La consapevolezza sui rischi degli alimenti ultra processati nasce dall’osservazione diretta del quartiere e delle etichette.
Negli Stati Uniti, così come in molti altri paesi, i bambini e gli adolescenti ottengono ormai metà delle calorie giornaliere o più da alimenti ultra processati, che continuano a essere al centro di strumenti di marketing molto aggressivi. Accattivanti e quasi sempre assai convenienti, gli alimenti industriali dominano la dieta dei più indifesi, soprattutto se provenienti da famiglie che, per ragioni economiche o culturali, non hanno una grande consapevolezza dei rischi associati a quel tipo di alimentazione nell’età pediatrica e nell’adolescenza. La conseguenza è l’instaurarsi, anche nei genitori, di abitudini che diventano sempre più radicate nel tempo e che sono poi estremamente difficili da scardinare.
Troppi ultra processati
Partendo da questa realtà, e dal fatto che negli Stati Uniti, secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), la quantità di calorie provenienti da ultra processati nella fascia di età compresa tra uno e 18 anni è già attorno al 61% e il menu quotidiano prevede per esempio nugget di pollo, pizza, formaggio grigliato, patatine fritte e così via, i ricercatori della Rutgers University di New Brunswick hanno voluto condurre una sperimentazione pilota un po’ diversa da quelle più classiche, che coinvolgeva in prima persona i genitori come parte attiva, sfruttando la piattaforma (e il metodo di ricerca associato) chiamata Photovoice.
Il metodo prevede che i partecipanti fotografino l’oggetto dello studio ogni volta che lo incontrano. In questo caso, i genitori dovevano documentare i pasti dei figli, gli acquisti alimentari e le pubblicità stradali. Le immagini poi si caricavano su una piattaforma per essere discusse con i ricercatori durante sessioni educative, alternate a nuove fasi di raccolta fotografica.
L’idea era verificare indirettamente se la presa di coscienza di alcuni aspetti come la lettura delle etichette o anche solo di quante volte, in una giornata, il proprio figlio consumasse un cibo ultra processato e quanto fosse pervasiva la pubblicità, si fosse tradotta o meno in gesti concreti che avevano contribuito a modificare abitudini errate.

I risultati
Come riportato su Preventing Chronic Disease, i ricercatori hanno coinvolto 25 madri (o tutori legali) che, nel complesso, hanno caricato oltre 800 fotografie scattate durante periodi di due settimane, per poi analizzarne il contenuto con i ricercatori. Durante questi incontri, tutte con un numero di partecipanti da cinque a otto, si discuteva per 60-75 minuti delle caratteristiche degli alimenti oggetto delle foto inviate. Anziché procedere con interviste individuali, i ricercatori hanno scelto la formula del focus group per far emergere una visione d’insieme sulla comunità. L’obiettivo era confrontare le esperienze di chi vive nello stesso quartiere e capire come persone in condizioni simili affrontino quotidianamente il problema degli alimenti ultra processati.
Le due parti di discussione sono state intervallate da una educativa, nella quale si parlava con gli autori degli aspetti legati al valore nutrizionale degli alimenti, ma anche della pubblicità, delle etichette, dell’ambiente esterno e di qualunque cosa potesse far aumentare il livello di consapevolezza.
La differenza nelle serie di dialoghi è stata molto evidente. In quelle svolte prima della sessione formativa le donne avevano messo in evidenza soprattutto la difficoltà nel reperire il cibo per i propri figli in termini di tempo, disponibilità economiche e ubicazione di supermercati e negozi: tutti aspetti molto concreti, che avevano assai poco a che fare con quelli nutrizionali.
Prima e dopo
In seguito alla sessione educativa, però, gli argomenti erano cambiati, e così le foto. Le donne avevano mostrato preoccupazione per ciò con cui dovevano fare i conti ogni giorno nel quartiere: le pubblicità, le offerte, la netta prevalenza di ultra processati nei supermercati. Inoltre avevano sviluppato un maggiore interesse per le etichette, e ideato gesti concreti. Una madre, per esempio, prima aveva caricato foto di ultra processati come li vedeva lei sugli scaffali del supermercato. Dopo, però, si era fatta prestare una sedia a rotelle e aveva caricato foto di come quegli stessi scaffali sarebbero apparsi agli occhi di suo figlio, definendosi scioccata da ciò che aveva visto, segno evidente che si era posta il problema del marketing meno palese, studiato per coinvolgere direttamente i più piccoli.
Altre madri avevano segnalato i cartelloni stradali dei fast food, enormi, molto visibili, luminosi e spesso realizzati con cartoon che attirano i bambini. Molte, poi, avevano fatto caso all’enorme quantità di fast food e rivendite di junk food nel proprio quartiere.
Attivamente contro
Le donne erano quindi passate dall’essere spettatrici passive di un ambiente uniformemente negativo a essere soggetti attivi: quasi tutte avevano chiesto consigli su che cosa fare per evitare di esporre i figli a quella iperstimolazione o, per esempio, su che cosa leggere con maggiore attenzione nelle etichette.
Alla fine di questa fase, nel 2024, le fotografie con i commenti sono state al centro di una mostra cui hanno preso parte una settantina di persone coinvolte nel sistema scolastico ed educativo dei bambini, a riprova del fatto che un approccio non convenzionale può avere ricadute che vanno anche al di là dei dati, e contribuire a disseminare nella comunità i giusti messaggi. Tra l’altro, il fatto di appartenere a un gruppo impegnato su questi aspetti rafforza la sensazione di poter cambiare qualcosa, perché non si è soli.
Si è trattato di una sperimentazione su poche persone, concludono gli autori, e in una comunità circoscritta, ma i segnali sembrano chiari: oltre a lavorare sull’aspetto normativo (per esempio sui divieti alle pubblicità o sulle etichette), si dovrebbe fare di più anche su quello che chiama in causa i diretti interessati, sfruttando le potenzialità di questi approcci per renderli parte integrante del cambiamento.
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Giornalista scientifica


