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Riso Gallo da agricoltura sostenibile, farina Pivetti da agricoltura sostenibile, Minestrone Knorr da agricoltura sostenibile, patatine Lay’s prodotte secondo il Programma di agricoltura sostenibile PepsiCo, piselli Findus “…per un’agricoltura sostenibile”, polpa pronta DeRica da “Agricoltura sostenibile certificata”. C’è anche il Pinot grigio Mezzacorona che come gli altri vini di questa cantina, si dichiara “da agricoltura sostenibile”, le noci di macadamia dell’Amazzonia 100% sostenibili. Ci sono poi i surgelati confezionati nel sacchetto compostabile, quelli in vaschette di carta riciclabile e il caffè in capsule compostabili. Sono solo alcuni dei tanti riferimenti alla sostenibilità che troviamo sulle confezioni degli alimenti. Che valore hanno queste dichiarazioni? Quali sono gli aspetti che definiscono la sostenibilità di un prodotto alimentare? 

Quando le dichiarazionigreen” sono legate al packaging, bisogna notare che molte confezioni riportano l’indicazione del materiale con cui sono prodotte e le modalità di smaltimento. Queste informazioni, che dovrebbero diventare obbligatorie dal 1° gennaio 2022 (ne abbiamo parlato qui), ci aiutano a valutare se la confezione è facilmente riciclabile oppure no. Il problema è più complesso quando la dichiarazione di sostenibilità riguarda la produzione agricola, le modalità di allevamento o la pesca. Senza entrare in quest’ultimo settore – dipendente da variabili completamente diverse – come possiamo individuare un prodotto agro-zootecnico sostenibile? Ne abbiamo parlato con Roberto Pinton, esperto di produzione biologica.

“Quando si parla di sostenibilità – dice Pinton – la situazione è abbastanza confusa, perché non esiste una definizione stabilita da una specifica normativa. In base al regolamento UE n. 1169/2011, le informazioni sul cibo non devono indurre in errore il consumatore sulle caratteristiche dell’alimento, sulla sua natura, sui metodi di produzione e fabbricazione e non devono essere ambigue né confuse. Così come nel caso del termine “naturale”, il richiamo alla sostenibilità può invece essere indeterminato, e quindi confuso. Agli alimenti non si applica l’eco-label europeo, marchio utilizzato per un gran numero di prodotti (l’elenco si può consultare nel sito dell’Ispra). Esistono alcuni schemi di certificazione, come la norma ISO 14001, applicabile a qualsiasi tipo di organizzazione, che specifica i requisiti di un sistema di gestione ambientale, e lo schema EMAS (Sistema comunitario di ecogestione e audit), la specifica tecnica ISO/TS 17033:2020 sui principi e i requisiti delle asserzioni etiche, ma si tratta di norme volontarie, non specifiche per la produzione di alimenti e non danno l’esclusiva del termine.”

Per chi fa la spesa è molto difficile distinguere la vera sostenibilità dalle operazioni di marketing. Il problema è avvertito a livello comunitario e, nell’ambito della strategia Farm to Fork, la Commissione europea ha istituito quattro gruppi di lavoro (cui partecipa anche Pinton) per elaborare un codice di condotta e un quadro di monitoraggio per le pratiche commerciali e di marketing responsabili nella filiera alimentare. Il termine dei lavori è previsto per fine giugno.

Intanto le aziende mettono in atto percorsi, più o meno “autentici”, che si riflettono sulle dichiarazioni in etichetta. Fra queste, è interessante il piano di Granarolo, presentato come “Bontà responsabile” sul sito dell’azienda, dove si trova anche il Bilancio di sostenibilità.

“I binari che segnano il percorso verso una maggiore sostenibilità per aziende che producono cibo sono oggi maggiormente tracciati a livello europeo dal Green New Deal, il nostro riferimento è in particolare la strategia Farm to Fork. – Dice Gianpiero Calzolari, presidente del Gruppo Granarolo. – È stata anche stabilita a livello europeo una “tassonomia” che fissa quali sono i criteri per definire un’attività economica sostenibile. Nel definire il nuovo piano strategico a tre anni l’abbiamo presa come riferimento. Fino ad ora a guidarci sono stati i GRI standards, riferimenti riconosciuti a livello internazionale per le aziende che hanno obiettivi di sostenibilità. Questi tengono conto di numerosi aspetti, fra cui i risultati economici, ambientali e sociali. – Spiega Calzolari – La rendicontazione deve essere annuale e gli indicatori, molto puntuali, comprendono, per esempio, i consumi di acqua, l’approvvigionamento energetico, i materiali utilizzati per il packaging, la produzione e lo smaltimento dei rifiuti, la rete di fornitura della materia prima, la quantità di lavoratori dipendenti, le ore di formazione e molto altro. Gli indicatori ambientali sono quasi tutti riconducibili a CO2 equivalente, cioè alla corrispondente quantità di CO2 prodotta o risparmiata. Noi abbiamo diviso in fasi la nostra filiera e abbiamo individuato tutti i progetti che possono contribuire in termini di impatto positivo sulla sostenibilità.”

“La fase che offre i maggiori margini di miglioramento è quella a monte della filiera, che comprende agricoltura e allevamento. – Sottolinea Calzolari – Un miglioramento che non è facile da ottenere perché richiede un importante processo di coinvolgimento, investimenti e formazione: i nostri 600 soci sono oggi disponibili a una importante transizione. Abbiamo misurato l’impatto con la certificazione EPD, identificando le aree di miglioramento. Stiamo individuando le tecniche agricole per risparmiare acqua e ridurre l’uso di fertilizzanti, sulle stalle vogliamo abbassare l’impatto ambientale e aumentare ulteriormente il benessere animale per il quale tutte sono state certificate, anche andando oltre gli standard richiesti dalle certificazioni attualmente in uso. Negli allevamenti più grandi puntiamo anche a impianti di cogenerazione che dalle deiezioni delle vacche producano biometano, utilizzato per il fabbisogno aziendale e per le cisterne che trasportano il latte. Più a valle della filiera, accanto al consolidato risparmio di energia, acqua e rifiuti stiamo riducendo la quantità di plastica usata nelle confezioni e abbiamo aumentato la shelf -life dei prodotti, con lo scopo di ridurre al minimo gli sprechi.”

Barilla, invece, ha presentato nel 2019 un disciplinare di agricoltura sostenibile chiamato “Carta del Mulino”. Questa prevede, fra l’altro, l’utilizzo di particolari varietà di frumento, l’adozione di un piano di rotazioni delle colture per favorire la fertilità del terreno e la destinazione di una superficie pari al 3% dei campi di grano ad aree fiorite, per favorire la biodiversità e salvaguardare gli insetti impollinatori. Le aziende coinvolte erano 73 nel 2018, salite a 500 nel 2019 e l’obiettivo per il 2022 è di arrivare a 5.000.  

Questo è il quadro di ciò che possono mettere in atto realtà grandi e affermate, ma le difficoltà, soprattutto per le aziende piccole, sono numerose. “Una delle criticità maggiori è l’assenza di un dataset attendibile e trasparente, cui fare riferimento per valutare le azioni messe in atto dalle aziende. – Fa notare Pinton – Esiste il bilancio di sostenibilità, ma è redatto soltanto da pochi operatori, generalmente di una certa dimensione. Per non doversi basare solo sulle auto-dichiarazioni delle aziende, servirebbe un sistema di monitoraggio maneggevole ed economicamente sostenibile, in grado quindi di coinvolgere anche le piccole aziende. Altrimenti si rischia che a poter vantare sostenibilità siano solo i colossi, fornendo un’immagine distorta della realtà e penalizzando l’impegno virtuoso delle piccole e medie imprese, sui cui bilanci l’impegno per la sostenibilità può pesare molto di più.”

“Per quanto riguarda la definizione di sostenibilità, – continua Pinton – non basta fare riferimento alla produzione di CO2, altrimenti un’ipotetica azienda che utilizzi materia prima trattata con diserbanti e pesticidi nocivi, ma ricopra lo stabilimento di pannelli solari o compensi le emissioni piantando alberi in Uganda potrebbe vantarsi di essere sostenibile. Non ci si può basare solo sulla materia prima, perché questa potrebbe essere stata prodotta nel massimo rispetto dell’ambiente ma utilizzata per alimenti con confezioni difficilmente riciclabili. Bisognerebbe considerare il benessere animale e un gran numero di altri aspetti.”

Uno dei marchi di certificazione che potremmo trovare sui prodotti alimentari è la “stella” colorata del marchio “Made green in Italy”, che certifica una produzione nazionale e “sostenibile” secondo le regole di categoria di prodotto rilasciate dall’allora ministero dell’Ambiente (oggi ministero della Transizione ecologica). Questa certificazione si basa sull’impronta ecologica, calcolata con la metodologia PEF (Product Environmental Footprint), misurando l’impatto del prodotto in ogni singola fase del ciclo di vita, a partire dalle modalità di produzione delle materie prime fino al suo utilizzo da parte del consumatore. Questi sono i criteri su cui si basano i metodi più accreditati per la valutazione della sostenibilità, non tutti però sono d’accordo sul fatto che siano effettivamente esaustivi.

“Gli attuali criteri per la valutazione dell’impronta ambientale basati sul Lca (Life cycle assessment), come Per e Oef (Organisation environmental footprint) vanno benone per chi produce detersivi, carta o elettrodomestici, ma sono criteri schematici e non tengono in considerazione alcuni aspetti più complessi. – Dice Pinton – Per esempio la protezione della biodiversità, la gestione della fertilità del suolo, le azioni per la riduzione dell’inquinamento di aria e acqua, lo sviluppo rurale, il benessere animale e l’impegno per la riduzione degli antibiotici e degli altri farmaci veterinari, la quantità di residui negli alimenti. Secondo uno studio pubblicato su Nature sustainability, i parametri Lca, quando applicati a sistemi agricoli come la produzione biologica o altri approcci agroecologici, devono necessariamente venire integrati con indicatori che tengano in conto dei fattori ecologici. Altrimenti si falsa il risultato e possono essere valutati più “sostenibili” prodotti agroalimentari industriali ultraprocessati a scapito dei prodotti biologici, rurali o artigianali su piccola scala, il che non è affatto un risultato desiderabile”

In Francia questo aspetto è stato affrontato nella definizione dei criteri per l’Eco-Score, etichetta di sostenibilità che può essere adottata su base volontaria. Il fiorire di questi marchi e bollini che si vanno aggiungere all’elenco ingredienti, alla tabella nutrizionale, alle certificazioni relative al benessere animale, ai claim nutrizionali e a eventuali marchi Dop o Igp, rischia di disorientare il consumatore, il quale ha invece diritto a informazioni serie e chiare. Non rimane che aspettare il frutto dei lavori europei, sperando in una semplificazione che non vada a scapito della sostanza e che fornisca riferimenti chiari e condivisi per permettere una vera transizione ecologica e chiarezza per i consumatori.

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Davide
4 Maggio 2021 11:57

Molto importante puntare alla sostenibilità! Lo si dovrebbe fare in ogni settore esistente