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Schiavi in Thailandia per allevare gamberetti che poi arrivano sui mercati occidentali. La denuncia del Guardian

King shrimps with basil leaves in a white plateI gamberetti thailandesi costano poco, ma il prezzo pagato per produrli è altissimo: stiamo parlando di violazioni dei diritti umani. Lo rivela un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian che ha indagato sulle condizioni di vita dei marinai e degli operai sulle navi che catturano il pesce di piccola taglia poi trasformato in mangime per allevamenti di crostacei destinati ai mercati occidentali, soprattutto a grandi catene come Walmart, Carrefour, Costco e Tesco.

 

Le immagini e le testimonianze pubblicate parlano chiaro. L’equipaggio di queste navi, spiegano i giornalisti inglesi, è composto soprattutto da migranti che arrivano in Thailandia a migliaia ogni anno dalla Cambogia o dalla Birmania. Soggetti indifesi e vulnerabili, che vengono letteralmente venduti ai proprietari dei battelli, con il supporto della malavita locale, poi ridotti in schiavitù, minacciati, costretti a lavorare in turni di 20 ore senza interruzione. Si trovano addirittura ad assumere droghe per resistere alla fatica, a rischio di essere torturati o uccisi se si ribellano.

Dati ufficiali sui numeri non esistono, ma secondo il governo thailandese nell’industria della pesca lavorano quasi 300.000 persone, il 90% delle quali sono migranti.

 

Schiavi in Thailandia pescaLa Thailandia è uno dei principali produttori mondiali di gamberetti con oltre 500.000 tonnellate l’anno, il 10% dei quali prodotti dall’azienda al centro dell’indagine, la Charoen Pokphand (CP) Foods. La società oltre ad allevare in proprio gamberi e altri animali da carne è considerata il leader mondiale della produzione di mangimi per animali, con un fatturato annuo di 33 miliardi di dollari.

I giornalisti inglesi affermano di avere le prove che la CP Foods acquista la materia prima per i mangimi da alcuni dei fornitori che schiavizzano la mano d’opera. L’azienda stessa ha ammesso, attraverso una dichiarazione dei responsabili inglesi, di non avere possibilità di controllo sulle condizioni di lavoro imposte ai marinai dai propri fornitori.

 

Non è la prima volta che organizzazioni non governative o agenzie delle Nazioni Unite denunciano le condizioni di vita dei lavoratori coinvolti nell’allevamento dei gamberi in Thailandia. Già due anni fa un documentario dell’Ecologist ripreso in Italia da Slow Food mostrava una situazione non molto diversa e anche Il Fatto Alimentare ha rilanciato proprio pochi giorni fa una denuncia di Altroconsumo che riguardava anche le condizioni di lavoro all’interno degli allevamenti.

 

fresh shrimp  isolated on a white backgroundIn Gran Bretagna alcuni parlamentari hanno chiesto alla grande distribuzione di sospendere le forniture di gamberi dalla Thailandia, mentre The Guardian ha interpellato i responsabili delle catene interessate: quanti hanno risposto finora hanno espresso ferma condanna nei confronti di questo fenomeno, impegnandosi a intensificare i controlli e in generale a modificare le condizioni di vita di quanti lavorano nell’industria ittica thailandese.

Allo stato attuale, secondo il direttore dell’organizzazione Anti-slavery International Aidan McQuade «comprare gamberi thailandesi significa comprare il prodotto di un’organizzazione schiavista.» Se la situazione non cambierà la Thailandia potrebbe andare incontro a sanzioni internazionali legate alla diffusione della schiavitù. Resta da vedere se la pressione internazionale riuscirà a costringere le autorità thailandesi a intervenire con decisione per cambiare le cose.

 

Paola Emilia Cicerone

© Riproduzione riservata

Foto: Thinkstockphotos.it, iStockphoto.com

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  Paola Emila Cicerone

Paola Emila Cicerone
giornalista scientifica

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