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La farina è “made in Italy”, ma il grano non è sempre 100% italiano. Polemica fra Italmopa e Coldiretti. Ecco cosa si trova al supermercato

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Le farine, ottenute da grano importato, sono “made in Italy” se l’ultima trasformazione avviene sul territorio nazionale

La dicitura “made in” è il pomo della discordia che ha animato lo scontro a colpi di comunicati stampa tra Italmopa, l’Associazione Industriali Mugnai d’Italia e Coldiretti, che rappresenta gli agricoltori. Come possono esserci farine “made in Italy” se importiamo grano dall’estero si chiede l’associazione che raggruppa una grossa fetta di aziende agricole? La domanda è legittima, ma non tiene conto delle leggi in materia. In Italia le aziende e i mulini che propongono farina confezionata sugli scaffali dei supermercati non sono obbligati a indicare sulle confezioni l’origine della materia prima, ma devono riportare il nome dello stabilimento che ha effettuato l’ultima trasformazione significativa. “Le farine commercializzate in Italia– afferma Italmopa, nel comunicato stampa del 21 marzo 2017- sono Made in Italy al 100%, anche se contengono frumento importato, perché l’ultima lavorazione avviene sul suolo nazionale”. Una farina prodotta da grano importato ma trasformata in Italia è quindi per legge “italiana al 100%”. Lo stesso vale per la semola di grano duro destinata all’industria della pasta, quando sull’etichetta c’è scritto “made in Italy” ci sono buone probabilità che la materia prima sia in parte importata come abbiamo già evidenziato in articoli precedenti. (Leggine altri)

La quasi totalità della farina commercializzata in Italia è quindi confezionata nel nostro Paese  miscelando grano importato e grano locale. Una parte rilevante  del frumento (tenero e duro) da cui viene prodotta la farina made in Italy non è quindi di origine italiana. La stessa industria molitoria rende noto che le importazioni di grano tenero rappresentano il 60% del fabbisogno.  Anche la quota di  grano duro importato destinato ai pastifici italiani è notevole e raggiunge  circa il 40% del fabbisogno.

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L’industria molitoria italiana necessita del frumento importato sia per ragioni quantitative che qualitative

La maggior parte delle farine utilizzate in Italia nasce dalla lavorazione di frumento importato da paesi dell’Unione Europea (in particolare Francia, Germania e Austria), in alcuni casi dal Canada e dagli Stati Uniti. Nel Piano Cerealicolo del Ministero dell’agricoltura viene riportato anche un altro elemento di debolezza della filiera del grano tenero nostrano: la sua qualità. Secondo il documento quello italiano è un frumento di qualità non eccelsa, per questo viene miscelato con grano importato, generalmente di qualità migliore. Maurizio Monti è un mugnaio e per 8 anni è stato presidente di Antim, l’Associazione Nazionale Tecnici dell’industria Molitoria: “l’industria molitoria italiana, che esporta pasta e farina in tutto il mondo, ha bisogno del frumento importato sia per ragioni quantitative, quello che produciamo è insufficiente, che per ragioni qualitative, per rispondere alle richieste e agli standard dell’industria”. Sono infatti i mugnai, che selezionano, mescolano e macinano i grani in modo da ottenere miscele che soddisfino l’industria della pasta, quella dei dolci e dei prodotti da forno. “Il mugnaio deve conoscere alla perfezione, non solo l’origine del prodotto che lavora – continua Monti – ma deve anche garantire il massimo delle caratteristiche igienico-sanitarie e tecnologiche del grano, scegliendo tra una gamma molto ampia, per venire incontro alle richieste dalla grande industria: più si allarga l’area da cui si prende il frumento più è facile trovare le caratteristiche ricercate”.

Coop propone farina bio da grano di origine 100% italiana e farina di grano tenero 00 con materia prima proveniente da Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Ungheria

Ogni lavorazione della farina e della pasta che compriamo deve essere tracciata. La normativa europea dispone, infatti, la rintracciabilità del prodotto per ogni fase di produzione ma non l’identificazione dell’origine della materia prima. L’industria molitoria è obbligata a risalire al fornitore del grano ma non a conoscere l’agricoltore. Ogni tappa della filiera identifica in modo preciso quella precedente. Questo però non vuol dire che non si possa conoscere l’origine del grano. I contratti di fornitura del frumento duro e tenero spesso prevedono l’indicazione dell’origine del grano anche se, al momento dell’acquisto, a prevalere sono le caratteristiche qualitative della materia prima. Le industrie della pasta, dei dolci e del pane dettagliano le caratteristiche igienico-sanitarie e tecnologiche delle farine, l’origine del grano viene indicata, invece, come preferenza, ma raramente viene inserita nei contratti. La decisione di tracciare, prima, e indicare, poi, l’origine della materia prima sulla confezione del prodotto finale è nelle mani dell’industria e delle sue scelte commerciali.

Dal 2016 il governo sta lavorando a una legge che dovrebbe garantire la tracciabilità delle materie prime anche per pasta e farina che si comprano al supermercato, indicando in etichetta l’origine del grano. Una legge come questa, secondo Maurizio Monti, complicherà i lavoro del mugnaio dal punto di vista meccanico, perché dovrà predisporre etichettature e stampe diverse per ogni produzione. “Questa procedura di trasparenza, di fatto, non aggiunge nulla all’effettiva tracciabilità del prodotto: già oggi il mulino può fornire all’industria l’indicazione di origine, per ogni grano utilizzato”.

I prodotti commercializzati da NaturaSì indicano il più delle volte, l’origine dei grani da filiera 100% italiana, o regionale (Emilia Romagna e Sicilia).

La farina commercializzata in Italia proviene da mulini italiani, ma tra i grandi distributori presi in esame (Esselunga, Iper, Carrefour, Unes, Conad, Penny e Pam) solo Coop, per la sua linea interna, e NaturaSì indicano l’origine del frumento. Tra i prodotti a marchio Coop ci sono farine da grano di origine 100% italiana come la farina da frumento integrale bio e la farina di grano tenero “00”, e farine di frumento tenero da grani che provengono da Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Ungheria. Nel caso dei prodotti commercializzati da NaturaSì sono le stesse marche ad indicare, il più delle volte, l’origine dei grani da filiera 100% italiana, o regionale come nel caso del frumento tenero dall’Emilia Romagna o il grano duro dalla Sicilia. Le farine di grano tenero a marchio NaturaSì vengono dal ferrarese. Anche l’industria della pasta negli ultimi anni ha puntato a creare linee dedicate alla materia prima 100% italiana come Voiello e Granoro.

Oltre ai pastifici anche i mulini hanno creato delle linee di farina e semola provenienti al 100% da grano italiano, facendo dell’origine una dichiarazione da indicare in confezione. Su 54 aziende molitorie prese in esame poco meno della metà, una ventina, prevedono all’interno del catalogo una linea dedicata esclusivamente a grano duro e tenero nostrano. A spingere le aziende verso questa direzione è stata la maggiore attenzione dei consumatori nei confronti dei prodotti a filiera corta e biologici. In casi come quello di Molino Bigazzi il grano 100% nazionale è stato scelto per avere un controllo maggiore sulla materia prima. Nel 2016 l’80% del grano tenero utilizzato dal mulino proveniva da campi che si trovano in Umbria, Toscana, Marche, Lazio e Abruzzo. Di farine come quelle prodotte da Molini Pivetti viene tracciata tutta la filiera, indicando da quali campi provenga il grano che sarà trasformato dall’industria molitoria. Attraverso il marchio Campi Protetti Pivetti viene commercializzata una farina realizzata da grani provenienti da Bologna, Modena e Ferrara. La stessa iniziativa dedicata alla tracciabilità locale del grano tenero viene realizzata anche da aziende come Mulino Caputo, Molino Rachello, Mulino Padano e Molini Voghera. Molino Rachello è certificato biologico dal 1999 e ha scelto la filiera italiana controllata per poter lavorare un grano di qualità: dai metodi di coltivazione fino alla sua lavorazione. Il mulino trevigiano collabora direttamente con agricoltori in Veneto, Friuli e Toscana. Le aziende agricole biologiche e convenzionali in filiera seguono un disciplinare e metodi di coltivazione concordati insieme ad un agronomo del mulino. Esistono poi farine che riportano sulla confezione una dicitura regionale come la “Farina Veneta” dell’azienda Molino Rossetto che contiene grano veneto al 100%. Un altro esempio è quello di Molino Profili Giuseppe che ha rilanciato un prodotto già parte della tradizione dell’azienda: farina “0” e “00” per la panificazione da grani provenienti dalla Tuscia viterbese.

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Solo una ventina di aziende molitorie italiane hanno una linea di pasta preparata solo con grano duro e tenero italiano

Le farine di grano tenero e le semole di grano duro ottenute da grani nazionali in genere costano leggermente di più rispetto al prodotto commercializzato senza l’etichetta 100% grano italiano. Il costo aumenta quando alla caratteristica della filiera corta si aggiunge la macinazione a pietra, la selezione di grani antichi e la certificazione biologica. In altri casi il costo maggiore dipende anche dai contratti di filiera, che impegnano gli agricoltori a regole precise e prevedono quindi compensi più elevati. Alcune aziende, come Molino Rachello, hanno investito nella certificazione di filiera ISO 22005 che traccia ogni fase della produzione, gli attori coinvolti, l’origine e la territorialità. Questi prodotti hanno più diritto di definirsi 100% Made in Italy? Finché non sarà obbligatorio riportare l’intera filiera in etichetta, bisognerà affidarsi alle strategie commerciali dei produttori o dei distributori che decideranno di indicare o meno l’origine della materia prima. Bisogna però ricordare che la bontà dei prodotti sugli scaffali, è più legata alla capacità di selezione delle farine fatta dai mulini e meno all’origine della materia prima.

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42 Commenti

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    La produzione di grano in Italia è calata drasticamente negli ultimi decenni per un motivo semplice: il prezzo di acquisto di chi trasformava era talmente basso da rendere antieconomica la coltura. La stessa sorte è capitata e sta capitando ad altre colture ortaggi compresi, e anche alla filiera del latte. Alla fine dei conti guadagnano grossisti e trasformatori e non gli agricoltori che si trovano a vendere un prodotto al prezzo di dieci anni fa, mentre i costi per personale gestione aziendale ed altro sono aumentati drasticamente.
    In conclusione dire che acquistano grano dall’estero perchè quello prodotto in italia non è sufficiente è una falsa verità.
    Anche l’aspetto qualitativo è molto discutibile perchè si riferisce sempre ad una “qualità” del trasformatore e non del consumatore.
    Infine da notare la totale disinformazione, voluta o meno del consumatore che risparmia i dieci centesimi sugli alimenti e per contro compra senza problemi l’ultimo I Phone uscito a settecento euro!

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      Praticamente, se interpreto correttamente, gli unici attori della filiera che sono esenti da “colpe” sarebbero i produttori agricoli. Ma è mai possibile che non siano mai e poi mai riconosciuti i limiti quantiqualitativi della produzione cerealicola italiana, riconducibili ad una struttura del comparto che, per via della sua frammentazione, non consente la fornitura di lotti omogenei in quantità adeguata, e ad un sistema di stoccaggio del tutto inadeguato a rispondere alle esigenze qualitative e sanitarie dell’Industria della trasformazione ? I limiti della cerealicoltura nazionale sono noti da oltre 2 decenni e si è sempre ritenuto che la sua manifesta assenza di competitività in un mercato sempre più gobale potesse essere comunque superata grazie ai clienti – ovvero dall’Industria molitoria – chiamati, non si è noto per quale motivo, a garantire prezzi ai produttori nazionali prezzi superiori a quelli costatati a livello internazionale per qualità paragonabili da punto di vista tecnologicio e sanitario Ma se la produzione nazionale di grano risulta essere di qualità (anche sanitaria) eccelsa e se i prezzi garantiti dalla trasformazione nazionale sono insufficienti, perchè tale produzione non viene esportata, offrendo cosi ai cerealicoltori nostrani uno sbocco alternativo, e magari più remunerativo, rispetto a quello dell’Industria molitoria nazionale che risulta essere attualmente l’unico compratore di grano italiano ? Evidentemente, come dicono gli amici britannici, all that glitters is not gold…..
      Per il resto, l’origine nazionale della materia prima non è – quanto meno nel comparto del frumento tenero e del frumento duro – sinonimo nè di qualità, nè di sicurezza alimentare e pensare di valorizzarla solo e soltanto attraverso l’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta è, consentitemi di pensarlo, un’assenza di rispetto nei riguardi dei consumatori.

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    Tutta la confusione e conflitto d’interessi in gioco, di chi fa il gioco?
    Dichiarare l’origine della materia prima italiana conviene agli agricoltori italiani ed ai consumatori che possono scegliere, senza essere traditi con false ed incomplete indicazioni:
    “Le farine commercializzate in Italia– afferma Italmopa, nel comunicato stampa del 21 marzo 2017- sono Made in Italy al 100%, anche se contengono frumento importato, perché l’ultima lavorazione avviene sul suolo nazionale”.
    A mio parere, per la lingua italiana ed anche per la matematica, il 100% significa tutto senza esclusioni di porzioni o di processi produttivi.
    Se le normative permettono queste false verità, siamo nella confusione più totale anche da parte dei legislatori che aggiustano l’italiano e la matematica a favore di chi tradisce sia gli agricoltori, sia i consumatori.

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      Lei ha letto il comunicato stampa Italmopa ?
      Per curiostià sono andato a ripescarlo su internet e le dichiarazioni riportate non sono propriamente quelle indicate in quanto non si fa in alcun modo riferimento all’ultima trasformazione, sia essa sostanziale o meno. Detto questo, per lei il caffè che acquista nel negozio non è un prodotto italiano ? Cosi come la bresaola o altri cento, mille prodotti simboli del Made in Italy che comunque possono essere prodotti solo attraverso l’utilizzo e la trasformazione di materia prime che non sono individuati in Italia nelle quantità e nelle qualità necessarie…. Ed il panettone, il pandoro, la colomba natalizia ? Non sono italiani nonostanti siano ottenuti con farine risultanti dalla trasformazione di soli grani esteri ? In questo caso, il made in Italy è garantito dal savoir faire, unico, dell’Industria della trasformazione e dalla qualità delle materia prima a prescindere dalla loro origine.

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      Lei è libero di pensarla come meglio crede, ma se nelle confezioni di alimenti che acquista, non c’è l’indicazione delle origini delle materie prime e della lavorazione, lei per primo e tutti i consumatori non siamo liberi di scegliere informati correttamente cosa stiamo acquistando.
      Una cosa è la trasparenza, altra cosa sono le personali e libere convinzioni di ognuno a partire dalle sue.

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    Per Alessio:
    perchè allora non si vuole informare il consumatore da dove proviene il grano? Mi sembra sia doveroso, poi valuterà lui se acquistarlo o meno. Lasciando la situazione attuale il consumatore si trova di fronte ad una farina ricavata da grano maturato con glifosate, stoccato in stive di graniere per mesi, dove aumenta la carica di micotossine. Io personalmente preferisco un grano italiano maturato con il sole e con la nostra legislazione fitosanitaria, poi se ha un contenuto in proteine ed altri elementi un po scarso rispetto a quello straniero me ne frego!

    • Roberto La Pira

      Ma chi ha detto che il grano importato è ricco di micotossine e maturato con glifosato. Legga il nostro articolo sui controlli del grano importato, le analisi dicono altre cose

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      La normativa in materia igienicosanitaria (che riguarda in particolare i limiti massimi di presenza di contaminanti e pesticidi) si applica a tutte le materie prime (e ovviamente anche ai prodotti trasformati) a prescindere dall’origine, sia essa nazionale, comunitaria o da Paesi terzi. Richiamo poi l’attenzione sul fatto che il Copa – ovvero l’associazione europea dei produttori agricoli, alla quale aderiscono anche le confederazioni agricole nazionali – ha recentemente chiesto alla Commissione europea “il rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato, altrimenti si rischia di minare tutto il sistema di sicurezza alimentare nell’Ue ed in particolare il ruolo dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare”……
      Pertanto, ne deduco che il glifosato utilizzato dai canadesi è un veleno, mentre lo stesso glifosato utilizzato dai produttori comunitari non presenta rischi per la salute umana……

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      Marco, mi sia consentito di dire che quanto indicato negli articoli di Grano Salus, il cui contenuto è troppo troppo spesso riportato da vari siti internet che ovviamente non ne verificano la veridicità, sono BALLE. Si tratta di una disinformazione che meriterebbe di essere perseguita anche da parte delle Associazioni dei consumatori. Ribadisco che il mondo agricolo sta vivendo in alcuni comparti delle grandissime difficoltà (anche se queste difficoltà sono manifesti anche nell’Industria alimentare che sopravvive solo grazie all’andamento positivo delle esportazioni). Se non si sviluppano politiche di filiere, che tengono in considerazione le esigenze di tutti gli attori che le compongono, la situazione potrebbe anche essere destinata a peggiorare, per tutti. Con buona pace di Grano Salus (non ho ancora capito chi rappresenta…..).

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    Riporto per intero quanto detto su:
    “Maurizio Monti è un mugnaio e per 8 anni è stato presidente di Antim, l’Associazione Nazionale Tecnici dell’industria Molitoria: “l’industria molitoria italiana, che esporta pasta e farina in tutto il mondo, ha bisogno del frumento importato sia per ragioni quantitative, quello che produciamo è insufficiente, che per ragioni qualitative, per rispondere alle richieste e agli standard dell’industria”. Sono infatti i mugnai, che selezionano, mescolano e macinano i grani in modo da ottenere miscele che soddisfino l’industria della pasta, quella dei dolci e dei prodotti da forno. “Il mugnaio deve conoscere alla perfezione, non solo l’origine del prodotto che lavora – continua Monti – ma deve anche garantire il massimo delle caratteristiche igienico-sanitarie e tecnologiche del grano, scegliendo tra una gamma molto ampia, per venire incontro alle richieste dalla grande industria: più si allarga l’area da cui si prende il frumento più è facile trovare le caratteristiche ricercate”.
    Il fatto che importiamo grano ed esportiamo non solo ottima pasta, ma anche farina miscelata in tutto il mondo, mi lascia basito. Questa bella filiera mondiale quali tecniche di conservazione richiede oltre al Glifosate?
    Ok nella tecnologia del made in Italy nel fare la migliore pasta al mondo, ma importare, miscelare, macinare ed esportare farina c’entra poco con la tecnologia, ma per me è solo business commerciale che vende falso made in Italy.
    Poi se il mugnaio deve conoscere alla perfezione l’origine e le caratteristiche del grano che lavora, perché al consumatore che si alimenta di questi derivati, dovrebbero essere nascoste le informazioni essenziali sull’origine delle materie prime?

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      Ezio, non ho capito quale è il problema…si importa grano perchè siamo, da sempre, strutturalmente deficitari in materia prima frumento tenero e duro e esportiamo farina (di frumento tenero) e semole (di frumento duro), in quantitativi purtroppo limitati.
      Nella fattispecie, l’articolo si riferisce al solo grano tenero e quindi alle esportazioni di farine di grano tenero. La pasta invece fa parte della filiera del grano duro, mercato totalmente distinto per quanto concerne le caratteristiche della materia prima, le zone di produzione della stessa, i prodotti ottenuti dalla trasformazione dei 2 cereali, le aree di consumo etc etc. La pasta, prodotto della filiera del grano duro, non è stata quindi contemplata da Italmopa nel suo comunicato stampa.
      Per quanto riguarda l’origine in etichetta, il problema è di natura tecnica (è semplicemente impossibile cambiare in continuazione le etichette in funzione delle origini del grano utilizzati per ottenere la miscela ideale per le varie tipologie di prodotto) ma è anche riconducibile alla necessità di fornire al consumatore le sole informazioni che possono essere utili alla sua valutazione sulla qualità tecnologica o sanitaria del prodotto. Ed in questo caso, l’origine della materia prima in etichetta non presenta alcun tipo di interesse per il consumatore ma per il solo produttore agricolo. Siamo sinceri ….il consumatore italiano (cosi come quelli degli altri Paesi) è sempre e comunque convinto che il prodotto nostrano sia di qualità superiore (dal punto di vista tecnologico o sanitario) al prodotto importato. E’ una lettura semplicistica (e purtroppo spesso non veritiera) che fa comunque gioco ad una parte della produzione agricola nazionale che in tale modo riesce a ottenere un prezzo superiore per la materia prima commercializzata. Non solo, con l’indicazione dell’origine in etichetta, il produttore agricolo potrebbe anche essere disincentivato a produrre qualità alla luce del fatto che, per il consumatore male informato, l’origine nazionale è sinonimo – senza se e senza ma –
      di qualità….
      Non ci sono dubbi che i frumenticoltori italiani siano confrontati a gravi difficoltà per via di prezzi non remunerativi (è un problema internazionale e non italiano) della materia prima. Pensare tuttavia di addossare all’Industria le colpe di una palese assenza di competitività del comparto nazionale della produzione primaria è, mi consenta di evidenziarlo, una follia …..

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      Alessio l’articolo parla indistintamente sia di farine di grano tenero, sia di semole di grano duro.
      Comunque la mia posizione e richiesta è molto semplice, anche perché la ripeto in ogni mio commento: la tracciabilità ed origine delle materie prime (cereali, latte, carni, pesce, frutta, verdura, legumi, ecc..).
      Questo interessa il consumatore italiano che vuole scegliere cosa acquistare, senza che altri decidano di nascondere indebitamente le informazioni essenziali.
      Siamo abbastanza emancipati per decidere cosa vogliamo portare sulle nostre tavole e le motivazioni sono più complesse delle sole caratteristiche tecnologiche di vostra competenza.

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    Sono daccordissimo con Ezio,i consumatori devono sapere l’origine della materia prima degli alimenti,per poter scegliere il prodotto secondo le sue convinzioni.Per il resto parole,parole,parole…….

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      Buon giorno
      il consumatore può già acquistare prodotti DOP, IGP, STG, filiera KM 0 ecc.. e quindi può acquistare prodotti di cui sa l’origine della materia prima, della zona di provenienza, ecc.. ma hanno costi maggiori proprio perchè forniscono garanzie.

      L’importante è mangiare cibi sani e igienicamente prodotti, non contaminati e con caratteristiche sensoriali ottimali e con un costo/qualità proporzionale.

      Il problema Italiano è che essendo noi esportatori di pasta, dolci ecc fossimo obbligati a NON definire MADE IN ITALY il prodotto finale a causa dell’utilizzo di farine ottenute da miscele di grani contenenti grani esteri (10%?), comporterebbe la chiusura di aziende e il licenziamento non del settore molitorio ma dell’alimentare Italiano.

      La polemica sui grani è sterile e disinformata poichè se visita il sito http://www.granariamilano.org vi sono i prezzi dei cereali e mediamente il grano estero costa il 25% in più di quello italiano, quindi l’acquisto è necessario perchè manca il grano e l’Italia non sarà mai autosufficiente. Cade inoltre la teoria che i grani esteri sono più convenienti perchè nella realtà costano di più, e affermare che il grano Italiano sia qualitativamente superiore vuole dire non conoscere niente dell’agricoltura italiana.

      La quale è frazionata, individualista, politicizzata e resiste grazie alle capacità dei singoli, ma che non possono fare squadra e massa, mentre all’estero abbiamo l’esempio delle cooperative francesi, delle aziende tedesche che fanno ricerca, massa critica, selezione delle sementi e servizio.

      Il problema è che le persone non hanno il senso della misura o buonsenso, e vogliono avere ragione semplicemente gridando “più forte e spesso” ma senza considerare gli effetti delle scelte in un ottica di paese e di comunità.

      Il divertente è che si fa la polemica sulla farina nella quale la materia prima è grano e viene semplicemente macinata e non vi è l’aggiunta di altre sostanze e quindi uno dei prodotti meno a rischio.

      Oggi si cerca di creare la lista dei buoni e dei cattivi, adottare meccanismi che creano gli spazi per gruppi di interesse, le informazioni non sono ponderate dal buonsenso ma anzi si accentua il sospetto e di disquisisce sul “sesso degli angeli” e non sulle vere problematiche che per altro non si risolvono mai.

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      Buon giorno Andrea,
      lei ha espresso tantissime ragioni oggettive e soggettive, meno una, ma semplice semplice e senza pregiudizi verso nessuno, ma assolutamente prioritaria: la trasparenza, che è l’esatto contrario della nascondenza.

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      Ezio…
      dell’origine dei prodotti primari come grano, …..
      La mia domanda è, e’ possibile accertare la nazionalità del grano analizzando la pasta? Perché se questo non è possibile “la libera iniziativa del produttore” serve a poco,dato che nessuno può accettarla.Potrebbe essere solo fumo negli occhi se non una vera truffa.

  6. Avatar
    fabrizio_caiofabricius

    I bassi prezzi della materia prima che non coprono i costi di produzione sono una vera tragedia per l’agricoltura italiana e occidentale in genere. Oltre alle serie difficoltà economiche degli operatori, la contrazione fino all’abbandono delle coltivazioni si ripercuote gravemente sulla sostenibilità del territorio, sia dal punto di vista idrogeologico-conservativo che paesaggistico-ambientale e quindi turistico con danni potenziali diretti ed indiretti inestimabili e spesso irreversibili. Tutti, e in primis i decisori politici, dovremmo fare qualcosa di concreto e urgente perchè ciò non avvenga o perlomeno sia mitigato.

    Ora, però, quando si è in difficoltà spesso subentra panico e rabbia e qualche volta ci si (sbi)lancia in accuse generiche, prive di fondamento e mal indirizzate. L’attuale clima sociale aggressivo di post-verità che ormai sconfina nella diffamazione più becera non basata su fatti reali e prove scientifiche ma semplicistica autoconferma di triti luoghi comuni orecchiabili e preconcetti di comodo non fa che aggravare la situazione e rinviare le pur difficile ma improcrastinabile ricerca di soluzioni e linee operative.

    “I fatti sono un bene. Possono essere scomodi o sconvenienti, ma solo adottando soluzioni razionali e basate sui fatti possiamo sperare di prosperare come Società” (e’ il percorso positivista che ha aumentato esponenzialmente benessere, durata e qualità della vita dall’Illuminismo laico in poi).
    Il ragionamento tanto di moda della Post-verità “spesso parte da idee precostituite e fa il percorso inverso, alla ricerca dei “fatti” che CONFERMINO QUELLO CHE GIA’ PENSIAMO DI SAPERE. E quando ci sono dei fatti che contraddicono le nostre convinzioni, troviamo abilmente il modo di ignorarli” (Dan Jones, New Scientist – Internazionale).

    E I FATTI della Pasta e del grano duro, frutto e sintesi di conoscenza condivisa e/o di prove scientifiche ripetute e validate, possono essere forse così riassunti, almeno in parte:

    – La Pasta è un alimento di grande ed equilibrata valenza nutrizionale e salutistica, passaporto del made in Italy e perno della dieta mediterranea. Priva di grassi saturi, fonte di carboidrati a basso indice glicemico; di proteine, soprattutto glutine, a basso costo e altamente digeribili a parte una ridottissima fascia di popolazione (celiachia, max 1%) che nessuna fumosa e prezzolata campagna diffamatoria potrà estendere per fini commerciali al resto della popolazione, blandendola subdolamente come sussurato rimedio di “malattie” inesistenti che il perfido estblshment gombloddista nasconde.

    – Il grano duro (evoluzione naturale già di alcuni millenni dei farri che hanno caratterizzato la domesticazione delle specie selvatiche sin dai tempi della fine della glaciazione di Wurm nella cd. mezzaluna Fertile) ne è ingrediente unico. Coltura principe e identitaria dei migliori territori della Penisola dove occupa circa 1 milione e 300 000 ha (ma ne ha persi almeno 400 000 negli ultimi anni, alla faccia del'”incolmabile” deficit di produzione nazionale) e assolutamente priva di alternative colturali negli ambienti caldo-aridi del Sud-Isole.

    – La disponibilità di varietà con elevate caratteristiche qualitative, la vocazionalità pedoclimatica degli ambienti di coltivazione, le conoscenze agrotecniche permetterebbero già di avere ottima materia prima nazionale (e addirittura locale) per una Pasta italiana di riconosciuta eccellenza internazionale. Ma la produzione primaria va organizzata e raggruppata con un sistematico stoccaggio differenziato per provenienza e tipologia. La trasformazione ha bisogno di grandi partite di qualità omogenee che ancora si stenta a trovare in Italia, ma che invece è la norma all’estero, in particolare nell’organizzatissimo Canada.

    – Espressione concreta di questa esigenza possono ritenersi i contratti di filiera finalizzati all’ottenimento di grosse partite di qualità elevata ed omogenea grazie all’impiego di specifiche varietà in un ambito di agrotecniche regolamentate da disciplinari di produzione. Tale strumento contrattuale, non a caso di grande attualità e in notevole crescita tra gli operatori, ha dimostrato di garantire la valorizzazione delle produzioni nazionali e locali mirando ad ottenere superiori livelli qualitativi e prodotti trasformati ben caratterizzati, attenuando nel contempo i rischi della volatilità dei prezzi.

    – La Pasta di grano 100% italiano ESISTE GIA’, addirittura oltre 40 marchi, molti di larga diffusione commerciale (Voiello con monovarietale Aureo, Fior Fiore Coop di Gragnano, Granoro dedicato ecc). Prezzi leggermente più alti, ma di quantità unitaria a piatto a dir poco ridicola (si passa da 8-10 a 12-15 centesimi). Molti dei cori di geremiadi indignate potrebbero già trasformarsi in scelte virtuose e confermare finalmente quelle che per ora sono solo teoriche propensioni sondaggistiche a “spendere qualcosa di più per il cibo di qualità” (e casomai risparmiare veramente laddove è più facile e consistente farlo – vedi abuso senza pensieri dell’automobile, della telefonia e della climatizzazione).

    – Generalmente il grano duro nazionale è privo o a bassa presenza di contaminanti, micotossina DON in particolare, ma ciò non toglie che stagioni sfavorevoli possano provocarne aumenti di livello, soprattutto nelle regioni Centrali, ma anche al Sud. La presenza eventuale di valori cmq lontani dalle rigorose soglie di sicurezza, frutto di lunghi anni di studio internazionali, non può dare la stura a supposizioni malevole e complottiste di facile presa di chi è, appunto, goloso di post-verità.

    – Il grano estero è comunque anch’esso generalmente sano e non potrebbe essere altrimenti vista la severa legisazione UE e quindi italiana che ne regola anche l’import. Bollarlo di preconcetta infamia con fantasiosi livelli di micotossine, gliphosate, cadmio e tutto un campionario di ancestrali paure su pesticidi e contaminanti d’ogni tipo è operazione vilmente diffamatoria senza alcun riscontro tecnico-scientifico anche se facile fonte di ovazione nella CurvaSud in attesa messianica di mistica post-verità.

    – Con questa continua, generica e fumosa demonizzazione si finirà per diffondere anche all’estero la convinzione che in fondo in fondo quelle pregiate paste italiane nascondono in effetti qualcosa di poco chiaro e ne crolleranno i consumi e le esportazioni che già si sono arrestate dopo anni di utile crescita economica per tutto il sistema Paese. Se esportiamo 1milone e mezzo di tonn di pasta, esportiamo anche il grano di cui ne è fatta (ancora il 70% è italiano per fortuna) e tutta l’esperienza , la capacità e la bellezza primordiale del nostro territorio. Privarsi di questi sbocchi farà certamente male agli odiati parun dalle braghe bianche, ma subito dopo piangerà l’agricoltura e l’ambiente .
    – La libertà degli scambi di popoli e di merci è una delle conquiste civili degli ultimi anni che ha aumentato benessere, conoscenza e quindi pace e prosperità. Ritornare ai dazi medievali, altolà chivalà… un fiorino non giova alla comunità internazionale, tanto meno all’agro-alimentare italiano che è crescente fonte primaria ed apprezzata di esportazione. E’ un po’ ingenuo pensare che si possa solo esportare senza importare….soprattutto poi se la cattiva fama dei prodotti nazionali ce la costruiamo da soli.

    – Ben venga infine una maggior conoscenza e trasparenza legata all’imminente etichettatura, ma rimanendo su un piano di razionalità e opportunità di libera decisione di consapevolezza e conoscenza di ciò che c’è veramente dietro ai processi produttivi, non un “SignoraMia, una vittoria contro gli imbrogli , chissà quali.

    Diffamare e screditare è operazione sempre spiacevole, ma lo è ancora di più, quando ha effetti opposti sugli obiettivi cercati e non giova a nessuno. O forse solo a chi cerca visibilità come trampolino di lancio per consenso e potere. Tecnica antica, ma oggi ancor più attuale e ormai tragicamente prossima al Governo del Paese.

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    Non vi sorge il dubbio che il consumatore (ultimo anello della catena alimentare)da anni sia una sorta di laboratorio per le multinazionali?Aggiungiamo (senza voler offendere nessuno)che il DNA italiano si riscontra dappertutto nel fare sempre e comunque denaro in barba a tutto e tutti??Sono d’accordo con Ezio uno deve poter scegliere ciò che desidera e sopratutto sapere cosa acquista!!!

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      Ribadisco che l’origine non garantisce niente e nessuno. Sono i controlli effettuati dalle autorità preposte che garantiscono i consumatori. Oltre a quelli effettuati dalle industrie alimentari (in particolare quelle che hanno un brand noto al cosumatore). Ma stiamo parlando di farina ….lei acquisterebbe farina dal piccolo mugnaio che acquista il grano coltivato sotto casa e che lo trasforma, magari aggiungendo invontariamente qualche goccia di sudore, senza conoscerne e senza analizzarne le caratteristiche tecnologiche e sanitarie ? Può piacere o meno ma preferisco, almeno in questo caso, fidarmi dei prodotti delle aziende molitorie che garantiscono la salubrità del prodotto a prescindere dall’origine della materia prima.

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    Questa discussione mi ricorda esattamente una discussione “passata” .. praticamente IDENTICA a quella che si “scatenò” rispetto alla tracciabilità/origine della carne……….
    Tante ottime e valide motivazioni dall’una (costi, difficoltà di produzione, mancanza di materia prima etc) e dall’altra ……..
    Alla fine nessuna può imporsi all’altra ………stiamo parlando di “libero mercato” , ti contratto tra le parti? tra chi vende e chi acquista?….
    bene ……. io sottoscrivo solo contratti CON LA MASSIMA TRASPARENZA POSSIBILE e senza INDICAZIONI FUORVIANTI
    poi le motivazioni/interessi sono molteplici e diversi……è inutile andarle a spiegarle a chi sta dall’altra parte in quanto gli interessi e obbiettivi sono inevitabilmente DIVERSI.
    l’importante e’ SOTTOSCRIVERE questo contratto………….e per farlo OCCORRE TROVARE UN ACCODO

    no trasparenza ? ……per me equivale a…….. no party ……..
    grazie

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      Buongiorno

      Considerando che parificare la carne alla farina e i relativi rischi, le filiere e i due prodotti è fuorviante, semplicistico e manipolatorio.

      Mi spiace ma ho dei pregiudizi, sulla famosa “trasparenza” e sul suo significato e sulla comprensione che può avere il cliente finale dei meccanismi produttivi delle farine, considerando che per certi aspetti questa discussione ne manifesta alcuni aspetti.

      Per quanto riguarda la carne, fra una confezione con impresso un QRcode che le apre sullo smartphone la pagina dove si vede un verde pascolo del Brasile con l’animale sorridente e un contadino con la faccia abbronzata e la sua famiglia che la ringrazia per l’acquisto e con la rintracciabilità evidenziata dei vari passaggi e un prezzo inferiore (che solamente una grossa azienda può implementare) e il macellaio poco informato sotto casa che taglia una carne sanguinolente, che viene da una stalla dell’emilia dove le vacche sono rinchiuse in un recinto in mezzo agli escrementi (che lei può visitare) cosa sceglie? Il mercato della carne è autosufficiente in Italia e le importazioni lo stanno solo distruggendo, per altro visto l’ultimo scandalo con una carenza o manipolazione dei controlli.

      Le fornisco una chiave di lettura diversa ed economica dell’articolo http://www.ilfattoalimentare.it/100-italiano-materie-prime-grano.html, se leggiamo le parti in verde come “l’export italiano” ci accorgiamo che nella pasta siamo esportatori del 120% (220-100 consumo interno) dove per altro la produzione di grano interna è deficitaria.

      Quindi in settori dove l’Italia è leader per la trasformazione (visto che abbiamo visto che il grano estero costa di più di quello italiano) dobbiamo eliminare il vantaggio del “made in italy”? Per questo mi chiedo se è dovuto a “manipolazione” per interesse o visione “semplicistica” della cosa”

      Per quanto riguarda la “qualità” del prodotto, sono per controlli più frequenti e regole più ferree perché è necessario garantire la Sicurezza Alimentare a tutela del consumatore ma anche delle aziende che vogliono lavorare bene (questo comporta dei costi) e imporrei maggiori limitazioni sull’artificialità (chimica, trattamenti, ecc..) nella produzione e che sono il vero problema dell’alimentare.

      “Tutte le volte che mi fanno una domanda sul “cibo biologico” io mi chiedo: ma quando è partita la follia per cui è necessario certificare come un’eccezione ciò che dovrebbe essere la norma? Coltivare, allevare, trasformare la natura in cibo senza aggiungere input esterni, chimici e a base di petrolio, dovrebbe essere normale. È chi aggiunge fertilizzanti chimici, pesticidi, additivi, conservanti che dovrebbe dichiararlo, certificare e documentare la sua “anormalità”.
      (Carlo Petrini)”

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      Volevo dire Andrea….sQusa…..QR code che le apre sullo smartphone la pagina dove si vede un verde pascolo del Brasile con l’animale sorridente e un contadino con la faccia abbronzata.

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    Ezio.
    “Siamo abbastanza emancipati per decidere cosa vogliamo portare sulle nostre tavole e le motivazioni sono più complesse delle sole caratteristiche tecnologiche di vostra competenza.”
    Condivido, però vorrei capire dato che bisogna indicare l’origine delle materie prime,come , partendo da un pacco di pasta comprato al hard discount o dal pastaio di nostra “fiducia”accertare l’origine del grano;….Italiano, Francese, Canadese,Usa,Ucraino ecc.ecc. E’ tecnicamente possibile? La vedo un po in salita la cosa.
    Per quanto riguarda la pasta sarebbe relativamente semplice,riportare in etichetta l’origine del grano dato che gli ingredienti sono solo semola di grano duro e acqua, ma per altri prodotti con molti più ingredienti,vedi pasta all’uovo, tortellini, ravioli ecc…..sarebbe un po più complicato. Io come consumatore potrei pretendere che venga riportato in etichetta l’origine di tutti gli ingredienti e,ritrovarmi con una sorta di mini enciclopedia allegata alla confezione . E veramente utile e indispensabile tutto questo per me consumatore?.

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    Egidio, per il momento si sta parlando dell’origine dei prodotti primari come grano, latte e carne che sono normati ed in via di realizzazione esecutiva.
    Per quanto riguarda altri ingredienti diciamo minori, non è il caso di fare battaglie di religione, ma bastano le libere iniziative dei produttori che possono promuoversi proponendo 100% italiano e/o 100% biologico a loro scelta.
    Andrea, se lei è d’accordo con Carlo Petrini ed i suoi principi, siamo d’accordo su tutto a partire dalla filiera controllata, la genuinità e freschezza a km0 dei prodotti alimentari e la valorizzazione della qualità degli alimenti, che passa attraverso la conoscenza, l’impegno e la passione che produce eccellenza italiana.
    Trasparenza, qualità e sicurezza sono i migliori metodi produttivi da adottare, al contrario di nascondenza, manipolazioni e trattamenti eccessivi per rimediare, conservare, colorare ed anche trasportare da un continente all’altro cibo e materie prime.
    Alessio, ma chissà per quale strano ragionamento logico lei dissocia la trasparenza dalla sicurezza, quando sono sinonimi e contrari alla nascondenza, potenziale manipolazione e insufficiente controllo non solo della filiera, ma anche commerciale dei consumatori clienti?!

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      Ho sbagliato nuovamente .questo dovrebbe essere il posto giusto de mio commento scusate. Egidio 8 maggio 2017 at 09:34
      Ezio…
      dell’origine dei prodotti primari come grano, …..
      La mia domanda è, e’ possibile accertare la nazionalità del grano analizzando la pasta? Perché se questo non è possibile “la libera iniziativa del produttore” serve a poco,dato che nessuno può accettarla.Potrebbe essere solo fumo negli occhi se non una vera truffa.

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      Egidio per contestare una truffa prima di tutto servono le norme da seguire e rispettare, poi in caso di contestazione a seguito di controlli dei NAS e Finanza, si faranno tutte le indagini ed analisi possibili, compresa la ricerca genetica varietale, per risalire alla semina utilizzata.
      Sempre che ci siano indizi di una possibile truffa in commercio, ma con l’obbligo di tracciabilità sin dall’origine delle materie prime, per organizzare una truffa si deve realizzare un’associazione di vari attori di filiera per delinquere insieme.
      Difficile nascondere false provenienze di materie prime trasformate, senza molte complicità e falsi trasporti delle stesse, sia quelle vere, sia quelle falsamente costruite per giustificare la produzione.
      Tutto è possibile anzi probabile e le istituzioni servono proprio per questi controlli e sanzioni, allo scopo di scoraggiare i reati e punirli in modo adeguato quando scoperti.
      Non possiamo abolire ne rinunciare alle buone prassi produttive perché ci sono i furbi, ma punirli adeguatamente dopo aver indicato cosa dovranno fare per rispettare i loro clienti.

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    Il mio riferimento alla carne era solo per ribadire un concetto a mio parere importante , che va aldilà della materia prima di cui si discute e che inevitabilmente porta ad elencare a fornitore ed acquirente le proprie “valide motivazioni” (che guarda caso sono piuttosto simili) :
    LA TRASPARENZA nel “contratto di acquisto che si stà sottoscrivendo”
    e non ho nessuna intenzione di rinunciarci per pregiudizi altrui o diverse interpretazioni..
    se per questo .. anche io avrei i miei …ed altre chiavi di lettura…

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    Ezio, la tracciabilità è un conto, ma aggiungere via via sempre maggiori informazioni presuppone che qualcuno queste informazioni le debba controllare, altrimenti dov’è la garanzia?
    Se le autorità competenti mancano di risorse umane ed economiche per ottemperare a questo, i controlli saranno via via meno efficaci all’aumentare dei requisiti oggetto di controllo…
    Risultato?
    Paghi di più il prodotto senza trarne poi nessuna garanzia ulteriore (per chi percepisce l’indicazione dell’origine come una maggiore garanzia)

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    Alessandro non ho capito la sua obiezione, che non riscontra i miei commenti sull’indicazione dell’origine delle materie prime per la libera scelta del consumatore e la tracciabilità delle stesse, per ovvie ragioni di sicurezza sanitaria.

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      L’obiezione peraltro chiarissima era sul fatto che inserire obbligatoriamente l’origine in etichetta presuppone che vengano anche stabiliti dei controlli per verificare la veridicità di quanto in etichetta appare. Tali controlli vanno ad aggiungersi a quelli che effettivamente già avvengono (o dovrebbero avvenire) per garantire in modo diretto la salubrità dei prodotti (controlli a livello microbiologico e chimico ad esempio), ma considerando la scarsità di risorse economiche e umane ad essi deputate, ne comportano semplicemente una diluizione in efficacia e frequenza, dalla quale il consumatore non trae vantaggio alcuno.

    • Roberto La Pira

      La tracciabilità delle materie prime per un’azienda è obbligatoria e attraverso queste carte si può risalire quasi sempre all’origine

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    Una parziale risposta alla mia domanda l’ho trovata ieri in un altro commento del signor Giuseppe Viesti all’articolo …..”Pasta De Cecco: se il grano non è tutto italiano, è corretto scrivere “made in Italy”? Risponde l’azienda”………Il Fatto Alimentare del lontano novembre 2013.
    ……” il consumatore non ne trarrebbe comunque giovamento , giacche’ anche i piu’ grandi scienziati del settore delle tecnologie agrarie ed alimentari sono in grado difficilmente di distinguere se una stessa varieta’ di grano derivi per esempio da un terreno greco piuttosto che da un terreno italiano o francese”….
    Mi sembra di capire che comunque le difficoltà di “fare delle norme da seguire e rispettare ” e sopratutto “FARE” rispettare, ci sono.
    Risalire con certezza dalla pasta al campo dove è stato coltivato il grano è impresa ardua…?… “per scienziati del settore delle tecnologie agrarie ed alimentari”,forse si potrebbe tentare la via della fatturazione con relativi calcoli percentuali, tot % ho comprato in Italia tot all’estero, quindi avrò tot % di pasta 100% made in Italy e tot % di pasta non si sa bene che made sia. Con la speranza che il grano o la farina non si siano mischiati più o meno accidentalmente.
    A meno che un mugnaio /pastaio non si impegni a comprare solo grano Italiano….

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    La Pira, sa meglio di me che “tracciabilitá” e “indicazione dell’origine in etichetta” non sono la stessa cosa…

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    Chi teme un aggravio di costi per l’indicazione in etichetta dell’origine della materia prima, è fuori pista o in malafede.
    Infatti come dice La Pira, ogni produttore è già obbligato a documentare la tracciabilità di tutti gli ingredienti che impiega per ragioni di sicurezza microbiologica e chimica, come sa anche Alessandro e quindi la semplice indicazione in etichetta, non comporta alcun onere aggiuntivo per il produttore, salvo la sincerità.
    Per le istituzioni la tracciabilità documentale interna, è già sufficiente per effettuare tutti controlli di routine ed anche straordinari in caso di allarme sanitario per risalire all’origine e provenienza delle materie prime, sempre salvo truffe organizzate della filiera alimentare.
    Ma queste sono realizzate in associazione per delinquere, premeditate e pericolose prima di tutto per la sicurezza sanitaria e poi anche per l’onestà verso i clienti consumatori.

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    Visione miope mi spiace…
    Tralascio il fatto che indicare in etichetta qualcosa presuppone che nel momento in cui questa informazione subisce una variazione, l’imballaggio già eventualmente pronto non è più utilizzabile e questo comporta comunque un costo aggiuntivo. Tralascio il fatto che per rispettare quanto indicato in etichetta un’azienda può trovarsi impossibilitata ad utilizzare materie prime di origine diversa, che magari era in grado di reperire per l’occasione ad un costo inferiore e questo comporta un costo (o un mancato guadagno). Tralascio che, come la precedente, ma inversa, per rispettare quanto indicato in etichetta un’azienda può trovarsi costretta a dover utilizzare materie prime a costo superiore e anche questo comporta un aumento dei costi. Ma poi, al di là di quello che posso sostenere io, è la relazione della commissione europea stessa (in occasione appunto dell’analisi sull’opportunità di indicare l’origine su alcuni prodotti) a citare l’aumento dei costi come uno dei fattori, quindi negarlo significa non conoscere completamente la questione. O significa che la Commissione Europea è in malafede, starà al sig. Ezio dimostrarlo.
    Fermo restando le risorse umane ed economiche a disposizione delle autorità competenti, l’efficacia dei controlli diminuisce in misura inversamente proporzionale ai requisiti oggetti di controllo. Raccontate, voi che lo sapete meglio di me, quale è la frequenza attuale dei controlli documentali relativi alla tracciabilità da parte delle autorità competenti nelle aziende che al momento non sono sottoposte all’obbligo di indicare l’origine in etichetta…
    Il fatto che la tracciabilità sia obbligatoria non significa che automaticamente il controllo effettuato sulla tracciabilità valga anche per l’indicazione dell’origine sulle etichette! Sono controlli diversi che potrebbero essere effettuati in luoghi diversi, in momenti diversi e da autorità diverse…

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    Su diverse decisioni la Commissione Europea si è dimostrata decisamente fuori pista, vedi il trattato TTIP o le autorizzazioni sugli OGM, in aperto contrasto con il Parlamento Europeo, eletto direttamente dal popolo europeo e non nominato come i membri della Commissione.
    Nel caso specifico dell’indicazione dell’origine delle materie prime in etichetta, norma europea che andrà in vigore da Aprile 2019, la posizione più forte è del nostro governo nazionale che ha ottenuto e ne sta chiedendo l’attuazione alla Commissione, anche per tutte le primarie materie prime caratterizzanti ogni prodotto alimentare, speriamo con estensione a tutta la comunità europea.
    Alessandro lei esprime bene, anche se esasperando un poco, le difficoltà iniziali dei produttori che si vogliono tenere le mani libere e fare liberamente, senza organizzare la produzione, tutte le varianti che credono.
    Questo non gli viene impedito dalle prassi di buona produzione, a patto che mantenga traccia interna delle operazioni che compie e per rispetto dei consumatori clienti, si attrezzi con etichette e stampanti rapide per indicare da dove viene la principale materia prima che ha impiegato.
    Niente di trascendentale, visto che su ogni confezione di alimenti viene stampato il lotto di produzione e la data di scadenza, obbligatori per la sicurezza e la tracciabilità di ogni singolo lotto, quindi l’indicazione dell’origine del latte, della carne e del frumento è praticamente a costo zero, sempre per chi vuole farlo e non teme di perdere clienti “made in Italy”.

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      Ezio, non è esasperazione. E’ che nell’immaginario collettivo si pensa sempre alla multinazionale, ma nella realtà dei fatti il tessuto industriale italiano è fatto essenzialmente da medio piccole industrie, con poco peso contrattuale, magari con scarsa automatizzazione, magari con scarsi spazi a disposizione, etc… La sua semplificazione nel dire “si attrezzi con etichette e stampanti rapide per indicare da dove viene la principale materia prima che ha impiegato” non tiene conto del fatto che sono comunque costi e non è detto siano sempre sostenibili. E comunque sono costi, che in ogni caso vengono imputati sul consumatore finale a differenza di questo lei sosteneva inizialmente. Ci tengo a ricordare che il concetto espresso nei miei commenti non è contrario all’indicazione dell’origine in quanto tale; le mie considerazioni si basano sull’impatto (economico e non solo) che questo comporterebbe che vedo essere minimizzato se non addirittura negato da alcuni.
      Sul mettere in dubbio il parere della Commissione Europea che le devo dire: le conclusioni sono basate sugli studi effettuati. Non so quali studi abbia effettuato lei per giungere a conclusioni differenti, sarà interessante compararli.