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Orti in città e campagna è boom. Il rapporto Nomisma fotografa la situazione di un hobby sempre più amato dagli italiani

Michael Pollan, il famoso giornalista-guru di Berkeley, forse esagera un pò quando considera gli orti di città una delle armi  per scardinare il sistema alimentare americano. In Africa  un orto può  fare la differenza tra la vita e la morte, mentre per alcune scuole, anche italiane, rappresentano un modo intelligente per fare didattica. In effetti il fenomeno degli orti amatoriali si sta diffondendo in molte metropoli tanto che anche in Italia nostro paese, la questione è stata fotografata dall’osservatorio Nomisma per la rivista Vita in Campagna, nel 2° Rapporto sull’hobby farming.

 

A quanto pare, ben 2,7 milioni di italiani si dedicano a quest’attività. Il coltivatore medio vive nel nord Italia ed è un pensionato che coltiva il suo orto, in un terreno di proprietà, nei pressi della sua abitazione e lo fa  spesso conl’intenzione di voler consumare prodotti più sani e genuini.

 

La spiegazione non si ferma qui: molte persone hanno si dedicano a tale occupazione per motivi edonistici, come la possibilità di stare all’aria aperta e di poter staccare momentaneamente dai problemi quotidiani. Per altri l’orto rappresenta una vera e propria tradizione di famiglia. C’è anche chi lo fa con  spirito altruistico, convinto di dare un contributo al paesaggio circostante,  alla biodiversità e, in minor misura, alla tutela idrogeologica.

 

Una minima parte dei terreni utilizzati (10,8%) possono essere definiti “orti urbani” in quanto si trovano in un contesto cittadino. In questi casi l’orto non produce solo verdure e ortaggi, ma può essere anche l’occasione per recuperare delle zone urbane degradate, dando vita a delle esperienze molto interessanti dal punto di vista sociale. Non si tratta di giardini individuali, situati nel retro della propria abitazione, ma di terreni del demanio, spesso abbandonati, che grazie a cittadini volenterosi, tornano a vivere.

 

Spesso diventando veri e propri punti d’incontro e di socializzazione. Tutto questo accade, ad esempio, a Torino con il “Progetto TOCC – Torino città da coltivare” realizzato per promuovere gli orti negli ex-quartieri dormitorio degli operai.  Oppure a Napoli, dove uno degli orti urbani comprende, oltre alla coltivazione di cavoli e finocchi, anche un piccolo vigneto e alberi da frutta. Come fertilizzante si utilizza il compost ottenuto dalla raccolta differenziata. In questo modo si contribuisce anche alla diffusione di buone pratiche come il compostaggio e il riciclo dei materiali.

 

Esperienze del genere stanno diventando molto popolari nelle grandi città di tutta Italia, capitale compresa dove sono stati censiti più di cento realtà, grazie all’attività promotrice di soggetti pubblici e privati. Naturalmente anche i comuni sono interessati a portare avanti progetti del genere in quanto si vedrebbero ridurre i costi di gestione del patrimonio del verde urbano.

 

Alessandro Tarentini

Foto: Photos.com

 

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4 Commenti

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    Benito Mantovani

    Orti di citta? Siamo proprio sicuri che sia questo il modo per procurarsi dei cibi sani? Provate, per esempio,passare per Milano con la macchina appena uscita dal lavaggio nel periodo autunno – inverno e poi verificate la poltiglia di smog accumulata sulla carrozzeria. Non è che quello smog, formato dai metalli pesanti (piombo)prodotti dagli scarichi delle auto risparmi le produzioni orticole degli orti presenti in città. Si dovrebbe analizzare queste produzioni, prima di parlare di qualità e di sicurezza sanitaria.

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    Alessandro Tarentini

    Egregio sig. Mantovani,
    la ringrazio del suo intervento ma devo fare alcune precisazioni. Innanzitutto gli orti urbani non sono nati per combattere qualche malefica multinazionale mangiamondo cercando di produrre ortaggi in una sorta di filiera corta urbana ma il loro scopo è ben altro:non la produzione di cibo ma la possibilità di creare una comunità nell’ambiente urbano o di recuperare ambienti disagiati. Ogni persona ha a disposizione un fazzoletto così piccolo di terra che non è neanche sufficiente per fini economici figuriamoci per l’autosufficienza alimentare. Inoltre, anche se non vivo a Milano, mi è difficle credere che la poltiglia di cui lei parla sia dovuto a metalli pesanti. Credo che Lei faccia riferimento al cosidetto "particolato carbonioso" o meglio il PM10. Mi era sembrato di capire che polveri sottili e metalli pesanti siano due cose ben distinte… Inoltre, anche se non ho accennato esplicitamente ad argomenti come la sicurezza sanitaria o la qualità alimentare, Le confesso che qualche dubbio è venuto anche al sottoscritto. Probabilmente un adeguato lavaggio degli ortaggi e la loro mondadura sono più che sufficienti per evitare dei pericoli per la salute.Cordialmente

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    Benito Mantovani

    Non credo, signor Tarentini, che occorra produrre dei cibi inquinati per creare una comunità nell’ambiente urbano. No, grazie! Preferisco mangiare sano. Per quanto riguarda la differenza tra i PM 10 ed il piombo, se non erro, sta nel fatto che nei PM10, tra lâ

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    Alessandro Tarentini

    Capisco il senso del suo ragionamento però, a questo punto,io mi preoccuperei più dell’ambiente inquinato (molto inquinato!) in cui una persona vive e non a pochi Kg di verdura consumata….