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Gli oli extra vergini toscano, umbro e ligure rappresentano meno del 3% della produzione. La differenza tra “provenienza” e “imbottigliamento”

olive olio
Il 90% dell’extra vergine italiano proviene dalle regioni del sud, soprattutto Puglia, Calabria, Sicilia e Campania che raggiungono da sole il 70%

L’Olio extra vergine di oliva toscano è tra i più apprezzati in Italia e nel mondo, insieme all’olio ligure, umbro e quello delle colline del Garda. Ma come essere sicuri della provenienza delle bottiglie vendute in negozio o al supermercato? Secondo i dati forniti dall’Agea e relativi ai registri di carico e scarico dell’olio del Sian, l’Italia conta tra produttori e confezionatori, 6373 operatori di cui 5716 frantoi e 657 aziende che imbottigliano. Analizzando meglio i numeri si riscontra una storia dell’extra vergine diversa da quella scritta sulle etichette.

 

Basta leggere anche velocemente le tabelle principali del rapporto per rendersi conto che «Il 90% dell’olio di produzione italiana (400 mila tonnellate nei primi nove mesi dell’anno) viene dalle regioni del sud, soprattutto Puglia, Calabria, Sicilia e Campania che raggiungono da sole il 70% – sintetizza Alberto Grimelli, agronomo e tecnico olivicolo-oleario-. Mentre Lombardia, Liguria, Toscana e Umbria insieme arrivano al 6,5% della produzione. Se però si considerano le percentuali relative alla vendita di olio confezionato i valori si invertono. La Toscana produce il 5% dell’olio italiano ma ne imbottiglia il 36%, l’Umbria arriva all’1% ma ne imbottiglia quasi il 20, mentre la Puglia al contrario ne produce il 50% e ne imbottiglia solo il 10%. Il paradosso si raggiunge in Lombardia dove la produzione ha dei valori ridicoli mentre l’imbottigliamento arriva al 10%.

 

olio
La Toscana ospita la maggior parte delle industrie di imbottigliamento, imprese che acquistano olio in diverse regioni italiane, lo miscelano e poi lo vendono confezionato.

L’altra realtà poco conosciuta è che la nostra produzione nazionale è affiancata da una quota simile di extra vergine importato in buona parte da Spagna e Grecia con una quota da altri Paesi come Tunisia, Portogallo e Cile. Se consideriamo la totalità dell’extra vergine lavorato nella penisola gli oli Toscano, Umbro, Ligure e Lombardo rappresentano il 2-3% del prodotto imbottigliato (la metà del quale viene esportato).

 

Ma se la situazione è questa c’è da fidarsi delle bottiglie che sottolineano l’utilizzo di olive italiane o provenienti da regioni come la Toscana, la Liguria…? «Bisogna distinguere tra l’imbottigliamento e la provenienza dell’olio – spiega Grimelli. Se si guardano le tabelle relative alla commercializzazione si scopre che la Toscana è  al primo posto, perché ospita la maggior parte delle industrie di imbottigliamento. Si tratta di imprese che acquistano olio in diverse regioni italiane, lo miscelano e poi lo vendono confezionato. In questo caso non si tratta di olio “toscano”, ma di extra vergine imbottigliato in Toscana.

 

olio consumo 2013
La produzione nazionale di extra vergine è affiancata da una quota simile importato in buona parte da Spagna e Grecia

Per capire cosa stiamo comprando ci sono le definizioni in etichetta da leggere con attenzione. Quando si trova la dicitura “prodotto e imbottigliato da…” vuol dire che almeno il 50% dell’olio è effettivamente ottenuto dagli ulivi dell’azienda. Se però sull’etichetta comprare la scritta “imbottigliato” oppure “confezionato” la materia prima  può provenire dalle diverse Regioni. Bisogna prestare attenzione alle formule ambigue: se si legge “prodotto imbottigliato da” l’assenza della “e”, indica che l’olio è stato solo imbottigliato da quell’azienda.

 

D’altra parte l’extra vergine cambia ogni anno in relazione all’andamento climatico e ad altri fattori collegati al terreno. Nonostante ciò l’olio ha sempre le stesse caratteristiche sensoriali perché le aziende miscelano le varie partite.

 

olive olio ulivo
Gli oli Toscano, Umbro, Ligure e Lombardo rappresentano il 2-3% del prodotto imbottigliato (la metà del quale viene esportato)

«Le imprese imbottigliatrici – spiega Grimelli – ogni anno comprano oli con un profilo aromatico simile, e li miscelano in modo da ottenere un prodotto dalle caratteristiche uniformi, riconoscibile dal consumatore. Per questo motivo le grandi industrie dispongono all’interno di gruppi di assaggio in grado di stabilire le miscele e creare un olio stabile dal punto di vista organolettico e chimico».

 

Una legge Europea impone dal 2002 di indicare la provenienza nazionale dell’olio, quindi la frase “olio italiano” indica la provenienza italiana delle materie prime. In caso contrario sull’etichetta compare la frase “miscela di oli italiani e comunitari” oppure “comunitari ed extracomunitari” se la materia prima arriva da Paesi come Tunisia o Cile. «Si tratta di un’informazione importante – nota Grimelli – perché la quantità di materia prima importata, soprattutto da Spagna e Grecia ma anche da Paesi extraeuropei come la Tunisia è più o meno equivalente alla produzione nazionale. Quest’olio si usa sia per le bottiglie vendute nei nostri supermercati, sia per quelle destinate all’esportazione, visto che la presenza di un marchio italiano sull’etichetta è sempre un elemento che fa vendere». È vero che le diciture sono stampate con caratteri tipografici minuscoli sul retro della bottiglia, ma ancora per poco. Dal 1 gennaio 2014 queste frasi dovranno avere un carattere di almeno 3 millimetri.

 

olio
Gli extra vergini più economici vanno consumati in fretta perché hanno una vita piuttosto breve

L’unica soluzione per essere certi della provenienza è comprare olio DOP (Denominazione di Origine Protetta) e, per quanto riguarda l’olio toscano anche IGP (Indicazione Geografica Protetta). L’olio di provenienza nazionale in genere è un prodotto valido, anche se meno tipico e meno caratterizzato dal punto di vista gustativo rispetto agli oli regionali. «In genere – continua Grimelli – quelli più economici sono di bassa qualità e vanno consumati in fretta perché hanno una “ vita” piuttosto breve».

 

E per quanto riguarda gli oli regionali? Bisognerebbe scegliere in base all’uso: un pesce arrosto richiede un olio più delicato rispetto a quello di una zuppa o di una bruschetta. Ma soprattutto al gusto personale. «Purtroppo – conclude Grimelli- manca una vera cultura dell’olio tanto che alcune caratteristiche come il piccante o l’amaro sono interpretate come difetti e non come indice di un prodotto di qualità fresco e quindi ancora ricco di polifenoli, importanti dal punto di vista nutrizionale». C’è un ultimo aspetto da sottolineare, gli oli più profumati permettono di risparmiare sulla quantità di condimento da aggiungere al piatto per insaporirlo, a tutto vantaggio della dieta e del portafoglio.

 

Paola Emilia Cicerone e Roberto La Pira

© Riproduzione riservata

Foto: Photos.com

  Paola Emilia Cicerone

Paola Emilia Cicerone
giornalista scientifica

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8 Commenti

  1. Avatar

    Che regioni quali Toscana , Umbria, Lombardia, Liguria vendessero molto di più dell’olio da loro prodotto si sapeva almeno da quarant’anni. Le capacità delle loro aziende sono state proprio quelle di affermare i loro prodotti in Italia e nel mondo grazie alla forza ed al marketing delle multinazionali, ora uscite dal settore. Nulla di nuovo quindi.
    C’è da aggiungere che qualunque sia l’origine dell’olio, con le olive così rappresentate nella foto è certo che non viene fuori un buon olio di qualità. Formica a parte.

  2. Avatar

    Secondo me state facendo un pò di confusione…

    Secondo l’art. 4, comma 2 del Reg.CE 29/2012 è obbligatorio riportare una ORIGINE sull’olio extravergine di oliva, ma le UNICHE indicazioni geografiche permesse sono 4:
    – un riferimento ad uno Stato membro (es. Italia, italiano);
    – un riferimento ad uno Stato terzo (es. Tunisia)
    – un riferimento all’Unione Europea;
    – una denominazione di origine protetta o una indicazione geografica protetta (olii DOP e IGP).
    L’origine nazionale indicata deve riguardare contemporaneamente l’origine delle olive ed il luogo in cui l’olio è ottenuto mentre per le DOP e le IGP c’è il disciplinare a cui attenersi.

    Pertanto le uniche indicazioni geogragiche “locali” ammesse sono quelle delle DOP e delle IGP: non può e non deve esistere in commercio un olio definibile umbro, toscano o pugliese se non è DOP o IGP!!!

    Le indicazioni a cui dite di fare attenzione in etichetta (prodotto, imbottigliato) attengono alla normativa generale sull’etichettatura DLgs 109/1992 ma non c’entrano nulla con l’origine del prodotto che deve essere invece indicata nelle modalità sopra indicate dal Reg.UE 29/2012.
    Oltretutto, per Il DLgs 109/1992, in etichetta deve essere indicato un soggetto che si qualifichi come responsabile del prodotto (produttore, confezionatore o distributore), ma non è affatto richiesto che esso si qualifichi con il ruolo con cui è intervenuto; egli deve solo indicare il proprio nome e la sua sede con lo stabilimento di confezionamento.
    Non sono quindi tali indicazioni a dare informazioni sull’origine dell’olio.

    • Roberto La Pira

      ForestOne.
      Non credo che sia stata fatta alcuna confusione. E’chiaramente indicato quando ci si riferisce alla produzione, ovvero ai dati produttivi così come estrapolati dal sistema Agea, e all’imbottigliamento. Tra l’altro nel pezzo si legge: “Bisogna distinguere tra l’imbottigliamento e la provenienza dell’olio”. Nell’articolo, a proposito di origine dell’olio imbottigliato, è stato chiaramente indicato:
      “Una legge Europea impone dal 2002 di indicare la provenienza nazionale dell’olio, quindi la frase “olio italiano” indica la provenienza italiana delle materie prime. In caso contrario sull’etichetta compare la frase “miscela di oli italiani e comunitari” oppure “comunitari ed extracomunitari” se la materia prima arriva da Paesi come Tunisia o Cile.”
      Ed inoltre: “L’unica soluzione per essere certi della provenienza è comprare olio DOP (Denominazione di Origine Protetta) e, per quanto riguarda l’olio toscano anche IGP (Indicazione Geografica Protetta).”
      La legge europea a cui si è fatto riferimento era il Regolamento comunitario 1019/2002, poi sostituito dal 29/2012 da lei citato.
      In riferimento al citato Dlgs 109/1992 si fa presente che, effettivamente, non è richiesta nessuna dizione di accompagnamento ai riferimenti del responsabile del prodotto ma spesso, in commercio, troviamo espressioni quali quelle citate nell’articolo che rappresentano un’ulteriore elemento di conoscenza per il consumatore. Infatti l’espressione “prodotto e imbottigliato da” non può essere utilizzato da altri che da un produttore che, per le leggi fiscali vigenti in Italia, non può vendere con tale dizione un prodotto che non sia ottenuto, per la maggior parte, dai frutti della propria terra. Comprendere il significato di tali espressioni, al di là dell’origine, aiuta certamente nella scelta consapevole del prodotto a scaffale.
      Alebrto Grimelli

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    Dalla tabella pubblicata sembra che meno della metà dell’olio in commercio sia italiano.

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    Tra mercato interno ed estero l’Italia vende prodotto “italiano” pari al doppio di quello che produce; in mancanza di sostanziali inversioni di rotta culturali e politiche a sostegno della qualità vedremo chiudere sempre più aziende a vantaggio dei grandi gruppi italiani ed esteri! È la legge del più forte!

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    Quindi almeno degli olii DOP possiamo fidarci?
    Perche’poi non mettiamo da parte questa giungla di provvedimenti,regolamenti e normative cee che secondo me confondono le idee anche a chi le scrive e le sottolinea.
    Bisognerebbe che la gente qualche domenica si prendesse la macchina e nel possibile si cercasse dei micro produttori di prodotti sani e genuini.
    A me personalmente quando il tempo a disposizione me lo permette piace girare per aziende agricole alla ricerca di prodotti buoni e non le solite adunate nei mega centri commerciali.
    MEDITATE GENTE MEDITATE

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    Nella mia serena incompetenza mi chiedo se la mia supina preferenza per il prodotto italiano è data :
    – dagli olivi, le olive e l’olio e.v.o italiano … che sono i migliori del mondo,
    – o dai frantoi italiani che sono i più garantisti dei disciplinari produttivi.
    Penso che sole, terreno, specie botaniche sono ampiamente distribuiti sul pianeta, insieme a botanici ed agricoltori. E cercherò tra gli scaffali dei negozi qualche olio “straniero” concorrente.
    Se sono buoni per miscelare e correggere gli oli nazionali, potrebbero esserlo anche direttamente sulla bruschetta.