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Bando ai mercati di animali vivi: favoriscono il passaggio di malattie all’uomo, come il coronavirus. La petizione di Animal Equality

Chinese typical fish and living animals marketDopo pochissimi giorni dal lancio in otto paesi da parte di Animal Equality, associazione internazionale che si batte da anni contro la crudeltà sugli animali, la campagna per il bando totale dei cosiddetti wet market ha già raccolto quasi 300 mila firme, la metà delle quali in Italia. L’iniziativa ha ricevuto anche l’endorsement di alcuni personaggi importanti come Anthony Fauci, il direttore dei CDC di Atlanta e consigliere di Donald Trump per l’emergenza coronavirus, ed Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva ad interim della Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità.

Come è stato sottolineato negli anni scorsi da numerosi studi e rapporti, e come molti ricercatori ritengono sia successo anche per il nuovo coronavirus Sars-Cov-2, il contatto diretto tra uomo e animali selvatici (pangolino) una delle principali cause dell’emergenza di nuove zoonosi, cioè di malattie degli animali che, con un salto di specie, diventano infezioni umane. Malattie come la SARS, la MERS, l’influenza suina, Nipah, l’AIDS ed Ebola hanno avuto questa origine. In molti paesi orientali e non solo esistono luoghi dove tale contatto è amplificato, e costante: i cosiddetti wet market, mercati resi appunto umidi dal sangue e dalle interiora degli animali che lì vengono macellati, perché questo viene considerato un valore aggiunto, e una garanzia di freschezza della carne venduta.

Una petizione chiede la chiusura in tutto il mondo dei mercati di animali vivi con macellazione, i cosiddetti wet market

Ciò vale tanto per gli animali domestici quanto per un’enorme varietà di animali selvatici, molti dei quali a rischio estinzione, venduti e macellati spesso illegalmente per scopi alimentari, e anche perché forniscono ingredienti per le medicine tradizionali. Tuttavia, con l’antropizzazione e con la diminuzione degli habitat naturali, sempre più spesso gli animali selvatici, che oltretutto sono iperstressati (e quindi immunodepressi) quando si trovano in gabbia e in presenza di sangue, contagiano tanto gli altri animali quanto gli esseri umani con virus di cui sono ospiti primari oppure, come nel caso della SARS, che è passata da un pipistrello a un piccolo mammifero venduto nei wet market, ospiti di passaggio.

Nel caso del Covid-19, anche se mancano le prove definitive, diversi studi hanno ricostruito la catena di eventi: il virus sarebbe passato da un pipistrello ai pangolini, animali minacciati di estinzione, ma egualmente venduti come prelibatezze al mercato di Wuhan, famoso in tutta la Cina proprio per le sue stranezze alimentari esotiche.

La Cina, che non è mai riuscita a bandire definitivamente questi mercati, e che dopo una chiusura seguita alla SARS li aveva di fatto riaperti tutti, anche questa volta ha avuto un atteggiamento ambiguo: in febbraio ha infatti emanato un divieto di vendita degli animali selvatici a scopo alimentare (ma non farmaceutico), ma non ha decretato la riorganizzazione di questi mercati, né la loro chiusura. 

Si pensa che questo tipo di mercato possa contribuire all’emergenza di nuovi virus, come nel caso di Sars e del nuovo coronavirus

E non c’è solo la Cina: i wet market sono presenti in molti paesi asiatici come la Thailandia, l’India e il Vietnam, e in diversi paesi africani. Per questo si invoca il bando globale, anche se si chiede ai governi di gestire il passaggio con attenzione e di offrire alternative ai commercianti. Questo tipo di vendita costituisce spesso l’unico reddito per centinaia di migliaia di persone, e vietarlo potrebbe dare vita a un commercio illegale per molti aspetti ancora più pericoloso dei wet market.

Sul fatto che sia indispensabile chiuderli ci sono pochi dubbi. “Se non ci prenderemo cura della natura – ha commentato Mrema in un’intervista al Guardian – sarà lei a prendersi cura di noi”, appoggiando l’iniziativa. Nello stesso articolo Jinfeng Zhou, segretario generale di China biodiversity conservation e della Green development foundation, che si batte da anni per questo obiettivo, ha ricordato che “il 70% delle malattie infettive umane arriva dagli animali selvatici”.

Ancora più esplicito è stato Anthony Fauci, che ha dichiarato in un’intervista alla rete televisiva Fox News che la crisi attuale è una conseguenza diretta delle condizioni igieniche tremende di quei mercati, e che l’unica soluzione è chiuderli  definitivamente. Per questo si aspetta una grande pressione internazionale affinché ciò avvenga. E ha concluso: “Non so che cosa altro deve accadere per capirlo”.

Aggiornamento del 29 aprile 2020

Pubblichiamo di seguito il comunicato stampa di Animal Equality sulla mancata chiusura di numerosi wet market in vari paesi asiatici, nonostante l’allarme globale e nonostante in questi stessi paesi siano stati emessi dei divieti.

È di poco fa la notizia che anche Peta Asia ha riscontrato continue irregolarità nei wet market asiatici. Come Animal Equality aveva già denunciato in un video che mostrava immagini raccolte in Cina, Vietnam e India, i wet market – “mercati umidi” – sono luoghi molto pericolosi per animali, ambiente e salute pubblica, in cui non vengono rispettate le norme igieniche minime o la tutela della salute umana e animale.

Anche le immagini girate da Peta Asia in Thailandia e Indonesia mostrano condizioni terribili, animali mutilati, macellati sul posto senza alcun rispetto per l’igiene e per le norme di benessere animale, spazzate via da un fiume di sangue, escrementi, sporcizia che invade i banchi di questi mercati all’aperto, già sanzionati in passato ma aperti con sprezzo per il rispetto della comunità internazionale.

I mercati umidi sono già stati individuati dalla comunità scientifica internazionale come origine dello spillover tra animali ed esseri umani di numerose malattie, come la Sars o il Mers, fonte di epidemie che solo per puro caso non si sono trasformate in pandemie globali come il COVID-19.  Anche questo Coronavirus sembra essere passato dall’animale all’uomo proprio all’interno dei mercati umidi, in questo caso specifico a Wuhan, in Cina.  Nonostante i divieti e nonostante il pericolo enorme per l’intera comunità internazionale, i mercati umidi continuano a rimanere aperti e a costituire quindi un rischio per salute, animali allevati e selvatici e per l’ambiente.

Animal Equality supporta Peta Asia in questa denuncia e rilancia la petizione rivolta alle Nazioni Unite per chiedere la chiusura immediata di tutti i wet market in tutto il mondo. La petizione ha già raccolto quasi 250.000 adesioni in Italia, oltre 450.000 in tutto il mondo.

È necessario instaurare subito un processo che porti alla dismissione di questi mercati, fornendo alla popolazione locale sistemi di sussistenza alternativi, che rispettino ambiente, animali e norme igieniche, onde evitare future pandemie, che con queste premesse non tarderanno ad arrivare.

Animal Equality ha scritto una lettera ufficiale all’ONU – in Italia indirizzandola alla Rappresentante Permanente per l’Italia presso le Nazioni Unite Maria Angela Zappia – chiedendo di agire subito per risolvere questo gravissimo problema e ha lanciato lunedì 27 aprile un Tweetstorm internazionale che ha raccolto oltre 200.000 tweet da tutto il mondo indirizzati proprio alle Nazioni Unite.

Il tempo dei temporeggiamenti e delle indecisioni deve finire subito, per rispetto della salute umana, delle vittime del Coronavirus, degli animali e dell’ambiente. È dalle decisioni e dal coraggio della classe dirigente e dalle istituzioni in forza oggi infatti che si deciderà il futuro e il destino dell’umanità.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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6 Commenti

  1. Avatar

    L’ignoranza e la crudeltà umana non hanno limiti, e la natura talvolta si ribella attuando una selezione naturale.
    Perseverare è diabolico!

  2. Avatar
    CARMINE LAFFUSA

    dal primo maggio il governo cinese ha abrogato in modo risolutivo questi mercati.
    Speriamo bene altrimenti non se ne esce più.

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      Soprattutto speriamo che poi, a gentile richiesta, non diano ancora il permesso di riaprirli, una volta passata l’emergenza…

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    Buongiorno.

    Comunque si guardi all’accaduto, credo che la Cina abbia delle responsabilità enormi nei confronti del mondo intero per tutti i morti che questa pandemia, diffusasi dalla cittadina di Wuhan, ha causato in ogni parte del globo.

    Bisogna prima di tutto ricordare due cose, indiscutibili e ampiamente documentate:

    1. L’epidemia di SARS, che si sviluppò proprio in Cina nel 2002 e che là causò moltissime vittime, ebbe origine da un coronavirus presente nei pipistrelli, il quale si trasmise all’uomo usando quale vettore intermedio lo zibetto, comunemente venduto nei mercati locali cinesi;

    2. Il Wuhan Virology Insitute, costruito a Wuhan grazie a fondi e tecnologia francese in seguito ad un accordo del 2004 tra la Cina e la Francia guidata da Jacques Chirac, e inaugurato nel 2017, si occupava anche dello studio dei coronavirus dei pipistrelli, e conduceva esperimenti con quegli animali. Lo stesso laboratorio aveva destato alcune preoccupazioni nel mondo scientifico, e non solo, in merito alla sicurezza delle infrastrutture e delle procedure utilizzate.

    Premesso ciò:

    1. Se, come il governo cinese e alcuni studiosi sostengono, il coronavirus COVID-19 (presente in natura nei pipistrelli) è arrivato all’uomo grazie ad un salto di specie, facilitato dall’abitudine locale di tenere nei mercati animali selvatici vivi e di macellarli a stretto contatto con gli esseri umani (in questo caso il vettore intermedio non sarebbe più lo zibetto ma il pangolino), allora la Cina è responsabile per non aver saputo o voluto trarre alcun insegnamento dalla SARS e per non aver saputo o voluto introdurre delle misure di sicurezza adeguate e dei divieti che evitassero il ripresentarsi di un problema simile;

    2. Se invece, come altri sostengono, il virus è fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan poiché qualcuno che lo studiava si è infettato accidentalmente e poi lo ha trasmesso all’esterno, allora la Cina è responsabile per non aver saputo adottare adeguate misure di sicurezza in un campo così rischioso e potenzialmente dannoso quale lo studio dei virus mortali per gli esseri umani.

    A quanto detto va aggiunto il comportamento del governo cinese, che all’inizio della pandemia ha persino arrestato i medici che per primi avevano lanciato l’allarme, minimizzando e cercando di porre tutto sotto silenzio.

    Mi auguro che, prima o poi, tutti gli stati del mondo chiedano alla Cina il conto delle sue responsabilità, mettendo in primo posto la salute e la sicurezza del pianeta anziché evitare di affrontare la questione per non danneggiare i soliti interessi economici.