Un nuovo studio canadese collega il consumo di alimenti ultra processati a una quota significativa di malattie cardiovascolari e decessi, ma alcuni esperti invitano alla cautela nell’interpretazione dei risultati.
Snack dolci e salati, bevande gassate, piatti pronti, carni lavorate sono alcuni dei cibi ultra processati più consumati nel mondo. Sebbene sia oramai noto che questi alimenti possono risultare pericolosi per la nostra salute se mangiati con regolarità, tale consapevolezza non frena il loro consumo che si sta rapidamente diffondendo anche in Paesi non occidentali come il Sud-Est asiatico, l’America Latina, l’Asia centrale e il Nord Africa. Mentre assistiamo a questo paradosso, continuano a essere pubblicati nuovi studi che confermano la nocività del cosiddetto “junk food”.
Il nuovo studio canadese
In occasione del Congresso Internazionale sull’Obesità 2026 tenutosi a Città del Messico dal 15 al 17 luglio, è stata presentata una ricerca che suggerisce un nesso causale tra la dieta e i problemi cardiaci: sembrerebbe che tra il 23% e il 37% dei casi di malattie cardiache e tra il 23% e il 38% dei decessi per malattie cardiache siano attribuibili al consumo di cibi ultra processati.
Lo studio, condotto dal Centro sulla Salute Pubblica dell’Università di Montreal, sostiene che, se la popolazione canadese limitasse determinati alimenti, si potrebbero evitare migliaia di morti in tutto il Paese. Sebbene le stime riflettano la situazione del Canada, si crede di poter prevedere simili risultati anche in altre nazioni ad alto reddito.
I ricercatori hanno posto l’attenzione sul fatto che, occupando un posto importante nelle abitudini alimentari dei canadesi, gli alimenti ultra processati sono difficili da limitare: se le opzioni di frutta e verdura fresche o di pasti preparati in casa scarseggiano, il consumo di “cibo spazzatura” può essere involontario. Nel 2015 quasi la metà (43,4%) delle calorie consumate dalla popolazione del Canada derivava da junk food, una percentuale per ora lontana da quella europea anche se non da tutti i Paesi. In media in Europa il 27% dell’apporto energetico giornaliero deriva da alimenti ultra processati, ma le differenze tra i vari luoghi sono sensibili: si oscilla dal 14% dell’Italia e della Romania, al 44% del Regno Unito e della Svezia.

Le critiche
Alcuni esperti non coinvolti nello studio invitano però alla cautela e sottolineano l’importanza di ulteriori ricerche per poter mostrare un effettivo legame tra cibi ultra processati e l’aumento dei rischi di malattie cardiache. Kevin McConway, professore emerito di statistica applicata presso l’Open University, ha dichiarato che, sebbene si tratti di un interessante tentativo di modellare i potenziali effetti sulla salute del consumo di cibi ultra processati in un unico Paese, non ripone molta fiducia nelle stime dettagliate che presenta.
McConway non mette in discussione il legame tra dieta e salute, ma critica le cifre riportate. Secondo il professore, inoltre, il parametro utilizzato nella ricerca è fuorviante: nei casi di patologie come le malattie cardiovascolari ci sono molte cause che interagiscono tra di loro portando anche alla morte, mentre quello che può emergere dallo studio canadese è l’immediata associazione tra alimenti ultra processati e rischio decesso.
Ultra processati e povertà
C’è anche chi ricorda come il consumo di alimenti poveri dal punto di vista nutrizionale sia strettamente legato allo status socioeconomico: le persone con minore capacità d’acquisto tendono a consumare più junk food rispetto a quelle benestanti e a presentare una salute più precaria anche dal punto di vista cardiaco. Ciò che viene dunque suggerito è che l’associazione osservata tra cibi ultra processati e malattie cardiache possa essere semplicemente una misura proxy – cioè una variabile che non risulta di per sé rilevante all’interno di un modello – dello status socioeconomico piuttosto che un effetto diretto di una determinata dieta. A tal proposito si menziona anche il fatto che chi versa in una condizione economica sfavorevole tende a seguire comportamenti nocivi per la salute, per esempio il fumo, e a trovarsi in situazione di isolamento sociale.
Rispetto a questo punto, sebbene le osservazioni fatte dagli esperti possano essere basate su dati oggettivi, preme sottolineare l’importanza di non attribuire ai singoli individui colpe che ha il sistema alimentare globale che privilegia prodotti industriali ad alto contenuto calorico e basso valore nutrizionale. Troppo spesso, infatti, gli stili di vita sono il risultato di politiche classiste che hanno escluso le persone a basso reddito dall’accesso a un’alimentazione sana, alla socialità e all’attività fisica.
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