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La spesa in Usa: nelle aree “food desert” si compra il cibo alle pompe di benzina. Ma anche nei supermarket abbonda la qualità scadente. Con qualche costosa eccezione

Mentre si legge l’ennesimo documento dell’Usda (il ministero dell’agricoltura americano) sul dilagare dell’epidemia di obesità, non si può fare a meno di chiedersi cosa mangiano o, meglio, dove vadano a fare la spesa, gli americani.

La risposta non è così scontata. Lo stesso ministero, infatti, ha reso disponibili di recente i dati riguardo i “food desert”: intere zone geografiche dove la popolazione ha un basso reddito e l’impossibilità di procurarsi cibo salutare perché non ci sono né supermarket né semplici negozi alimentari nelle vicinanze e non si può utilizzare un veicolo per raggiungerli.

Così la bellezza di 13 milioni e mezzo di americani sono costretti a comprare il loro cibo alle pompe di benzina o ai liquory store (negozi adibiti in prevalenza alla vendita di alcolici, bevande e snack).

E gli americani che vivono al di fuori di un “food desert”? Si possono considerare fortunati? Dipende. Ci sono varie catene di supermercati, ognuna con la sua caratteristica.

Per esempio Wal Mart (ma della sua stessa categoria fanno parte anche Safeway e Food4Less). Presente da oltre 40 anni sul territorio statunitense, conta su oltre 8.500 punti vendita sparsi per il mondo. La chiave del suo successo è la vendita di prodotti di scarsa qualità e a basso prezzo.

Uno studio della Cornell University ha stabilito che il 70% dei prodotti Wal Mart è di origine cinese. Ma sui suoi scaffali possiamo trovare, oltre a prodotti asiatici o sudamericani, anche quelli italiani. Come bottiglie d’olio d’oliva con la  dicitura “ottenuto da olive raccolte a mano”, ma dalle scarse caratteristiche organolettiche; oppure di pacchi di pasta che, una volta cotti, da noi sarebbero immangiabili.

Un altro punto forte della sua politica è il personale: la maggior parte dei dipendenti sono di origine asiatica o messicana, le fasce più svantaggiate della popolazione americana (e quindi con uno scarsissimo potere contrattuale).

Con un’offerta così competitiva sul prezzo, aprire un Wal Mart in una piccola cittadina è come lanciarvi un meteorite e lasciarvi un cratere attorno: ogni altra attività commerciale viene praticamente cancellata.

Nonostante sia spesso considerato come il simbolo estremo del capitalismo e degli aspetti peggiori della globalizzazione, si calcola che un terzo della popolazione americana (100 milioni di persone) vi faccia la spesa settimanale.

Per far fronte alle numerose critiche e alla cattiva pubblicità, il colosso della gdo a stelle e strisce ha avviato da tempo un’azione di restyling: una parte dei guadagni, seppur minima, viene donata alla comunità locale. Inoltre, e si è cercato di ampliare il settore frutta e verdura fresca. Ed è cambiato lo slogan: da “Always Low Prices, Always”  a  “Save Money Live Better“.

Quindi gli americani che vogliono seguire un’alimentazione più sana, e hanno la possibilità di farlo, a chi si possono rivolgere? Una risposta è la catena di supermarket WholeFoods. Sorta alla fine degli anni ’70 in Austin, Texas, si è poi  diffusa in tutto il nord America, Canada compreso, e nel Regno Unito, arrivando a contare 304 punti vendita.

I fornitori, per la maggior parte aziende regionali o nazionali, devono rispettare determinati parametri qualitativi: il cibo, lavorato il meno possibile, non deve contenere grassi trans, coloranti artificiali, dolcificanti, conservanti, etc.

L’azienda ha aderito inoltre da tempo a diverse campagne ambientaliste: i sacchetti di plastica sono stati rimpiazzati con buste di carta riciclata al 100%, e l’appoggio a una politica a favore di fonti di energia alternative come l’eolico.

L’unica pecca: i prodotti sono molto cari, tanto che la catena è stata definita una “boutique del biologico”. Morale: salute – e nutrizione equilibrata e il più possibile sana – e portafogli vanno di pari passo in America.

Nonostante ciò, per quanto riguarda il trattamento dei dipendenti, da Whole Foods le cose non sono molto diverse dalla concorrenza meno salutare, oltre a ricevere le medesime critiche per la politica aggressiva a dispetto dei piccoli commercianti. L’amministratore delegato e co-fondatore John Mackey è un “libertarian”,liberisti fanatici. È accesamente anti-sindacale e l’azienda ha contrastato attivamente, e con successo, i tentativi di sindacalizzazione di alcuni magazzini.

È anche radicalmente contrario all’assistenza sanitaria pubblica e ha scritto un articolo per sostenere che non è un diritto previsto dalla dichiarazione di indipendenza e dalla costituzione. L’assicurazione aziendale è abbastanza buona ma con una notevole franchigia a carico del lavoratore, parzialmente bilanciata da bonus aziendali.

Alessandro Tarentini

(ha collaborato Mariateresa Truncellito)

foto: Photos.com, Wikipedia, David Shankbone

Per saperne di più:

il sito web dell’USDA dove sono i “food desert” negli Stati Uniti è  http://www.ers.usda.gov/data/fooddesert/

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