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Il prezzo del latte fresco al supermercato può raddoppiare. Vi spieghiamo perché i listini cambiano tanto e la qualità meno

A Milano scegliere il latte fresco è complicato. Il prezzo può anche raddoppiare, e in un periodo di crisi economica risparmiare 20-30 euro al mese in una famiglia dove se ne beve un litro al giorno non è poco.

Ma come si giustificano differenze così vistose? Ci si può fidare della materia prima quando un litro di latte costa solo 0,75 €/l come accade nei punti vendita Esselunga e Iper? La risposta è affermativa, perché è vero che stiamo parlando di latte italiano non classificato come Alta Qualità che costa 5 centesimi in meno al litro, ma il piccolo sconto conta poco. Il vero risparmio è dovuto alla confezione di cartone bianco un po’ spartana, all’assenza di pubblicità, all’abbattimento drastico dei costi di distribuzione e, soprattutto, alla scelta del supermercato di vendere senza margini per attirare clientela.

Il risultato è molto interessante, ma siamo di fronte a “prezzi civetta” non rappresentativi del mercato e impossibili da sostenere per qualsiasi azienda.

Continuando ad esaminare lo scaffale del banco frigorifero una quota rilevante è costituita  da latte italiano di Alta Qualità (classificato in questo modo perché ha un contenuto di proteine leggermente superiore e la filiera è sottoposta a regole più severe) firmato dalle  grandi catene di supermercati: Coop, Esselunga, Unes, Carrefour, Il Gigante … venduto a un prezzo compreso tra 1,0 e 1,1 €/l.

La terza fascia comprende il latte delle grandi marche come: Centrale del latte, Granarolo, Latte Milano, Carnini. Stiamo parlando sempre di un prodotto locale di Alta Qualità, venduto però a 1,5 a 1,6 €/l. I costi sono maggiori ma il vantaggio per i consumatori è che le aziende distribuiscono in modo  capillare, in tutti i punti vendita e questo incide molto sui costi.

Poi bisogna considerare la pubblicità, il marketing e i costi del latte ritirato anche se non ancora scaduto (vedi box). Sulla qualità è difficile dire qualcosa di interessante. Il latte in bottiglia è di buon livello, ma risulta abbastanza uniforme, perché la quantità di grasso è standardizzata,  i mangimi utilizzati negli allevamenti sono simili, come pure le procedure di lavorazione per cui alla fine il sapore si differenzia poco. Per gli intenditori disposti a spendere qualcosa in più, sulla piazza si trova il Latte Milano con lavorazione tradizionale inglese con un livello di grasso superiore e il Latte Yomo con fermenti lattici, venduti a 20-30 centesimi in più.

La scadenza Il latte fresco, va tenuto in frigorifero ad una temperatura massima di 4°C e scade 7 giorni dopo il confezionamento. Una volta aperta la bottiglia si consiglia di berlo entro 3-4 giorni e, comunque prima della scadenza. Queste sono le regole previste dalla normativa di legge e riportate su tutte le bottiglie.

C’è però un’altra verità non scritta ma ben nota agli addetti ai lavori, che riguarda l’estensione della scadenza di uno-due giorni rispetto alla data indicata in etichetta. Questo si può fare solo quando la bottiglia resta chiusa e viene sempre rispettata la catena del freddo perché il livello igienico della materia prima è buono e i microrganismi sono pochi.

D’altro canto quando la catena del freddo viene interrotta il latte si può alterare e caglia anche prima della data riportata in etichetta. Si tratta di un inconveniente che può capitare soprattutto d’estate, quando una sosta prolungata fuori dal frigorifero durante le operazioni di scarico può diventare un fattore critico.  In questi casi il prodotto prima assume un sapore acidulo, poi caglia e non va bevuto.

Lo spreco quotidiano «In una provincia come Milano – spiega Pietro Cerlesi  responsabile operative di Latte Milano – ogni giorno almeno 20 mila litri di latte fresco di Alta Qualità vengono ritirati dagli scaffali dei supermercati solo perché scadono dopo 48-72 ore.  I consumatori preferiscono le confezioni con una durata lunga, per cui queste bottiglie  sono  ritirate e il latte viene destinato nella maggior parte dei casi a cibo per animali».

Chi soffre di più in questa situazione è la bottiglia firmata da grandi marche (Centrale del latte, Granarolo, Latte Milano, Carnini…) perché, in virtù  di prassi consolidate con i supermercati, quando si consegna il latte nuovo si ritira quello che scade dopo due-tre giorni. L’esito è disastroso perché questa operazione grava sul listino per 0,10 €/l. La responsabilità è in parte della grande distribuzione che ha viziato i consumatori, mentre si potrebbe offrire a prezzi ribassati il prodotto in scadenza come si fa in alcuni punti vendita in Emilia Romagna.

Roberto La Pira (articolo pubblicato sul Corriere della Sera di Milano il 29 settembre 2011) 


 

Tabella 1

Latte fresco pastorizzato

Fascia di prezzo  €/l

Marche

1) Prodotto di alta gamma

1,70 – 1,80

Yomo con fermenti lattici, Latte Milano Grancrema lavorazione inglese

2) Prodotto di marca

1,50 – 1,60

Granarolo, Centrale latte, Latte Milano, Carnini

3) Marche del supermercato

1,00 – 1,10

Esselunga, Coop, Unes, Carrefour, Il Gigante

4) Marca poco conosciuta (non di Alta Qualità )

0,75 – 0,85

In vendita presso Esselunga,  Iper

 

Tabella 2

Scomposizione del prezzo del latte fresco Alta Qualità

€/l

1) Materia prima                 

0,40 – 0,45

2) Confezionamento e distribuzione

0,40 – 0,70

3) Margine dettagliante e Iva

0,30

 

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3 Commenti

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    roberto rubino

    Non solo in Italia ma in tutto il mondo il prezzo del latte raramente è legato alla qualità Bisogna però mettersi d’accordo su cosa si intende per qualità. In Italia la legge 168/89 fa riferimento solo al contenuto di grasso proteina, carica batterica e cellule somatiche. Insomma fa riferimento solo all’igiene, non al contenuto nutrizionale. Il grasso nel latte alimentare è un opzional, le proteine variano poco da latte a latte e non c’è mai relazione fra il loro contenuto e la qualità che invece il consumatore si aspetta. Vorremmo tutti un latte più ricco in acidi grasssa, non in grasso, in omega-3, in CLA, in ALA, in antiossidanti, con un rapporto omega-6/omega-3, molto basso, inferiore a 5. Insomma un vorremmo un valore nutriizonale elevato. E poi una componente aromatica importante. Ebbene tutto questo non ha nessuna relazione con grasso e proteine anzi spesso la relazione è negativa. Il latte più ricco di tutte queste molecole è quello degli animali al pascolo o che mangiano molta erba, anzi molte erbe diverse. Il latte di Alta qualità è prodotto da animali alla stalla che mangano molti concentrati e poca erba. E’ facile capire allora dove è la qualità. Purtroppo non abbiamo alcuno strumento per capire in che modo il latte è stato prodotto, ad eccezione in Italia del Latte Nobile(www.lattenobile.it), da poco in commercio intorno a Napoli.

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    Premetto che non sono un grande amante del latte, ma mia moglie compra ogni volta una marca diversa (a seconda delle offerte che trova), si latte delle private label che marchi della gdo, e trovo che non ci sia tutta questa differenze, se non nel prezzo o nel packaging più o meno carino e colorato.

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    La gdo si può permettere di guadagnare poco sulla latte perché questo è solo uno delle migliaia di articoli messi in vendita nei suoi negozi. Quando la grande distribuzione dice di rinunciare alla marginalità sul latte venduto a 1 euro costringe l’allevatore a produrre quel latte ad un prezzo più basso. Ma secondo voi, se il prezzo del latte pagato all’allevatore è ancora lo stesso di quindici anni fa, come può l’allevatore, con gli aumenti dei costi di questi quindici anni garantire o addirittura migliorare la qualià del latte?
    Io penso che sia immorale che un litro di latte costi come un caffè.