è che il TFA è stato l’unico PFAS identificato: nessuno dei campioni conteneva altri 20 PFAS regolamentati dalla direttiva Ue sull’acqua potabile, in vigore da gennaio 2026, né i principali PFAS monitorati per la loro pericolosità (PFOA, PFOS, PFHxS, PFNA).

TFA anche nel vino

Il TFA viene assorbito anche dalle radici delle piante. È stato rilevato in concentrazioni significative nel vino europeo e in diversi prodotti ortofrutticoli, specialmente quelli trattati con pesticidi fluorurati che, degradandosi, lasciano questo residuo ‘eterno’. Un’altra indagine di PAN Europe, infatti, ha mostrato un aumento allarmante del TFA anche nel vino a partire dal 2010.

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I rischi per la salute

La sfida è definire quanto il TFA sia pericoloso. Per anni è stato considerato ‘meno tossico’ perché il corpo umano lo espelle in tempi brevi. Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), alle concentrazioni oggi osservate il TFA non rappresenta un rischio acuto immediato. Tuttavia, il suo profilo tossicologico a lungo termine non è ancora definito.

Tuttavia, le autorità sanitarie (come quelle tedesche e l’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche, ECHA) hanno recentemente riclassificato il TFA come tossico per la riproduzione. Inoltre, le evidenze più recenti suggeriscono possibili effetti su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico non trascurabile.

È vero che il TFA sembra avere un’emivita nell’uomo molto più breve rispetto ai PFAS a catena lunga, che restano nell’organismo per anni. Il problema però non è la singola dose, ma l’ubiquità: se è nell’acqua che beviamo, nel vino che sorseggiamo e nella frutta che mangiamo, la nostra esposizione diventa cronica e quotidiana.

La normativa

Il TFA è oggi uno degli PFAS più diffusi, ma non è regolato come gli altri. Non rientra nei limiti europei, non ha soglie per le acque minerali e per il vino, e solo tardivamente è stato preso in considerazione per l’acqua potabile. Dal 12 gennaio 2026 è in vigore in UE (ma non nel nostro Paese, dove è stato rinviato di sei mesi) un limite di 100 ng/L per la somma di 20 PFAS nell’acqua potabile, che però non comprende il TFA.

In Italia, però, il Decreto Legislativo 102/2025 ha introdotto per la prima volta un limite specifico per il TFA nelle acque potabili (10 µg/L). Fino al 2026 le aziende idriche hanno tempo per adeguarsi e monitorare la situazione, poi dal 2027 il limite diventerà vincolante, obbligando a investimenti massicci in tecnologie di filtrazione avanzate, come l’osmosi inversa, l’unica attualmente in grado di bloccare molecole così piccole. Per le acque minerali, al momento, non esiste alcun limite legale.

© Riproduzione riservata Foto: Fotolia, Depositphotos

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