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Succhi di frutta Skipper Zuegg: è corretto scrivere “bere italiano” se la materia prima è importata? Risponde l’avvocato Dongo

zuegg bere italiano skipper
Gli slogan che accompagnano i succhi di frutta Skipper

Sono un vostro affezionato lettore e mi sono imbattuto in una pubblicità di un nuovo prodotto della Skipper (Zuegg), dove leggo in prima battuta “Bere Italiano” con prodotti palesemente “non Italiani” e poi: “0% Coloranti” e “0% Conservanti“, mi sembra il tutto molto strano, visto che la legge non permette queste aggiunte. Leggendo il testo poi si trova la scritta  “Naturalmente Made IN ITALY“. Invio in allegato le pagine della pubblicità, mi dite se ho sbagliato, oppure se si tratta di un’etichetta ambigua e poco chiara?

Emanuele

Abbiamo chiesto un parere all’avvocato Dario Dongo esperto di diritto alimentare

skipper zuegg bere italiano succhi di frutta
I succhi di frutta Zuegg Skipper “Bere italiano”

Gentile lettore, è difficile esprimere pareri su etichette di cui non si dispongano immagini ben visibili. Potremo perciò considerare i temi da Lei accennati in termini generali.

Diciture che esprimano “l’italianità” di una bevanda – come “Made in Italy” o “Bere italiano”, tra quelle da Lei citate – hanno natura volontaria e sono ammissibili a condizione che i prodotti abbiano subito la loro ultima trasformazione sostanziale in Italia (1). Nel caso dei succhi di frutta è lecito ipotizzare che operazioni quali la diluizione del concentrato, la miscelazione con acqua e l’imbottigliamento siano condotte in Italia e quindi trattandosi di trasformazioni sostanziali, la dicitura rispetta la normativa (anche se la materia prima viene importata come nel caso del succo di ananas).

Quanto al vanto dell’assenza di determinate sostanze, i cosiddetti “claim negativi” (“free from”), il discorso è ben più ampio di quanto si possa immaginare, nella realtà di mercato, come nelle regole da applicarsi. Basta una rapida occhiata a qualsivoglia scaffale di supermercato per imbattersi in etichette alimentari con le diciture: senza zucchero, senza sale, senza glutine, senza OGM, senza olio di palma, senza additivi, ecc.

Per tornare agli esempi da Lei citati, una dicitura come “senza conservanti” non è vietata, a condizione che essa sia veritiera ed effettivamente distingua la bevanda rispetto ad altre che invece possano contenere conservanti. Nel vasto ambito dei drink disponibili nel canale HoReCa (Hotel, Restaurant, Catering), e pure nel più ristretto ambito dei succhi di frutta, l’impiego di taluni conservanti è teoricamente possibile (2).

Note:

(1) Cfr. reg. CE 450/08, articolo 36

(2) Cfr. dir. 2012/12/UE, reg. CE 1333/08

 

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  Dario Dongo

Dario Dongo
Avvocato, giornalista. Twitter: @ItalyFoodTrade

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13 Commenti

  1. Avatar

    Buongiorno,
    credo che, se del caso, sia necessario riportare in etichetta come il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente caratterizzante sia diverso da quello dell’alimento.
    E’ da ritenersi cogente tale indicazione?

    Cordialmente

  2. Avatar

    L’elenco degli ingredienti è già esaustivo relativamente all’assenza degli ingredienti oggetto dei claims “senza ….”

  3. Avatar

    Non concordo con l’interpretazione di “trasformazione sostanziale” il semplice imbottigliamento con aggiunta di acqua e nient’altro.
    Cosa c’è di trasformato in una semplice diluizione con acqua?
    Qui la trasformazione è avvenuta nel paese d’origine della materia prima, con la produzione della purea tal quale, o concentrata che sia, in quanto frutto intero lavorato e trasformato in vari modi e con diverse operazioni, in una purea diluibile, per ottenere una sospensione bevibile.
    Se io acquisto una polvere, estratto, concentrato, lo diluisco in acqua e lo inbottiglio, sono un produttore/trasformatore di bevande?
    Al massimo sono un imbottigliatore/confezionatore di prodotti altrui e di altra provenienza, da indicare chiaramente in etichetta.
    Altro che made in Italy!
    Smettiamo di prenderci in giro con bizantinismi burocratici.

  4. Avatar

    Beh, ritengo che il passaggio da concentrato a prodotto finito sia sufficientemente sostanziale in quanto cambia la natura stessa del prodotto…non stiamo parlando di un semplice imbottigliamento, nel qual caso mi troverei d’accordo.
    Anche qualora la prima trasformazione fosse avvenuta, come probabile nel paese d’origine, la legge parla di ultima lavorazione sostanziale, quindi, al di là dei bizantinismi, così è. Che poi la legge sia sbagliata se ne può discutere a lungo…
    Però è sempre il solito discorso: “made in italy” vuol dire “fatto in Italia”, e a prescindere dall’origine non si può certo dire che il prodotto non sia stato fatto in italia… E’ pretestuoso voler tradurre “made in Italy” con “fatto in Italia con sole materie prime italiane”…

  5. Avatar

    Infatti il bizantinismo sta proprio nella libera interpretazione di fatto in Italia.
    In Italia non è stato fatto il prodotto in questione, ma solo l’acqua e forse la bottiglia.
    Non c’è know-how di prodotto ne trasformazione alcuna, ne aggiunte dichiarate.
    Il resto sono giri di valzer di speculazione commerciale.

  6. Avatar

    So che siamo su posizioni differenti e difficilmente conciliabili, ma non condivido: come si può sostenere che non sia “l’ultima trasformazione sostanziale” il passaggio da concentrato a prodotto finito, ivi compreso il trattamento termico fondamentale per la salubrità del prodotto? Tutte fasi che avvenendo in Italia giustificano, con le leggi attuali, la dicitura “made in Italy”.

  7. Avatar

    Per verificare il caso in questione usiamo anche altri esempi.
    Coca Cola italiana imbottiglia i concentrati prodotti chissà dove in 4 stabilimenti in Italia, e così auto definisce correttamente la sua attività:
    “Coca-Cola nel mondo è una realtà, chiamata “sistema”, composta essenzialmente da due entità: The Coca-Cola Company e gli “imbottigliatori”; questi ultimi sono soggetti nazionali, multinazionali o locali che acquistano il concentrato da The Coca-Cola Company con cui producono le bevande che vendono ai clienti del canale Modern Trade e Out Of Home”. (http://www.coca-colahellenic.it/Chisiamo/Cosafacciamo/)
    Secondo la sua interpretazione Alessandro, le bevande della Coca Cola sono “made in Italy”?
    Secondo me e la stessa Coca Cola no, ma lo sono a pieno titolo e ad esempio, tutti i produttori delle bevande a base di estratti di chinotto coltivato e trasformato in Italia (Savona e Sicilia).

  8. Avatar

    Ezio, non è la mia interpretazione, che di fatto non ha valore alcuno. È il Regolamento Europeo nell’interpretazione dell’avvocato Dongo (che condivido), che vale certamente più delle mie parole…

  9. Avatar

    Rispetto le opinioni ragionevoli altrui, ma invito anche l’Avv. Dongo a rivedere la sua interpretazione di trasformazione sostanziale, che non può certo includere il solo imbottigliamento di una base ricostituita con acqua italiana.
    Con questo errato principio si potrebbero produrre moltissimi alimenti ricostituiti, acquistandone le basi ad esempio in Cina e commercializzarle come made in Italy.
    Ragionevolmente inaccettabile da tutti i consumatori, se correttamente informati.

    • Avatar

      Mi permetto di aggiungere che si tratta di un’azienda italiana, che coltiva buona parte della propria materia prima in Italia. Mi sembra ovvio che non sia possibile coltivare qui frutta tropicale, ma un adeguato controllo della filiera mi pare una valida alternativa…
      A tal proposito rimando alla sezione dedicata sul sito dell’azienda

      http://www.zuegg.it/in-viaggio-con-agronomo-zuegg.html

  10. Avatar

    I consumatori sanno che la Zuegg è un fiore all’occhiello dell’alimentare italiano, così come altre grandi aziende del made in Italy di cui andare fieri del nostro saper fare.
    Rispetto e ammirazione verso di loro, deve essere reciproco con il rispetto verso chi consuma, con la massima trasparenza.
    Se avessero il coraggio, come tanti produttori hanno, anche se non imposto, di dichiarare cosa usano, da dove provengono le materie prime impiegate, nessuno pretende d’imporre loro come e dove approvvigionarsi, ma solo verità e trasparenza.
    Sappiamo che gli ananas, le banane ed i mango sono sicuramente importati, ma anche le fragole polacche e kosovare non sono certo made in Italy.

  11. Avatar

    Proprio per questo la rimandavo al sito ufficiale dell’azienda!
    Non mi pare che le informazioni siano in nessun modo nascoste sul sito, anzi, mi pare che in questo si distingua da molte altre aziende in maniera positiva…

  12. Avatar

    L’oggetto del discutere riguarda l’etichetta ed i claims pubblicitari sul prodotto e non il sito, sicuramente non consultabile, quando acquistiamo un prodotto con scritto a grandi lettere “Bere Italiano”.