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Olio extravergine: in Australia si miscela con quello di colza e imperversano le frodi. Sanzioni ?all`acqua di rose? in assenza di normative

L’allarme sulla genuinità degli oli di oliva venduti in Australia è scattato dopo il ‘raid’ della Commissione per la Concorrenza e i Consumatori (ACCC) ovvero l’autorità antitrust locale. Sono bastati pochi  campionamenti e analisi per scoprire che i consumatori australiani vengono spesso gabbati con oli di sansa e di colza venduti come extra-vergini d’oliva a un prezzo elevato. Una serie di frodi in piena regola, facilitate dall’assenza di una normativa.

 

Le frodi sull’olio d’oliva risalgono almeno all’epoca dell’impero Romano. L’Italia, già poco dopo l’unità, introdusse specifiche disposizioni atte a prevenire, controllare e sanzionare tali condotte. Da alcuni anni è l’Europa a disciplinare in modo esatto i requisiti delle diverse categorie di oli, dal lampante all’extra-vergine (cioè, dalle stalle alle stelle). Il progresso della legislazione europea è continuativo, come si è visto lo scorso anno con l’aggiunta di ulteriori requisiti sui tenori di alchil esteri nel prodotto finale. I controlli sono affidati alle autorità degli Stati membri, coordinati anche dall’Olaf (Istituto Europeo Anti-Frodi).

 

In Australia la situazione è più complessa, poiché manca una legislazione specifica. In ogni caso «il termine extravergine è comunemente associato, dai consumatori, a un prodotto di categoria superiore», ha spiegato il presidente di ACCC Rod Sims. «I consumatori dovrebbero poter confidare nella corrispondenza tra quanto dichiarato in etichetta e quanto contenuto nella bottiglia».

 

L’autorità garante locale (Australian Competition and Consumer Commission) ha perciò dato seguito alle denuncie della Australian Olive Association associazione dei produttori d’olio d’oliva) che aveva segnalato la massiccia presenza sul mercato di oli taroccati.

 

Le analisi sono state eseguite su sette campioni presentati come extra-vergine (tre australiani e quattro d’importazione). Pur in assenza di una normativa, l’Autorità si è riferita a standard volontari ampiamente condivisi secondo cui l’extra-vergine deriva esclusivamente dalla prima spremitura di olive della migliore qualità.

Si è scoperto che diversi campioni esaminati erano realizzati con olive di bassa qualità, talora miscelati con oli ottenuti mediante estrazione con solventi e altre tipologie di olio (colza).

 

Le sanzioni applicate dall’ACCC appaiono però poco dissuasive. La Olive Company Pty’ Ltd che commercializza oli d’oliva con vari marchi, è stata condannata a una pena di circa 10.000 € per due violazioni che si suppone abbiano riguardato almeno 3.000 bottiglie da mezzo litro.

 

Basterebbe un po’ più di attenzione e collaborazione da parte delle Autorità dei vari Paesi per tutelare consumatori e gli operatori onesti. Soprattutto considerando che i metodi di analisi sono ormai consolidati e diffusi.

 

Dario Dongo

Foto: Photos.com

 

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