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In Italia 15 milioni di famiglie mangiano bio. I consumi sono in crescita (+17%). Secondo Nomisma tra le motivazioni c’è la qualità e il benessere

Two little boys on organic strawberry farm
I “fedeli” al bio sono perlopiù famiglie giovani, tra i 30-40 anni, con figli piccoli in età pre-scolare

Ricondurre il bio-consumatore ad un gruppo omogeneo di acquirenti è però riduttivo: i 15 milioni di famiglie consumatrici possono essere segmentate in 3 target distinti (vedi tabella sopra).

Ci sono i “fedeli” al bio (4 milioni di famiglie) che tutti i giorni o quasi portano cibi bio in tavola. Sono appassionati dell’agricoltura biologica da anni, non seguono una moda ma sono consapevoli che il cibo è un fattore attivo per la protezione della salute. Sono perlopiù famiglie giovani, tra i 30-40 anni, con figli piccoli in età pre-scolare, che acquistano spesso direttamente dal produttore, con una quota di vegetariani o vegani più alta della media (16% a fronte del 7% nella popolazione).

 

Accanto agli appassionati, vi sono due gruppi di consumatori approdati al bio più di recente ma con motivi diversi. Il gruppo più ampio è composto da persone attratte dalle promozioni. Vedere sugli scaffali prodotti bio scontati ha scatenato la curiosità; queste “new entry” acquistano soprattutto in iper e supermercati e concentrano l’interesse su un paniere di prodotti più limitato. Sono interessati soprattutto a succhi di frutta, miele, uova, marmellate. Il consumo è ancora poco frequente (2/3 volte al mese) ma si tratta di quasi 8 milioni di famiglie.

 

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Chi mangia bio? Tra i novizi ci sono gli “etici” che lo scelgono soprattutto perché assicura il rispetto dell’ambiente

Sempre tra i novizi del bio (acquistano da soli 2-3 anni) c’è il target degli “etici” che scelgono bio soprattutto perché il prodotto assicura il rispetto dell’ambiente. Questo gruppo dal profilo ben definito (single, senza figli, giovani) acquista nei negozi specializzati ma non disdegnano gli acquisti diretti dal produttore, in mercatini o tramite gruppi di acquisto solidale. Nel loro paniere prevalgono olio di oliva, ortofrutta, pasta, bevande vegetali.

 

Secondo l’indagine SANA-Nomisma nei prossimi anni ci sono ampi margini di crescita per il settore e, anche per quanto riguarda i consumi fuori casa. Il 32% di chi oggi non acquista bio è propenso alla sperimentazione, soprattutto nel caso di presenza di prodotto bio negli assortimenti dei negozi abituali o tra le marche preferite.

 

Silvia Zucconi – Nomisma

© Riproduzione riservata

Foto: iStockphoto.com

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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8 Commenti

  1. Avatar

    15 milioni di famiglie? tenendo conto che in ogni famiglia ci sono come minimo 2 persone, se non di più, ci sarebbero in Italia più di 30 milioni di persone che mangiano bio, cioè ben oltre il 50 % della popolazione italiana? Ma li rileggete gli articoli prima di pubblicarli??

    • Valeria Nardi

      Annaly, non si intende che la totalità della dieta è a base di prodotti biologici, ma che, con diverse sfumature, gli alimenti bio compaiono in tavola con una certa frequenza.

  2. Avatar

    “Tra le motivazioni di acquisto del bio vi è la volontà di proporre cibi più sicuri per la salute…”
    Questo la dice lunga sulle potenzialità del marketing…

    • Avatar

      Fugurati invece che soverchiante potenzialità ha il marketing per vendere scarti e sottoprodotti industriali come leccornie desiderate da grandi e piccini! Con gli effetti sulla salute e sull’obesità che possiamo vedere in ogni fila al supermercato.
      W il cibo naturale!
      (e meglio ancora se non certificato!)

    • Avatar

      Beh, direi che non si può giustificare chi sbaglia sostenendo che c’è qualcuno che sbaglia ancora di più…

      Il concetto di “naturale” è anch’esso una invenzione del marketing e tra l’altro molte aziende sono state multate in questi anni per un uso improprio e fuorviante di questo termine.

  3. Avatar

    Il tuo preteso “marketing” del biologico è l’angolo in cui l’industria alimentare ha stretto chi vuole mangiare sano. Secondo logica non sarebbero i prodotti naturali o biologici a doversi dichiarare tali, ma tutti gli altri a dover scrivere: “Attenzione, questo prodotto alimentare non esiste in natura ed è stato creato industrialmente” oppure “Attenzione, per questo prodotto alimentare sono stati usati pesticidi e concimi di sintesi chimica” oppure “Attenzione, questo cibo contiene OGM ed è stato coltivato con dosi massicce di prodotti chimici” etc etc; tanto ci siamo capiti che io e te stiamo su sponde opposte.
    PS: “naturale” non è un’etichetta su un barattolo, è un aggettivo. Per i cibi vuol dire: così come viene dalla natura, senza chimica e manipolazioni. Una pesca naturale non dovrebbe aver bisogno di etichette, tutte le altre sì!

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      Il problema è che “naturale” non equivale a “salutare” così come “artificiale” non equivale a “dannoso”.
      Ti basti pensare a quanti cibi esistono in natura che sono nocivi per l’uomo e a quante sostanze, sintetizzate in laboratorio, aiutano il nostro organismo.
      *
      Credere che ciò che si trova in natura sia per forza salutare è facile e richiede uno scarso sforzo mentale, per cui molte aziende (anche il biologico rientra nell’industria alimentare di cui parli) hanno spinto a fondo su questi tasti per condizionare l’orientamento dei consumatori.
      *
      La pesca che coglie il contadino non è più “naturale” di quella raccolta nei campi di una grande azienda e probabilmente la pianta che l’ha originata ha subito le stesse identiche manipolazioni.
      Se oggi puoi mangiare degli ottimi pomodori di Pachino, vanto del made in Italy, lo devi ad una azienda biotech straniera che alcuni decenni fa ha portato i propri prodotti “manipolati” in Sicilia.

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      Grazie per la notizia sui Pachino, Vincenzo: non lo sapevo. Cercando su internet leggo infatti che “che ogni anno gli agricoltori devono ricomprare i semi ibridi registrati pena la perdita delle caratteristiche agronomiche desiderate.”
      Da oggi eviterò i pomodori Pachino: certamente non è naturale un pomodoro che non si riproduce e che costringe l’agricoltore siciliano a dipendere da un produttore di semi straniero.