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L’impronta ecologica della carne consumata in Italia è tra le più alte d’Europa se si considera anche l’impatto delle importazioni

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Un team di ricercatori ha valutato le emissioni nascoste derivanti dalla carne importata che prima non venivano considerate

Per la prima volta un team internazionale di ricercatori tra i quali Simone Bastianoni, del Dipartimento di Scienze fisiche, della terra e dell’ambiente dell’Università di Siena, insieme al Dipartimento di Ecologia globale della Carnegie Institution for Science di Stanford e l’Università della California di Irvine, ha calcolato l’impronta ecologica di due tra i principali gas serra, il metano (CH4) e il protossido d’azoto (N2O). La novità è che il calcolo è stato fatto tenendo presente tutta la carne che si consuma in un paese e non solo quella prodotta da allevamenti nazionali.  Le emissioni derivanti dalla carne importata che prima non venivano considerate adesso sono state rinominate sotto la voce“emissioni nascoste”.

 

Considerando che le emissioni globali di metano e N2O rappresentano circa il 27,7% del totale dei gas serra, nel 2001, la porzione proveniente dagli allevamenti di animali da carne era il 25% di questo importo totale ( vale a dire il 7% del totale dei gas serra emessi dall’uomo). Si tratta di una quantità significativa, che deve essere inquadrata in maniera corretta in modo tale che ogni paese possa adottare provvedimenti di contenimento. Nello studio i dati relativi alle carni bovine, suine e il pollame, provenienti da 237 paesi e ottenuti, per il ventennio 1990-2010, seguendo le indicazioni internazionali dell’IPCC, sono stati analizzati seguendo i flussi globali dei mercati e focalizzando  l’attenzione sulle emissioni nascoste di CH4 e N2O.

 

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Le emissioni nascoste sono aumentate del 19% e hanno raggiunto un valore totale di 36,1 Mt di CO2-equivalente

Il risultato, pubblicato su Environmental Research Letters, è stato che nel periodo preso in esame le emissioni nascoste sono aumentate del 19% e hanno raggiunto un valore totale di 36,1 milioni di tonnellate o Mt di CO2-equivalente (l’unità di misura utilizzata in questi casi, che riferisce le emissioni dei diversi gas a quelle dell’anidride carbonica tramite un fattore di conversione). La gran parte delle emissioni deriva dal consumo di bovini (26.7 Mt), mentre decisamente minore risulta la componente relativa a suini (7.3 Mt) e pollame (2.1 Mt). I quantitativi principali di CH4 e N20 nascosti sono stati quelli che vanno da Argentina (2,8 Mt) e Brasile (1,4 Mt) verso la Russia, grande importatrice di carne. Per quanto riguarda l’Europa i primati dell’esportazione sono stati attribuiti alla Francia: solo per le carni di manzo e maiale, il paese ha esportato 1,4 Mt di CO2 equivalenti verso l’Italia e 1,2 MT verso la Grecia, mentre l’Italia ha importato, oltreché dalla Francia, da Polonia, Germania e Olanda rispettivamente 0,7, 0,6 e 0,7 Mt di CO2 equivalenti, ponendosi la vertice dei paesi importatori di gas serra.

 

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In un mondo globalizzato tutti mangiamo e utilizziamo cibo prodotti altrove che hanno un costo ambientale di cui dovremmo essere responsabili

La realtà è dunque diversa da come potrebbe apparire osservando soltanto le produzioni destinate al consumo, perché in un mondo sempre più globalizzato tutti mangiamo e utilizziamo cibo e oggetti prodotti altrove, i quali, tuttavia, hanno un costo ambientale di cui siamo, o dovremmo essere, responsabili. Spiega Simone Bastianoni: «Se questo tipo di calcolo, che attribuisce all’utilizzatore finale il costo ambientale di ciò che consuma, venisse applicato su larga scala e a tutte le merci, cambierebbe profondamente la sensibilità verso le emissioni. Non ci sarebbero più paesi che possono chiamarsi fuori, come accade oggi, in quanto non aderenti ai patti di Kyoto, e ciascuno dovrebbe assumersi delle responsabilità molto precise e, nel caso specifico, rallentare il consumo e le importazioni di carne, uno dei principali fattori di inquinamento a livello globale. Non dimentichiamo il fenomeno del land grabbing, per il quale un paese va a produrre soprattutto generi alimentari altrove, di solito in un paese povero, per abbattere i costi e aumentare la redditività, consumando risorse, spesso inquinando, lasciando in loco ben poco della ricchezza prodotta. In generale, poi, nei paesi oggetto di land grabbing, i controlli ambientali e le tecnologie spesso sono più arretrati, e ciò significa che quasi sempre un oggetto prodotto in Europa ha impatti ambientali più bassi di uno prodotto in un paese con una tecnologia meno all’avanguardia. Essere costretti a pagare il prezzo delle risorse consumate altrove potrebbe indurre tutti a un comportamento più consapevole.»

 

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Il calcolo delle emissioni deve considerare anche il consumo di terra, acqua ed energia necessario alla commercializzazione a livello internazionale

«Ora vogliamo proseguire la ricerca – ha ricordato Dario Caro, primo autore della ricerca, attualmente alla University of California di Davis – includendo tutte le emissioni prodotte non solo negli allevamenti, ma anche nella produzione industriale di carne e nel trasporto,  nel consumo di terra, acqua ed energia necessario alla commercializzazione di questi prodotti a livello internazionale. Inoltre, con la collaborazione dell’Università della California (Davis), stiamo lavorando sulla valutazione di alcuni importanti additivi da aggiungere ai cibi degli animali, allo scopo di mantenere la loro produttività attraverso un contemporaneo miglioramento dei loro impatti ambientali».

 

Agnese Codignola

© Riproduzione riservata

Foto: iStockphoto.com

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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5 Commenti

  1. L’articolo è molto interessante. Essendo da poco vegetariana mi chiedo se si sappia quale sia l’effetto di tale scelta sulle importazioni di carne di un paese. Ci sono dati a riguardo? La scelta vegetariana ha un qualche effetto sulle scelte di chi importa?
    Grazie

  2. L’articolo di per sé non dice nulla e non aggiunge nulla.
    Cosa vuol dire che importiamo che importiamo gas serra? mica le abbiamo allevate in Italia quelle bestie, le importiamo semmai già adulte.
    Punto di vista per punto di vista guardatevi questo video sulla sostenibilità di produzione e consumo di carne, sia per la salute che per l’ambiente. A lanciare questo messaggio è uno studio presentato il 22 ottobre 2014 presso l’Expo Gate di Milano, “La sostenibilità delle carni in Italia”. Che, per la prima volta, ha portato tre associazioni di categoria (Assocarni, Assica e Unaitalia) a unirsi con un preciso intento: dimostrare in modo scientifico e trasparente che molte delle accuse rivolte al settore delle carni sono infondate. Come? Attraverso l’analisi di ciò che, nel bene e nel male, porta il settore zootecnico al centro dell’attenzione di media e consumatori: nutrizione, sicurezza, ambiente, spreco, economia. Ma soprattutto mediante il calcolo della “Clessidra ambientale”, innovativa rappresentazione grafica che, presentata in anteprima assoluta, dimostra come i cibi più impattanti a livello ambientale siano anche quelli consumati in minori quantità, e con il maggiore valore nutrizionale.
    https://www.youtube.com/watch?v=MgIdHcYlZ4w

    • Roberto La Pira

      Ero presente alla presentazione della Clessidra ambientale, e sono rimasto abbastanza allibito da alcune considerazione che lei riporta. Diciamo che l’argomento trattato risente degli interessi dei soggetti che lo hanno commissionato.

  3. Resto sempre sbalordito quando leggo simili articoli non solo per la superficialità delle conclusioni, ma anche per la pochezza delle ricerche che ci stanno dietro. Come può la produzione di carne essere responsabile dell’effetto serra, se la percentuale di metano in atmosfera è rimasta stabile nell’ultimo ventennio, eccetto due picchi nel 2006 e 2008 (cito a memoria) dovuti allo scioglimento dei clatrati sottomarini? Tra l’altro il numero totale dei ruminanti sta anche calando: qualche specie aumenta leggermente come il Bos taurus, ma calano i Bos indicus ed altre specie. Faccio anche presente che il 79% dei ruminanti si trova nei PVS e che tra l’80 ed il 90% di questi si nutrono solo di erbe spontanee.
    Mi chiedo poi perché accusare i bovini e non le termiti la cui massa totale è superiore e producono anche più metano?

    Anche il presunto maggior “consumo” di acqua è ridicolo. Per gli stessi motivi anche le centrali idroelettriche dovrebbero essere accusate di “consumare” l’acqua.
    A chi continua a credere a queste stupidaggini, diventate verità solo perché sono rimbalzate milioni di volte su tutti i media asserviti al Pensiero Unico, pongo l’invito di riaprire i libri delle scuole medie e ristudiare il ciclo dell’acqua e quello del carbonio.

  4. Non capisco perché bisogna rimanere allibiti se uno fa proprio il punto di vista “carnivoro”!.
    Smettiamola con queste contrapposizioni Vegetariano / Non vegetariano.
    E’ evidente che ci siano interpretazioni “di parte” ma stanno tutte nella logica di questa contrapposizione: comunque siccome la versione di chi è interessato a dire bene di una alimentazione onnivora non è campata per aria, accettiamo anche i contraddittori.
    E’ un dato di fatto che la qualità di 1 proteina animale vale 5 proteine vegetali (per catena aminoacidica, ecc ecc), che alcune vitamine indispensabili siano contenute in quantità maggiori e più biodisponibili nella carne, ecc.
    Il Fatto vuole un contraddittorio, lo accetti come tale: nel rispetto delle posizioni.