Un’analisi della Tufts University su 183 Paesi rivela l’efficacia della tassa sulle bevande zuccherate, ma l’Italia e gli USA restano indietro.
La tassa sugli zuccheri aggiunti (sugar tax) e, in particolare, quella sulle bevande che ne contengono, è uno dei provvedimenti di comprovata efficacia consigliati esplicitamente da organismi quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per combattere le malattie non trasmissibili come il diabete di tipo 2, l’obesità, le patologie cardiovascolari e alcuni tipi di tumori. I benefici sono noti: il solo fatto di introdurne una sensibilizza le persone, e costringe i produttori a rivedere le ricette. La tassa poi, una volta implementata, se studiata in modo tale da non essere troppo debole, disincentiva l’acquisto e quindi il consumo. E se quanto ricavato dalla tassazione viene reinvestito in progetti legati alla salute, i vantaggi possono essere anche più consistenti. Per questi motivi a partire dagli anni Novanta un numero crescente di paesi ne ha adottata una. Ma qual è il quadro generale?
Uno studio globale
Per capirlo, i ricercatori dell’Istituto Food is Medicine della Tufts University di Boston guidati da Dariush Mozaffarian hanno analizzato tutti i dati reperibili negli archivi ufficiali di organizzazioni quali il Global Dietary Database, il Global Burden of Disease Study, la Non-Communicable Disease Risk Factor Collaboration e la Banca Mondiale relativi al periodo 1990-2024, mettendo insieme il varo di una tassazione, i motivi che hanno condotto un certo paese a introdurla, i consumi dei prodotti interessati e le condizioni di salute della popolazione. Quello che ne è venuto fuori, illustrato su Lancet Global Health, è un panorama nel quale la sugar tax ha avuto un successo crescente: dei 183 paesi considerati, sono ben 64 quelli che ne hanno ormai una in funzione. In altri termini, circa tre miliardi e mezzo di persone, ossia quasi la metà della popolazione mondiale, vive oggi in un Paese dove è attiva una sugar tax.

Da un punto di vista geografico, a guidare la classifica è l’Asia del Sud, dove i paesi con una sugar tax sono la metà e dove l’entità media è il 7,5% del prezzo, seguiti da quelli delle zone più a est sempre dell’Asia (47,8% dei paesi, tassa media del 5%). Seguono poi quelli del Medio Oriente e Nord Africa, dove uno su tre ha una sugar tax e dove la media è del 17%, e quelli dell’America Latina e dei Caraibi, con il 31% dei paesi e una tassa attorno al 17%. Più lenti nell’adottare il provvedimento sono tutti i paesi dell’Europa dell’Est e del Centro, dove solo il 17% prevede una tassa per gli zuccheri aggiunti.
Sviluppo e sugar tax
C’è una differenza collegata al livello di sviluppo: più è elevato, minore sembra essere il tasso di adozione di una sugar tax, probabilmente perché sistemi sanitari migliori riescono a controllare meglio le patologie e questo tipo di provvedimento non ha un’altissima priorità. Per quanto riguarda la relazione con il reddito medio, invece, i paesi con più risorse hanno maggiori probabilità di introdurre una sugar tax rispetto a quelli che ne hanno meno. Negli altri la motivazione più forte non è tanto quella associata a consumi medi eccessivi quanto, piuttosto, quella di un’elevata incidenza di malattie croniche, che pesano molto di più sulle casse pubbliche.
Quanto al tipo di tassazione, la maggior parte delle norme la riferisce al prezzo (nel 45% dei casi) oppure al volume (44%), e solo poche (5%) prevedono l’impostazione più efficace anche sui produttori, spingendoli a rivedere le ricette, e cioè che regola il prezzo sulla concentrazione di zuccheri per unità di peso o volume, o una mista (6%). Altro aspetto da migliorare, e molto, è quello relativo all’investimento dei fondi derivanti dalla tassa: solo il 13% dei paesi indirizza il denaro a iniziative dedicate alla salute, e questo è un peccato, perché i benefici potrebbero essere più significativi di quelli ottenibili con la sola tassazione, e perché con una comunicazione adeguata i cittadini avrebbero la sensazione di qualcosa che è realmente finalizzato al bene comune, e sarebbero ben disposti nei suoi confronti.
I punti deboli
La situazione è dunque abbastanza positiva a livello globale, vista la crescita relativamente rapida degli ultimi decenni, ma restano ampi spazi di miglioramento. Come sottolinea Mozaffarian, il primo è l’entità della tassa, che oggi oscilla tra l’uno e il 34% se si considerano i singoli paesi, e tra il 5 e il 17% se si prendono in considerazione grandi aree continentali. È mediamente troppo bassa, e come si è dimostrato più volte dai dati sul campo, ciò significa che in molti casi è inutile, perché non modifica affatto il comportamento dei consumatori, che a mala pena se ne accorgono.
Infine c’è il fatto che molti paesi, compresi alcuni dei più sviluppati come gli Stati Uniti e, in Europa, l’Italia, non hanno ancora norme nazionali, ed è quindi importante continuare a lavorare a tutti i livelli (di legislazione, ma anche di sensibilizzazione e mobilitazione delle opinioni pubbliche, dei medici e così via) affinché tutti si muovano nella stessa direzione, seguendo le direttive dell’OMS per la tutela della salute. Secondo uno studio del 2025 dello stesso gruppo, relativo agli stessi paesi, pubblicato su Nature Medicine, tra il 1990 e il 2020 le bevande zuccherate sono state all’origine di 2,2 milioni di casi di diabete e di 1,23 milioni di casi di malattie cardiovascolari.
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Giornalista scientifica


