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Sotto accusa il taglio sistematico della coda dei maiali in Italia. La “dolorosa verità” in un articolo del britannico The Guardian

maiali maialini code paglia scrofa allevamentoIl taglio della coda dei maiali, che viene praticato in modo sistematico nella quasi totalità degli allevamenti intensivi di suini del nostro Paese, è finito sotto la lente del Guardian. Il quotidiano britannico scrive che un recente audit dell’Unione europea condotto nelle aziende agricole della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, le due principali regioni di allevamento di suini, ha rilevato che la coda degli animali viene tagliata dal 98% degli allevatori, uno dei tassi più alti in Europa. Il taglio sistematico della coda viola la Direttiva 2008/120/CE ed espone l’Italia al rischio di una procedura d’infrazione.

La caudectomia – effettuata senza anestesia quando il maialino ha tre o quattro giorni di vita – ha lo scopo di prevenire le gravi lesioni che possono verificarsi quando i maiali si mordono la coda a vicenda. Gli studi hanno però dimostrato che questo intervento provoca un trauma acuto e dolore, può causare infezioni e lasciare un disagio duraturo.

“In teoria, affinché un veterinario possa tagliare la coda di un maiale, bisogna dichiarare di aver riscontrato lesioni sui capezzoli, sulle orecchie o sulle code di altri maiali”, spiega al quotidiano britannico Enrico Moriconi, ex veterinario e ora difensore dei diritti degli animali in Piemonte. “Ma le code vengono tagliate quando i maialini hanno cinque giorni, quando è impossibile sapere se il gruppo si comporterà in questo modo. Si presume che questo tipo di allevamento porti a mordere la coda, quindi la tagliano.”

Dal fronte degli allevatori, Stefano Salvarani, aderente a Confagricoltura, sostiene che la situazione climatica italiana è differente da quella del Nord Europa, perché da noi le temperature estive superano regolarmente i 35° e i maiali hanno una limitata capacità di autoregolazione della temperatura, il che li fa innervosire e li porta a mordere la coda degli altri maiali. Inoltre, i maiali in Italia diventano così grandi che possono calpestare la propria coda, procurandosi lesioni alla colonna vertebrale. Salvarani, la cui azienda produce 6 mila maiali l’anno, sta sperimentando sul 20% dei propri animali il non taglio della coda ma dice che “i problemi iniziano durante l’estate. Puoi fare loro delle brevi docce per farli sentire meglio ma è impossibile combattere un clima così caldo”.

maiale allevamento
Secondo un audit della Commissione europea, il taglio della coda si pratica nel 98% degli allevamenti di maiali italiani

Di diverso parere un altro allevatore del Nord Italia, Pietro Pizzagalli, responsabile degli allevamenti dell’azienda Fumagalli, che produce 30.000-35.000 suini all’anno e che da quattro anni ha smesso di tagliare la coda ai maiali nell’80% dei propri allevamenti, non confina più le scrofe in gabbia né durante la gestazione né durante l’allattamento e mette sempre a disposizione degli animali una lettiera su cui riposare e materiale manipolabile adeguato per esprimere i loro comportamenti naturali. Queste innovazioni nel 2016 sono state premiate con il Good Pig Award dall’associazione Compassion in World Farming (CIWF). “Abbiamo messo meno maiali per metro quadrato di quelli richiesti dalla legge”, afferma Pizzagalli. “Produciamo una minore quantità di carne, ma crediamo che ne valga la pena.”

Come ricordato nel dossier de Il Fatto Alimentare “Benessere animale: la vita non è solo in gabbia”, la direttiva europea prevede per i suini l’accesso permanente a quantità sufficienti di materiali che consentano loro adeguate attività di esplorazione e manipolazione senza comprometterne la salute.

Per ridurre i conflitti occorre dare al gruppo di animali la possibilità di socializzare e di stabilire un equilibrio sociale, favorendo comportamenti esplorativi. Per questo nel capannone devono esserci oltre a paglia e fieno anche materiali di arricchimento come corde o tronchi di legno (disposti a terra oppure appesi), dando così la possibilità ai maiali di manipolare e masticare gli oggetti. Un’altra cosa da fare è aumentare lo spazio a disposizione, sostituire i pavimenti fessurati e dislocare le mangiatoie alle pareti. In questo modo il gruppo si distrae, gioca e diminuisce la conflittualità. Se si adottano questi accorgimenti non c’è più la necessità di mozzare sistematicamente la coda agli animali. In molti allevamenti la modifica delle condizioni ambientali e dei sistemi di gestione comporta investimenti che i gestori non sono disposti a fare, e allora si procede con il taglio della coda e altri interventi invasivi.

Per prevenire il taglio della coda, gli allevamenti di maiali devono fare miglioramenti ambientali e dotarsi di materiali di arricchimento

Di fronte alle contestazioni della Commissione europea, lo scorso giugno il ministero della Salute ha annunciato l’avvio di un tavolo di lavoro permanente sull’allevamento dei suini e il taglio della coda. L’obiettivo è quello di sviluppare un piano d’azione per migliorare le condizioni negli allevamenti, così da ridurre il ricorso a questa pratica. Dopo una fase di monitoraggio e raccolta dati negli allevamenti di suini per individuare i fattori che predispongono alle morsicature, e di conseguenza al taglio della coda, e indicazioni dettagliate sui controlli ufficiali dei Servizi veterinari pubblici, dal gennaio 2019 il Piano del ministero è passato alla fase operativa.

Tutti gli allevamenti dovranno mettere in atto le opportune misure correttive per raggiungere almeno il livello “migliorabile”. Inoltre, gli allevatori dovranno iniziare a introdurre nelle strutture piccoli gruppi di suinetti con code non tagliate, che serviranno per testare i miglioramenti ambientali e gestionali realizzati per prevenire le morsicature, per poi aumentare di numero nel corso dei cicli di allevamento. In caso di morsicature, saranno necessari nuovi interventi sulle condizioni delle strutture e degli animali.

Riceviamo e pubblichiamo questa precisazione di Coop

Coop ha avviato nel 2017 la campagna “Alleviamo la salute” volta a contrastare l’antibiotico resistenza negli allevamenti animali e migliorare gli standard del benessere animale. La campagna avviata prima su filiere come gli avicoli e i bovini ha interessato successivamente 300.000 suini adulti l’anno con riduzione e razionalizzazione dell’uso di antibiotici e non utilizzo negli ultimi 4 mesi di vita. In totale Coop ha coinvolto in una vera e propria rivoluzione gestionale oltre 1600 allevamenti italiani da cui provengono i prodotti a marchio Coop. Nel caso dei suini per riuscire a ottenere l’obiettivo voluto da Coop gli allevatori sono dovuti intervenire con azioni strutturali, di gestione e di management, di maggiore igiene, e garantendo un miglioramento complessivo delle condizioni di vita dei suini. Maiali coop antibioticiGli animali interessati subiscono la castrazione ma in analgesia e non vengono sottoposti a mutilazioni come la limatura dei denti. Già oggi ad un anno dalla partenza sono più del 20% i suini a cui si è riusciti ad evitare il taglio della coda. Un procedimento abusato come giustamente sottolineato nel vs articolo su cui intervenire però non è affatto facile; lo step successivo è arrivare progressivamente a regime in tutti gli allevamenti di suini coinvolti. Proprio perchè consapevoli che raggiungere questi standard implica investimenti e impegno Coop riconosce agli allevatori un premio per ogni singolo animale. Attualmente abbiamo investito in questa operazione oltre 3 milioni di euro che a regime (una volta ottenuto il completamento degli obiettivi indicati) diventeranno oltre 5 milioni. A fronte di tanto impegno sia nostro che degli allevatori che ci hanno voluto seguire in questo percorso riteniamo doveroso testimoniare anche attraverso la vostra realtà quanto facciamo.

08 febbraio 2019

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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4 Commenti

  1. Il discorso è molto più complesso di quanto esposto. Se fosse così facile lo farebbero tutti.
    E comunque la situazione è identica in tutti i Paesi europei che, regolarmente, tagliano la coda ai suini nei primi giorni di vita, UK compresa. E insieme anche tutti i Paesi a vocazione suinicola molto migliore rispetto alla nostra (vedi Danimarca o Belgio o Olanda per citare i principali). Gli unici a non tagliare sono Finlandia e Svezia, che fondamentalmente non hanno suini.
    Infine vale sempre la massima che si può fare tutto. Ma a quali costi?

  2. La cosa migliore sarebbe non avere l’allevamento intensivo

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