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Il no all’olio di palma di Iceland diventa un affare di Stato. Malesia e Indonesia hanno chiesto al governo britannico di intervenire

ICELAND supermercato surgelati banchiQuando lo scorso aprile la catena di supermercati Iceland, specializzata nei surgelati, annunciò che entro l’anno avrebbe eliminato l’olio di palma da tutti i prodotti a proprio marchio, funzionari dei governi di Malesia e Indonesia scrissero al governo di Londra, chiedendogli di intervenire. Ciò che aveva irritato particolarmente i due governi del Sud-Est asiatico, che producono circa il 90% dell’olio di palma mondiale, non era certo l’impatto economico diretto della decisione di Iceland, pari a 500 tonnellate l’anno, bensì le motivazioni addotte per quella scelta e cioè che la produzione di questo grasso tropicale sta causando la distruzione della foresta pluviale e sul mercato di massa non esiste qualcosa che possa essere definito come un olio di palma sostenibile.

L’intervento dei governi malese e indonesiano su quello britannico è stato svelato da Unearthed, il braccio di giornalismo investigativo di Greenpeace, che ha avuto accesso ad alcune mail del Foreign Office, in cui si spiega ai due governi asiatici che Iceland è una società privata e il governo britannico “non li ha incoraggiati a prendere questa decisione, ma nemmeno sarebbe appropriato cercare di dissuaderli o criticarli”.

L’iniziativa di Malesia e Indonesia era coincisa con la discussione, in ambito Ue, della possibilità di vietare l’olio di palma nei biocarburanti. I due governi asiatici avevano minacciato ritorsioni verso gli Stati dell’Unione europea, rimettendo in discussione commesse per la Difesa che coinvolgevano direttamente il Regno Unito. Alla fine l’Ue ha optato per un’eliminazione graduale dell’olio di palma dai carburanti per i trasporti entro il 2030, nove anni più tardi rispetto a quanto inizialmente proposto.

Ma i due governi asiatici non hanno interrotto la campagna di pressione contro Iceland, al punto che la ministra della Malesia per le industrie primarie, Teresa Kok, è intervenuta pubblicamente per plaudire alla decisione con cui l’organo britannico di vigilanza sulla pubblicità televisiva, Clearcast, ha bloccato il mese scorso un video di Iceland contro l’olio di palma, prodotto da Greenpeace, con la motivazione che viola il divieto di inserire contenuti politici negli spot.

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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