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Svolta ecologista in Cina: grazie anche ai giovani, si riduce il consumo di pinne di squalo

Lentamente, in modo molto eterogeneo, la sensibilità ambientale si sta facendo strada in Cina. A trarne vantaggio sono anche alcune specie animali che altrove non sono considerate cibo, mentre lì, a tutt’oggi, vengono vendute e considerate prelibatezze, come gli orsi (di cui si mangiano le zampe), i cani e, soprattutto, gli squali. Si moltiplicano, infatti, i segnali in questo senso: l’ultimo, in ordine di tempo, è l’annuncio dato dalla catena di alberghi di lusso Peninsula, che da gennaio 2012 cesserà l’offerta di piatti a base di squalo, in primo luogo la celebre zuppa, richiestissima come simbolo di agiatezza e molto gettonata in matrimoni e cerimonie di diverso tipo.

La zuppa si fa risalire alla dinastia Song, del decimo secolo d.C. ed è sempre stata al centro di banchetti reali. Con il miglioramento della condizione economica, tuttavia, è diventata sempre più oggetto del desiderio anche della nascente classe media, nonostante non sia considerata particolarmente squisita. Viene cucinata reidratando le pinne di squalo essiccate con un brodo molto ricco, che conferisce alla carne una consistenza gelatinosa; il gusto, tuttavia, a detta degli stessi cinesi, non è migliore di altri, anzi. Eppure tutti la vogliono o l’hanno voluta finora, più che altro come simbolo di raggiunto benessere: un chilo di pinne arriva a costare anche 1.200 dollari, una porzione fino a 70 e una zuppiera per 12 raggiunge facilmente i 150 dollari. Il risultato di questa v era e propria follia è stata la strage di molte specie di squali, che oggi rischiano l’estinzione a causa di questo mercato milionario. Ogni anno vengono uccisi circa 73 milioni di squali di diverse specie e, solo in Cina, consumate circa 10.000 tonnellate di pinne, per un valore di quasi 300 milioni di dollari; secondo uno studio condotto da Bloom, associazione ambientalista presente anche in Cina, il 40 per cento delle specie consumate e vendute al mercato di Hong Kong appartiene a 14 specie già inserite nella lista rossa dell’Internationational Union for the Conservation of Nature (IUCN), prossime alla scomparsa. La Cina, inoltre, acquista l’80 per cento delle pinne in commercio nel mondo, facendo questo shopping scellerato in più di cento paesi diversi, primo tra i quali la Spagna.

Ma tutto questo potrebbe diventare un retaggio del passato entro breve: i segnali ci sono tutti. Prima dell’annuncio dei Peninsula Hotel, che ha destato scalpore a causa del prestigio di questa catena, altri alberghi e società di diverso tipo avevano infatti intrapreso la medesima strada; per esempio, diversi hotel hanno iniziato a offrire tariffe scontate alle giovani coppie che rinunciano alla zuppa di pinne di squalo nel banchetto nuziale; la Citibank di Hong Kong ha ritirato le offerte che proponevano sconti sull’acquisto di partite di pinne ai possessori di una loro carta di credito e Yao Ming, popolarissimo giocatore di basket, ha fatto da testimonial per una campagna contro il consumo di carne di squalo finanziata anche da Richard Branson, magnate americano la cui compagnia aerea, la Virgin Airlines, vieta il trasporto di carne di squalo a bordo dei suoi aerei.

Il risultato si vede nei consumi, secondo Bloom in calo del 20 per cento negli ultimi due anni. La stessa associazione, del resto, ha condotto un interessante sondaggio tra i cinesi dal quale è emerso che il 66% dei cittadini di Hong Kong si sente ormai a disagio a mangiare animali minacciati di estinzione e tre quarti afferma di poter tranquillamente accettare la scomparsa della zuppa dai menu dei ristoranti. Certo, nella stessa indagine è emerso che nell’anno precedente, in una zona che conta sette milioni di abitanti, circa l’89% affermava di aver mangiato almeno una volta pinne di squalo nei 12 mesi precedenti e di averlo fatto per rispetto delle tradizioni, e che solo il 5% delle coppie di giovani sposi aveva scelto pranzi di nozze shark-free, ma la tendenza a un’alimentazione più consapevole ed ecosostenibile sembra ormai in atto. Lo testimoniano anche altri episodi che riguardano per esempio i cani: nello scorso mese di settembre è stato cancellato un festival storico sul consumo di cani, celebrato da oltre 600 anni, in seguito alle proteste popolari; così come le zampe di orso, oggi da molti ritenuta barbarica, sono sempre più spesso sostituite da un piatto a base di montone modellato con le sembianze di zampa d’orso. Non solo: le giovani generazioni stanno iniziando a considerare più alla moda il cibo biologico, la carne di animali cresciuti all’aperto e così via.

Quanto agli squali, buone notizie potrebbero arrivare presto dall’Unione Europea, che sembra ormai prossima a varare una normativa in linea con quella di Stati Uniti, Australia e diversi paesi dell’America Centrale, che vietano qualunque forma di finning. Il finning, nato proprio per rispondere alla domanda di sole pinne, prevede il taglio delle stesse e lo scarico in mare dell’animale mutilato e agonizzante, considerato inutile, secondo una procedura assurda e di inaudita crudeltà. L’Unione Europea nel 2003 ha adottato un regolamento che teoricamente la vieta, obbligando i pescatori a riportare a terra la carcassa intera dell’animale; tuttavia, secondo la totalità delle associazioni ambientaliste e di diversi centri di ricerca, la normativa – nella sua forma attuale – è spesso aggirata; inoltre alcuni paesi concedono deroghe scandalose secondo le quali è possibile riportare a terra solo pinne purché il rapporto tra le stesse e i corpi non superi il 5%, valore sovente superato e rispetto al quale ci sono pochissimi controlli. Tra i più solerti elargitori di deroghe c’è la Spagna, che non a caso è il primo fornitore mondiale di pinne di squalo della Cina, spalleggiata dal Portogallo e da Cipro, mentre altri paesi come la Germania e il Regno Unito hanno di recente bloccato tutti i permessi.

Anche in seguito a campagne come quella di Shark Alliance, un anno fa l’Unione Europea ha reso nota una prima proposta per proibire la rimozione delle pinne di squalo a bordo dei pescherecci, cui è seguita una consultazione pubblica di tre mesi. Come atteso, IUCN, scienziati, ambientalisti, comitati di cittadini hanno votato tutti per una normativa severa, che elimini del tutto il finning senza alcuna eccezione o deroga. La palla ora è nelle mani dei ministri della pesca dei 27 stati membri, che dovranno trovare un accordo sulla proposta della Commissione.

Agnese Codignola

 

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