Inchiesta sul caporalato digitale: la Procura di Milano mette sotto controllo Deliveroo Italy per lo sfruttamento di 20mila lavoratori
Il 25 febbraio 2026 la procura di Milano ha emanato un decreto di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy S.r.l. con l’accusa, confermata dal giudice il 3 marzo, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di 3mila rider a Milano e 20mila in Italia. La società di delivery risulta ora indagata per caporalato poiché avrebbe impiegato manodopera in condizioni di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.
La retribuzione corrisposta ai rider non appare proporzionata né alla qualità, né alla quantità di lavoro prestato: in alcuni casi, la paga è inferiore fino al 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva in netto contrasto, dunque, con l’articolo 36 della Costituzione italiana che prevederebbe una retribuzione in grado di garantire un’esistenza libera e dignitosa. Dalle 50 testimonianze raccolte dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro risulta che il 73% dei ciclofattorini percepisce un guadagno inferiore a € 1245 lordi al mese – soglia che fa correre il rischio di scivolare nella povertà – lavorando fino a dieci ore al giorno e pedalando anche 100 km al giorno 7 giorni su 7.

Agli ordini di un algoritmo
L’organizzazione dell’attività aziendale, compresa l’attività dei rider, si basa interamente su una piattaforma informatica che oltre a raccogliere gli ordini, controlla l’esecuzione, la modalità, i tempi di consegna e i parametri di remunerazione dei rider. Tale sistema algoritmico che permette un monitoraggio costante e totale era già salito agli onori della cronaca alla fine del 2020 a seguito di una sentenza emessa dal tribunale di Bologna dove viene definito discriminatorio l’algoritmo “Frank” di Deliveroo. Come si legge nell’ordinanza del tribunale, attraverso questa piattaforma digitale viene gestista la distribuzione dei flussi di lavoro tra coloro che si rendono disponibili prenotando sessioni di lavoro. Per svolgere la propria attività, i rider sono obbligati a installare sul proprio smartphone una app fornita dalla società che genera un profilo personalizzato tramite il quale i lavoratori possono registrarsi e accedere alla piattaforma dell’azienda.
Il sistema di Deliveroo

Il sistema di prenotazione delle sessioni di lavoro è basato su un punteggio, attribuito dall’algoritmo a ciascun rider ed elaborato su due parametri, l’affidabilità e la partecipazione. Ciascun rider viene periodicamente profilato tramite statistiche elaborate dalla società che valutano il tasso di rispetto delle ultime due settimane di sessioni di lavoro prenotate dal lavoratore e non cancellate. Una volta prenotata una sessione di lavoro correlata a una determinata zona di consegna, se non avviene la cancellazione della prenotazione nelle 24 ore antecedenti – così come previsto dal regolamento di Deliveroo–, il rider ha l’obbligo di recarsi all’interno del perimetro della zona lavorativa altrimenti è prevista una penalizzazione. Le conseguenze imposte dalla piattaforma in caso di comportamenti ritenuti non conformi comprendono anche l’espulsione dal sistema.
Nel dossier intitolato La condizione di lavoro dei rider del food delivery della NIdiL CGIL si legge che dei 500 rider intervistati – in questo caso il campione comprende lavoratori di Deliveroo, Glovo e Just Eat –, un terzo ha subito il blocco dell’account che equivale di fatto a un licenziamento. Nella maggioranza dei casi (79,6%), i rider non ricevono alcuna comunicazione sulle motivazioni.
Identikit dei rider
È sempre attraverso il dossier 2025 della CGIL che si capisce chi sono i rider in Italia. Secondo gli ultimi dati forniti da Assodelivery, l’associazione datoriale che rappresenta le principali piattaforme di food delivery, ammontano a circa 30mila persone, diverse di loro lavorano contemporaneamente per più aziende di delivery e sono inquadrate prevalentemente con rapporti di lavoro autonomo (soprattutto collaborazione occasionale e partite IVA). La condizione di libera professione è spesso solo un modo per evitare l’assunzione da parte dell’azienda: come si apprende dal comunicato stampa diffuso dal comando dei carabinieri di Milano, nel caso di Deliveroo, sebbene i lavoratori risultino svolgere un’attività propria con partita IVA, in realtà la società utilizza i rider quali lavoratori dipendenti.
I ciclofattorini
La maggior parte dei ciclofattorini è composta da uomini di età compresa tra i 21 e i 39 anni. Oltre la metà di loro è italiana, ma quasi un terzo è rappresentato da cittadini originari di Paesi extra UE, tra cui spicca la componente pakistana che da sola equivale a circa un quarto del totale. Da questi pochi dati possiamo già dedurre che quello del food delivery è un settore a forte attrazione migratoria, constatazione che non sorprende dato che, come abbiamo visto, le condizioni ricattatorie imposte dalla logica algoritmica fanno perno sulle condizioni di necessità dei lavoratori.
Dall’inchiesta emerge inoltre che il guadagno medio per consegna si colloca tra i 2 e i 4 euro lordi che comprendono tutto. Non esistono, difatti, indennità aggiuntive automatiche per il tempo di viaggio, per le attese o per le spese sostenute: se il tempo si allunga o i costi aumentano, ricade tutto sul lavoratore. Tale forma di sfruttamento rimbomba ancora di più se si pensa che il fatturato del Gruppo Deliveroo Italia è pari a 240 milioni di euro, un guadagno fatto sulla pelle dei ciclofattorini.
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