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“Le lasagne alla bolognese Giovanni Rana sono prodotte in Belgio” ci segnala un lettore. Risponde l’azienda

La delocalizzazione di un’azienda italiana porta sempre con sé criticità e dubbi, e quando ciò avviene nel settore alimentare i problemi sembrano ancora più insormontabili, forse per il rapporto stretto tra cucina e tradizioni. Ma non tutti i casi sono uguali. Un lettore ci ha segnalato il caso di alcuni prodotti del Pastificio Giovanni Rana. A seguire la risposta dell’azienda.

Il periodo natalizio è sicuramente il momento in cui si consumano più ravioli, lasagne, cannelloni ecc… e altrettanto sicuramente molti avranno acquistato i prodotti Giovanni Rana. Pochi, però, si saranno accorti di aver acquistato un prodotto estero. Eh sì, i prodotti Rana sono ormai quasi tutti prodotti all’estero, precisamente da Nivelles, cittadina della Vallonia, e importati in Italia. Vedasi immagini allegate.

Non ci sarebbe nulla di scandaloso se importasse in Italia “insalata belga” o “cavoletti di Bruxelles” e invece Rana produce in Belgio e importa dal Belgio “Lasagne al ragù bolognese”, “Melanzane alla parmigiana” e ravioli di vario genere! Prodotti in vendita nei supermercati italiani! Si tratta, a mio avviso, di un oltraggio al nostro Paese, alle nostre tradizioni gastronomiche, ai nostri prodotti e, non ultimo, alla nostra economia. Domenico

Di seguito la risposta del Pastificio Giovanni Rana

lasagne
I piatti pronti, come le lasagne, si producono presso lo stabilimento di Nivelles

Il Pastificio Rana nasce a San Giovanni Lupatoto, Verona, e da sempre è profondamente radicato nel proprio territorio di origine e ispirato dalle tradizioni di tutte le regioni di Italia, patria di un’incredibile cultura gastronomica.

Da qui vent’anni fa è partita la diffusione internazionale dei prodotti freschi Rana che oggi sono presenti in 60 paesi nel mondo. Per portare bontà e freschezza sulle tavole dei consumatori, il Pastificio può contare su 3.500 collaboratori e 8 stabilimenti, di cui 5 situati in Italia, 2 negli Stati Uniti e 1 in Belgio. In tutte le strutture produttive vige la più grande attenzione alla selezione degli ingredienti, alla qualità dei prodotti e all’innovazione tecnologica che da sempre contraddistinguono l’azienda.

I piatti pronti si producono presso lo stabilimento di Nivelles, dedicato esclusivamente a questa linea, che per tradizione è da decenni molto diffusa nel Nord e nel Centro dell’Europa.

Il team che vi lavora è composto da persone formate presso le nostre sedi italiane ove si condividono le tecniche e l’esperienza dei maestri pastai, dedicati al continuo perfezionamento dei nostri prodotti, le ricette vengono sviluppate dal nostro Centro Ricerche veronese e le materie prime sono le stesse utilizzate in Italia.

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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32 Commenti

  1. Avatar

    Basta non acquistarli più. Da tempo ho modificato i miei atti di acquisto di aziende italiane che, delocalizzando oltre i confini la produzione, riportano i prodotti in Italia. Più grave quando si tratta del settore alimentare.

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    D’ora in poi, essendo un consumatore seriale di prodotti Giovanni Rana, vedrò dove sono stati prodotti. Non esiste il prodotto italiano fatto all’estero!!!

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    Basta acquistare quelli prodotti in Italia da molti altri produttori.

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    le lasagne, come i ravioli, sono un piatto delle feste, oserei dire delle grandi feste per evidenti motivi di complessita, ritualita e costi della materia prima. Oggi pretendiamo di averle a disposizione sempre a un prezzo che non ne riflette il valore….Impariamo a mangiare un buon piatto di pasta nei giorni normali e riserviamo le leccornie per i giorni speciali ricominciando a farcele o almeno acquistandole genine e fresche nella rosticceria sotto casa

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    Invece di lodare che Rana è una delle poche aziende non svendute ai grandi colossi multinazionali e che riesce a soddisfare le esigenze di 60 paesi in tutto il mondo esportando diciamo così anche un po’ di orgoglio italiano…. invece subito ad attaccare “ma io le lasagne le voglio fatte in italia perché sono italiane…” mi sembra la storia della pasta fatta col grano canadese o ucraino… tutti a gridare allo scandalo.
    Ma secondo voi i volumi di produzione che richiede il mercato riuscirebbero a farli sono in stabilimenti italiani?
    Ma secondo voi centinaia di migliaia di euro di fatturato si fanno nella botteghina di casa?
    Scusate se sono un po’ polemico ma è sempre la stessa storia della moglie ubriaca e la botte piena (di brunello di montalcino DOCG).
    Allora rilancio: meglio uno stabilimento di stranieri situato in italia con dipendenti stranieri, formati all’estero e che le lasagne le hanno viste nei film oppure un bello stabilimento moderno all’estero, interamente dedicato a quella produzione (fatto fondamentale), creato da italiani e con dipendenti italiani o formati in italia? Magari sarò smentito però se mangio una lasagna preferisco concentrarmi su materie prime utilizzate e ricetta, poi se l’hanno fatto in belgio e in due giorni me lo portano al supermercato sotto casa, a me personalmente va bene.
    Disclaimer: Non lavoro per Giovanni Rana.

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      Giuseppe Spadavecchia

      Che ne dici invece che creare manodopera in atri paesi non sarebbe meglio incrementare lavoro in casa nostra?

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      Giuseppe, sono perfettamente d’accordo con te. L’imprenditore deve far tornare i conti e purtroppo capita che in Italia far lavorare la gente costi il doppio che in altri paesi europei.
      Oppure ci sono imprenditori che non hanno interesse nell’Italia e se ne vanno fuori e basta. A mio avviso non è questo il caso

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      CERTO CHE DI SI !!! Possiamo tranquillamente produrre in Italia senza nessun problema per i volumi e non c’e scritto che la materia prima e’ italiana. Poi come si fa a comperare prodotti del genere in Italia certo che vanno bene per il mercato del nord europa che non hanno cultura gastronomica su un piatto tipico italiano.

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      E’ proprio come hai scritto tu. E’ un’azienda affidabile e che ha fatto una precisa scelta e dalla spiegazione si capisce. Tempo fa avevo visto un documentario sull’apertura delle sedi in America. La domanda era cresciuta tanto e trasportare prodotti freschi fino in America non era fattibile, perciò avevano deciso di aprire delle sedi di produzione direttamente li. E’ una scelta da appoggiare, questo non è delocalizzare che significa un’altra cosa. Quello che produce in America resta li. Quello che produce in Belgio arriva in tutta l’Europa del Nord e nel Centro. Certo arriva anche in Italia ma il consumo maggiore è nelle zone del nord. Anche perchè in Italia credo che le famiglie si cucinino questo piatto da soli .

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      Scusa Matteo ,cosa ne dici della bresaola IGP della Valtellina prodotta con carni brasiliane? Perché non viene indicata l’origine e la provenienza della carne?

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      Sottoscrivo in toto, dai commenti si evince che molti neppure sono andati oltre il titolo e da bravi “leoni da tastiera” si sono indinnnnnnnniati senza neppure avere capito ciò che pure è spiegato in modo semplice e chiaro, NON È UNA DELOCALIZZAZIONE ma uno stabilimento IN PIÙ, creato da un industriale italiano là dove c’è la maggiore richiesta DI QUEL PRODOTTO, che in italia avrebbe un mercato molto ristretto perché noi preferiamo gli ingredienti per cucinare ai piatti da scaldare.

      Come fa notare Matteo, sembra che nessuno si renda conto che “mangiare italiano” è qualcosa che sta nel “fare bene le cose”, farle con cura e attenzione, al meglio delle nostre capacità, pazienza comprare agnolotti o tortellini industriali, passi comprarsi il sugo in barattolo, ma santiddio comprare un piatto pronto e mettelo in microonde non dà a nessuno il diritto di scagliarsi a corna basse contro una delle eccellenze italiane dell’alimentazione come se si fosse Cracco che insulta un concorrente di “Siamo tutti cuochi”!

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      Ottimo commento Matteo (NB Nemmeno io lavoro per Giovanni Rana, magari…).
      Aggiungo per tutti che forse non sapete che in Belgio è un polo dove fanno piatti pronti e in particolare lasagne un po’ per tutti nel continente.
      Non è che Rana abbia aperto appositamente un’azienda là, c’era già, gli è bastato comprarla. Poi ovviamente avrà convertito le sue ricette e le sue strutture.
      Del resto io dico sempre che se si ha tempo e voglia magari le lasagne le si può fare in casa tirando la sfoglia e facendo un vero ragù alla bolognese (come piace allo chef Barbieri) ma se non si ha tempo e si comprano già pronte, perché stupirsi che non le fanno in Italia? E poi se le comprate che vi piacciono che problema c’è?

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      franco
      “cosa ne dici della bresaola IGP della Valtellina prodotta con carni brasiliane?”

      Franco, in una discussione in rete come questa creano già abbastanza confusione le persone che commentano avendo letto solo il titolo e non l’articolo, o l’hanno letto e non l’hanno capito, andando completamente fuori tema non si fa altro che peggiorarlo, Giovanni Rana e il suo nuovo stabilimento in Belgio non hanno niente a che fare con la bresaola e la provenienza delle carni con cui la fanno altre aziende in altri stabilimenti in altri posti, tanto varrebbe chiedere “e i Marò?” come nel tormentone di qualche anno fa…

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    Sono sempre stata del parere che la produzione fatta all’estero debba servire a ENTRARE IN QUEL MERCATO E RIFORNIRLO. Ad esempio i farmaci fatti in India dovrebbero essere prodotti per permettere agli indiani l’acquisto a un prezzo accettabile ma non per essere esportati nel paese sede dell’azienda produttrice.
    Se Rana apre uno stabilimento in Belgio per produrre le lasagne lo faccia per rifornire i consumatori locali.
    Lo so che i prodotti italiani sono spesso fatti con materie prime d’importazione ma almeno fanno lavorare la nostra gente. Le aziende come la Fiat che qui oramai produce ben poco, paga le tasse altrove, ma usa la cassa integrazione italiana non sono un esempio da seguire.

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    Giovanni Rana è sinonimo di estrema qualità e attenzione negli ingredienti. Ho mangiato a NY nel suo ristorante in Chelsea market dove sfornano ravioli e lasagne e usano vero parmigiano che ti gratuggiano in presenza. Ottima qualità, così come i prodotti che compro regolarmente.

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    Buongiorno,

    io non ho nulla da obiettare se un’azienda italiana, per motivi economici o logistici, apre una sede di produzione all’estero per servire meglio il mercato estero. Ciò può permettere di ridurre i costi, anche a beneficio dell’ambiente.

    Se però il prodotto è destinato al mercato italiano, allora sinceramente preferisco che sia prodotto in Italia, dando lavoro a personale italiano.

    Detto ciò, controllerò d’ora in poi le etichette dei prodotti

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    Giuseppe Spadavecchia

    Controllate sempre le origini e consumate meno cibo processato.

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    La soluzione potrebbe essere semplice: le lasagne te le fai tu… con grano che probabilmente è stato importato dall’Ucraina, ragu prodotto con carni di bovino nato in Francia e suino nato in Danimarca (poi allevati in Italia, se ti va bene) e latte di origine tedesca. Forse le uova riusciamo a produrle in Italia. E questo cosa toglie alle lasagne che mangerai? Nulla. L’autarchia non ha più senso… anzi, non l’ha mai avuto!

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    Salve , sinceramente non vedo dove sia il problema, il nord Europa e’ da anni piu avanti riguardo la produzione di prodotti alimentari pronto uso. Il nome Giovanni Rana garantisce la qualita’ del prodotto e il rispetto delle norme igeniche durante tutta la fase della lavorazione. Poi se preferiamo fare le finte vergini questo e’ un altro discorso.

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    Coin 5 stabilimenti in Italia, non riescono a soddisfare la richiesta nazionale ? Lasagne, piatto che preparo spesso in casa, con prodotti freschi. Al massimo compero qualche tortellino di Rana, ma ce ne sono di infinitamente migliori.

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    Da Veronese avevo sempre apprezzato gli ottimi prodotti RANA, anche se negli ultimi anni ho notato che la qualità non è sempre la stessa del passato. Saputa la notizia che alcune produzioni ( tipicamente italiane) vengono prodotte all’estero, boicotterò i prodotti Rana e diffonderò la notizia a tutti i miei conoscenti. In Italia abbiamo molti disoccupati e credo che al sig, Rana non manchino le risorse per aprire un ulteriore stabilimento in casa nostra, magari al Sud Italia, dove la manodopera si troverebbe di sicuro.

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      Che il sig. Rana debba farsi carico di tutta la disoccupazione italiana mi pare eccessivo, in tempi di Navigators, RdC e splendide iniziative politico-sindacali in materia. Detto questo, ciò che conta rimane sempre la qualità delle materie prime e le modalità di produzione sia dal punto di vista tecnologico che di sicurezza igienica. Se poi qualcuno storce il naso, il sig. Rana se ne farà una ragione: saprà che qualcuno manterrà cultura e tradizioni gastronomiche di sua iniziativa.

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      Giulietta, faresti meglio a leggere l’articolo invece del solo titolo, NON è uno stabilimento che sottrae lavoro agli italiani, produce ALL’ESTERO PER L’ESTERO e una piccola parte di quella produzione arriva ANCHE in Italia perché di persone che neppure vogliono mettere a bollire l’acqua ce ne sono anche qui.

      Inoltre non è neanche uno stabilimento creato ex novo ma già esisteva e Rana l’ha comprato e ne ha migliorato la produzione, giovando comunque all’immagine dell’Italia producendo cibi pronti di livello superiore a quelli locali.

      Comunque se ti va di boicottarlo accomodati, “povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano”… e i tuoi amici se sanno come stanno realmente le cose non ti daranno retta.

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    Se molte aziende italiane hanno deciso di delocalizzare la produzione all’estero c’è da chiedersi il perché.
    Sistema di tassazione ai massimi storici, burocrazia ed altro.
    Lo Stato Italiano scoraggia l’essere imprenditori ma poi ci tiene molto alle sue dirigente.

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    Trovo esilarante che una persona che compera PIATTI PRONTI poi si strappi le vesti perché non sono prodotti da un solerte artigiano nella sua piccola bottega di quartiere… ovviamente acquisterà anche il “brodo in brick”, perché mettere un dado nell’acqua bollente va oltre le sue competenze culinarie.

    I piatti pronti sono un’aberrazione del gusto nata negli USA, dove la buona tavola non è certo al centro del pensiero collettivo, e per risparmiare tempo nel “rifornimento carburante” della mezz’ora di pranzo rappresentano comunque un miglioramento rispetto agli hot dog comprati al carrettino dell’ambulante in strada.

    Che i piatti pronti li producano all’estero dovrebbe casomai essere motivo di lode e vanto per un’azienda italiana, che commercialmente deve “sporcarsi le mani” producendo ciò che il mercato le richiede, ma almeno mantiene le distanze tra produzioni per chi cucina i propri cibi e chi li compra fatti.

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    ANNA MARIA PELLEGRINO

    Un imprenditore, che opera nell’ambito del “fresco”, decide di aprire uno stabilimento in Belgio lo fa semplicemente perché non è possibile produrre un tortellino a San Giovanni Lupatoto e poi pensare di fargli percorrere migliaia di chilometri e giungere comunque perfetto in mercati lontani: la shelf-live di un prodotto fresco non contempla l’immortalità.

    Un altro motivo per cui un imprenditore italiano decide di aprire stabilimenti all’estero (ed imprenditori esteri non investono in Italia) lo si trova leggendo l’intervista che Gian Luca Rana rilascò a Il Sole 24 ore un paio di anni fa: quando nel 2012 l’azienda decise di aprire uno stabilimento negli Stati Uniti, a Chicago (con annesso ristorante) ebbe tutto il supporto possibile dalle autorità locali.

    Rana racconta che in America “dopo due anni erano stati raggiunti i traguardi di un piano quinquennale, e gli spazi erano esauriti. Sono andato dal sindaco del villaggio, gli ho spiegato che avevo l’esigenza di ampliare crescere e produrre di più, e ho chiesto quali parametri dovevo rispettare, le distanze ad esempio. Lui ha chiesto: di che cosa ha bisogno? Io sono nuovo, mi spieghi le regole e come mi devo muovere, ho risposto, ma lui insisteva: mi dica di che cosa ha bisogno, se ha bisogno di triplicare presenti i disegni e io in un mese le garantisco le autorizzazioni“.

    Poi dice ancora “Nel frattempo bisognava crescere anche in Italia, “sono tornato dal sindaco del mio paese: ci servirebbero altri 5mila metri, ho detto, poi in progressione 10 e 15mila. Vabbè adesso vediamo, un attimo. La conclusione è stata: tre anni. Allora ho dovuto fare qualcosa di diverso, cercare un altro stabilimento, nel frattempo siamo riusciti ad acquisire il nostro primo concorrente europeo e oggi parte del lavoro non viene fatto a Verona ma a Cuneo. Che va ovviamente benissimo, è un’altra meravigliosa terra italiana, ma abbiamo perso l’opportunità che io sento di dover dare ai miei concittadini, quelli che ci hanno permesso di essere dove siamo adesso”.

    Semplicemente.

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      Il problema è la burocrazia italiana composta da gente che si sente come possibile capro espiatorio e non vuole dare il benestare sereno agli interventi. Questo dal livello ministeriale in giù. Diverso il vizio di portare in Italia prodotti elaborati all’estero che più sono elaborati è più è probabile vengano dall’estero. Anche i sughi pronti di primarie marche provengono dalla UE, fateci attenzione, perché è li che sono i mercati forti, da noi fino a poco tempo fa erano prodotti di nicchia.

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    Secondo me è normale che una azienda che deve aprire nuove fabbriche lo faccia dove è meglio, il prodotto non sarà diverso se prodotto in Italia, quanti chef italiani lavorano all’estero e presentano i loro piatti italiani con successo anche se utilizzano prodotti nati e cresciuti all’estero, la ricetta e il procedimento sono gli stessi, il prodotti sono di qualità, quindi il piatto è come se fosse fatto in Italia. quanti prodotti sono acquistati all’estero e diventano italiani solo perchè l’ultima fase della lavorazione viene fatta in Italia

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    Non credo proprio che produrre in Belgio costi meno che produrre in Italia. La scelta di produrre i cibi preparati in Belgio mi sembra più una scelta geografica in quanto il Belgio centrale nella zona di distribuzione europea di Rana. Quindi niente da strapparsi i capelli. Sulla qualità non so dire niente perchè i prodotti di pasta fresca li compro nei laboratori artigianali, dove credo siano di migliore qualità. E’ vero costano di più ma contengono meno conservanti ecc. ecc. Basta mangiarli una volta in meno e i conti tornano.

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    Il grande compositore e direttore d’orchestra Gustav Mahler avrebbe affermato: “La tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”. Per tutti i grandi brand non esistono più i confini delle nazioni. A maggior ragione se pensiamo che l’Unione Europea nasce come mercato unico nel quale persone, merci, beni e servizi possono circolare liberamente. Un marchio come Giovanni Rana ha come obiettivo quello di soddisfare al meglio le esigenze del consumatore in qualunque nazione pertanto se i prodotti Rana sono buoni, mi dite che differenza fa se sono fatti in Italia in Belgio o negli USA? L’aspetto più importante è rappresentato dalla tecnologia di produzione che deve garantire le caratteristiche intrinseche della preparazione alimentare nei suoi aspetti organolettici e nutrizionali.
    Tutto il resto mi sembra una discussione inutile.
    PS – Non sono un consumatore dei prodotti Giovanni Rana

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      Se la tua idea fosse corretta, ed in teoria lo è, sono sicuro che no esiteresti ad acquistare una parmigiana di melanzane Giovanni rana fatta in Vietnam, da maestranze qualificate e in una fabbrica nuova di zecca, forse, purtroppo il mondo reale si scontra con ciò che è in teoria. E’ una posizione condivisibile anche a questo punto che gli stati estri difendano “l’italian sound” locale.

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    Pellegrino Mancini

    Meno nascite in Italia? Più lavoro a ragazzi italiani e in Italia. Ci saranno più nascite.