Home / Nutrizione / L’ennesima bufala sulla riabilitazione da parte della scienza dell’olio di palma invade la rete. Gli organizzatori del convegno dell’Università di Napoli però smentiscono qualsiasi assoluzione

L’ennesima bufala sulla riabilitazione da parte della scienza dell’olio di palma invade la rete. Gli organizzatori del convegno dell’Università di Napoli però smentiscono qualsiasi assoluzione

Nelle ultime settimane si moltiplicano gli interventi per riabilitare l’olio di palma

Nelle ultime settimane si sono moltiplicati sui giornali e nelle trasmissioni televisive gli interventi per riabilitare l’olio di palma, considerato un alimento ingiustamente demonizzato. In tutto ciò c’è lo zampino della lobby di alcuni produttori, che continuano a insistere sulla bontà dell’olio tropicale. In questi  discorsi  si sorvola su due elementi  fondamentali: la questione ambientale correlata alla distruzione delle foreste pluviali e l’eccessiva presenza del l’olio palma nella dieta egli italiani.  Quando abbiamo avviato la nostra campagna nel 2014, il 95% dei prodotti  alimentari di seconda trasformazione conteneva l’olio tropicale. Adesso è ragionevole pensare che la percentuale sia scesa sino al 20-30%, anche se non esistono dati ufficiali.  I consumatori possono quindi scegliere se acquistare prodotti preparati con un olio tropicale di mediocre qualità ricco di acidi grassi saturi, oppure  biscotti, cracker e quant’altro ottenuti con olio di mais e girasole. L’esempio di Barilla che ha eliminato il palma da tutto l’assortimento Mulino Bianco e dichiara in etichetta  “– 70% di acidi grassi saturi” è l’esempio evidente del cambiamento del valore nutrizionale dei prodotti.

L’ultimo tentativo di stravolgere le evidenze scientifiche e di assolvere il grasso tropicale, si è registrato a Napoli in un convegno dal titolo “Olio di Palma sì, olio di Palma no” tenutosi il 10  febbraio presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università Federico II.  In rete e sui giornali abbiamo letto moltissimi articoli che, travisando in modo palese le parole dei relatori, annunciavano  la riabilitazione del palma da parte della scienza. Per arginare questa falsa notizia, gli organizzatori del convegno hanno diffuso un comunicato stampa per far sapere cosa è stato detto realmente.

L’incontro, organizzato dal professor Alberto Ritieni, ha coinvolto il professor Gabriele Riccardi, ordinario di Malattie del Metabolismo presso l’Università Federico II e il dottor Marco Silano, Direttore del Reparto Alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità, per trattare le potenziali ricadute nutrizionali, di sicurezza e l’impatto sulla salute dei consumatori del consumo di olio di palma.

L’olio di palma ha un tenore di acidi grassi saturi comparabile a quello del burro, ma contiene una quantità doppia di acido palmitico

Entrambi i relatori hanno sottolineato come, pur senza voler lanciare anatemi e liste di proscrizione, sia necessaria una certa cautela nell’uso dell’olio tropicale e degli alimenti che lo contengono. Tra questi sono presenti in prevalenza prodotti da forno, creme spalmabili e merendine preparati a livello industriale. L’industria alimentare preferisce l’olio di palma ad altri grassi perché costa poco ed è in grado di dare consistenza cremosa o croccante agli alimenti. Tuttavia si tratta di un ingrediente con un contenuto di acidi grassi saturi- responsabili dell’innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue – superiore alla maggior parte degli altri oli quali: olio d’oliva, olio di semi di girasole, olio di soia e olio di mais. Questi oli hanno il vantaggio di  avere un  contenuto di acidi grassi mono/polinsaturi che contribuiscono a mantenere il colesterolo sotto controllo. Solamente il burro ha un contenuto percentuale di acidi grassi saturi simile a quello dell’olio di palma, ma c’è una differenza importante. L’acido palmitico dell’olio tropicale (componente posta sotto accusa dai nutrizionisti)  è presente in quantità doppia rispetto al burro. Questo va debitamente considerato giacché ricerche recenti hanno dimostrato che non tutti i grassi saturi hanno gli stessi effetti negativi per la salute  e per il sistema cardiovascolare.  Mentre alcuni di essi – in particolare l’acido palmitico – contribuiscono ad aumentare significativamente i livelli di colesterolo, altri, come l’acido stearico (contenuto, ad esempio, nella sugna) sono relativamente meno dannosi. L’acido palmitico è presente anche in altri alimenti come la carne e i prodotti caseari (formaggi, latticini, burro, creme), ma è particolarmente abbondante nell’olio di palma.

Alla luce di queste considerazioni – ricorda il comunicato – appare logico raccomandare all’industria di sostituire, quando possibile, l’olio di palma con altri grassi che, anche se più costosi, sono certamente più salutari in quanto in grado di contribuire a mantenere sotto controllo i livelli di colesterolo riducendo, così, il rischio cardiovascolare. Occorre, però, considerare che gli alimenti contenenti olio tropicale forniscono, in media, soltanto circa il 10 % del totale di acidi grassi assunti dalla popolazione adulta in Italia (nei bambini e negli adolescenti il suo contributo è significativamente più elevato). Tuttavia, essendo principalmente presenti nei  prodotti industriali in gran parte utilizzati a fini voluttuari, sono anche quelli che si possono limitare. Infatti, altre fonti di grassi saturi – come i derivati del latte o la carne – contengono proteine nobili e altri nutrienti che giustificano ampiamente la loro presenza, sebbene in quantità moderate, nella dieta abituale.

Nel convegno sono stati ribaditi i potenziali problemi legati alla presenza di sostanze cancerogene derivate dal processo di raffinazione

I potenziali problemi per la salute dovuti a un eccessivo consumo di olio di palma sono legati anche alla presenza di tre sostanze tossiche (una delle quali classificata come genotossica e cancerogena) appartenenti al gruppo dei glicidil esteri. Per questo motivo il consumo abituale di prodotti alimentari contenenti quantità rilevanti di olio di palma viene indicato come potenzialmente rischioso, soprattutto per bambini e adolescenti da parte dell’Autorità per la sicurezza alimentare europea (Efsa) in un documento che richiama l’attenzione sulla presenza nell’olio tropicale di questi  contaminanti che si formano nel processo di raffinazione ad alte temperature (200°C) di oli vegetali. L’Efsa ha focalizzato l’attenzione sull’olio di palma perché le quantità in esso presenti sono di gran lunga superiori rispetto agli altri grassi vegetali: 6/7 volte superiore rispetto all’olio di mais, alle miscele di olio per friggere e almeno 70 volte rispetto all’olio di oliva.

Insomma, olio di palma sì o olio di palma no? Il convegno ha lasciato la risposta, come ovvio, ai singoli consumatori. Tuttavia le informazioni condivise con i partecipanti consentono a ciascuno di fare la scelta giusta che, come sempre in ambito nutrizionale, non può che basarsi sul senso dell’equilibrio e la razionalità.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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16 Commenti

  1. Avatar

    Sarebbe più corretto dire che sono “probabili” e “possibili” cancerogeni e genotossici. Come sarebbe anche corretto dire che sono molecole che hanno anche gli altri oli vegetali raffinati. Il palma mitigato (nient’altro che raffinato con gli stessi criteri degli oli di semi) ha gli stessi valori del girasole, soia, colza, burro di cacao, etc…è evidente un certo vostro accanimento che a volte prevale sul fornire corrette informazioni.
    Saluti

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    Buonasera, il mio più che un commento é una domanda a voi che sicuramente avete molta più preparazione di me in materia. Sono un neolaureato in Tecnologie Alimentari, laurea triennale, e mi chiedevo se tutto questo dire sull’olio di palma non andasse valutato anche dal punto di vista del processo di produzione. Mi spiego meglio. Supponiamo di utilizzare olio di palma per friggere un bastoncino di patata. L’olio di palma ha un elevatissimo punto di fumo rispetto ad un altro olio come può essere quello di girasole. Dal punto di vista del processo posso perciò affermare che se spingo l’olio di palma a temperatura molto elevata, sulla patatina di creerá molto in fretta la crosta esterna che a sua volta impedirá l’assorbimento eccessivo di grassi saturi e prodotti nocivi derivanti dalla frittura dell’olio. Se invece utilizzo un olio di girasole avró comunque una frittura più lunga per via di temperature di frittura più basse e l’assorbimento di grassi saturi é comunque superiore. Se cio dovesse essere vero si potrebbe affermare, paradossalmente, che una patatina fritta in olio di palma, nonostante quest’olio sia più ricco in grassi saturi, é meno nociva di una patatina fritta in olio di semi di girasole. A vostro parere questo discorso potrebbe avere un fondo di verità. Ritengo che si parla spesso di cosa sia nocivo e cosa non lo sia, ma troppo spesso si sottovaluta quella che é l’incidenza dei processi di produzione nella qualità finale del prodotto ottenuto.

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      Non sono un laureato ma uso dà una vita l’olio ci palma x friggere e noto che c’è una Grande differenza e si l’olio di palma favorisce una cottura più decisa e più asciutta a differenza dell’olio di girasole e poi se aumenti la temperatura a l’olio di gira sole perde coesione e sviluppa sostanze tossiche x i cibi. In conclusione mangiate tranquilli i prodotti fatti con olio di palma.

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    Concordo con Mario. Aggiungo che l’unica alternativa plausibile in termini di performance se si vuole sostituire l’olio di Palma è il Girasole ALTO OLEICO.

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    Ma se utilizzare olio di palma vuol dire distruggere foreste, distruggere animali, ridurre in povertà i contadini locali e arricchire le miliardarie industrie del cibo, perchè dobbiamo farlo?
    Forse perchè l’olio di palma è indispensabile al nostro organismo e per la nostra salute?
    Forse perchè non esistono sostituti sani e che non danneggiano nè l’uomo, nè gli animali nè il pianeta?

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    L’articolo è composto in maniera corretta; le obiezioni a favore dell’olio di palma sono particolari e non inficiano l’argomentazione contro l’uso industriale del prodotto.
    Il potenziale rischio per la salute deriva, infatti, dall’eccessiva esposizione del consumatore. Tant’è che, pur essendo usato da molto tempo nella produzione alimentare artigianale (ad esempio in alcuni prodotti delle pasticcerie), il problema è emerso con la massiccia diffusione nell’industria alimentare.
    L’informazione semplificata corretta è: se mangiassi una volta all’anno i grostoli fatti con l’olio di palma non morirei sul colpo; se mangiassi ogni giorno, a colazione, i biscotti con l’olio di palma avrei molte più probabiità di ammalarmi che se mangiassi biscotti fatti col burro

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    MAURO GALLAZZI

    Mi sembra fuori luogo la pubblicità “Galbusera” in questo articolo che mette in guardia sull’uso dei prodotti che contengono olio di palma, quando la stessa azienda lo inserisce nei propri biscotti per esempio i “buoni così.
    Saluti

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    C’è bufala e bufala, ma questa come riportato, è la testimonianza di una vera e sacrosanta bufala che spaccia falsità, anche a danno dei relatori stessi del convegno e l’Università Federico II, che dovrebbero reagire per la strumentalizzazione che hanno subito.
    Non credo proprio che i giornalisti non abbiano compreso il messaggio chiaro, argomentato e scientificamente corretto comunicato nel convegno, ma che volutamente abbiano riportato un’errata sintesi del tema come trattato, per loro pregiudizi e forse anche in conflitto d’interesse.

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    Per Carlotta, che forse si è persa qualche passaggio e per chi non si è ancora informato sulle evidenza scientifiche dell’uso di questo mediocre grasso tropicale, indico gli articoli più significativi del Il Fatto Alimentare sull’argomento, con dati, ricerche e pareri tra i più autorevoli in tema di sicurezza alimentare:
    http://www.ilfattoalimentare.it/olio-palma-istituto-superiore-sanita.html
    http://www.ilfattoalimentare.it/grassi-saturi-rischi.html
    http://www.ilfattoalimentare.it/latte-in-polvere-olio-di-palma-svizzera.html
    http://www.ilfattoalimentare.it/olio-di-palma-glicidolo-esterificato.html
    La mia personale sintesi è che i bambini, le persone ammalate o a rischio malattie cardiovascolari, l’ambiente e chi è anche minimamente sensibile alla prevenzione, non si merita tutta la diffusione che ha avuto questo grasso.
    La questione non è la patata fritta occasionale, ma tutto o quasi quello che mangiamo tutti i giorni dell’anno, compresa qualche cucchiaiata di dolce crema con poche nocciole e molto gasso di palma.

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      Ezio, continui a dire “mediocre” grasso. Mi puoi cortesemente spiegare quali sono i grassi/oli mediocri e quelli no? In base a cosa li classifichi? Contenuto di acidi grassi, posizione di questi nel trigliceride, trans, frazione sterolica, etc…? La classificazione IARC la conosci vero? Il glicidolo e il 3mcpd in che categoria sono? Conosci il meccanismo di formazione o in quali condizioni si formano?
      Non pensare a me Ezio, ma amplia le tue letture.

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      Carlotta, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
      Meglio che tu ti confronti con EFSA, ISS, la Harvard University di Boston e per quanto mi riguarda gli studi li ho già fatti e gli esami pure.
      Se vuoi usare aggettivi magnificanti per questo grasso sei personalmente libera di farlo, perché nessuno te lo impedisce, evidenze scientifiche e mediche a parte.

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    Roberto, sappi che l’olio di palma è sovrapponibile al burro, solo che di quest’ultimo non contiene i trans.
    Quanto alla deforestazione su cui tanto si insiste, si sappia che l’utilizzo alimentare dell’olio di palma è una quisquilia rispetto a tutti gli altri utilizzi, e dal punto di vista CO2 la palma, con ciclo di vita di 30-40 anni, sostituisce perfettamente la foresta. Non sarà certamente il calo di utilizzo alimentare a incidere sulla deforestazione. Lasciamo quindi la scelta alle aziende alimentari , che in questo momento so per professione che hanno fatto scelte assolutamente di marketing, perdendo anche in qualità organolettica e funzionale, a fronte di una forte campagna mediatica avversa all’olio di palma.

    • Roberto La Pira

      L’olio di palma ad uso alimentare una quisquiglia rispetto a quello destinato ad altri usi? Non direi proprio i dati racconntano un’altra realtà per l’Italia

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      OH mammamia!!! Una piantagione di sola palma SOSTITUISCE una foresta primaria?? Da quando una monocoltura ha più biodiversità di un ambiente naturale? La sola copertura del terreno non diminuisce la gravità di eliminare foreste primarie (ma anche secondarie) per fare spazio a monocolture. Questa diatriba deve restare entro i limiti dei dati, non sconfinare nel tifo, nella disinformazione, nelle affermazioni che non stanno né in cielo né in terra…Del resto chi afferma questa grande menzogna si confessa professionista per le aziende alimentari. Parteggiare per i datori di lavoro lo si può capire, propalare bugie, inesattezze, scorrettezze, è altra cosa….